L’evoluzione della satira: il genere letterario dei latini viaggia fino alla stand up comedy

I latini con la satira hanno creato un genere totalmente nuovo in cui spesso si prendeva in giro la società. Oggi a farlo è la stand up comedy. 

Quando usiamo l’affermazione fare “satira” ci stiamo riferendo ad una storia antica a dir poco interessante. Già i Greci facevano satira politica, pensiamo alle commedie di Aristofane, primo autore a fare della satira la peculiare caratteristica sempre presente nei suoi lavori. Riferendoci però alla satira come gente, essa appartiene ai latini, in quanto proprio loro lo resero un genere autonomo e ben definito. Da sempre esiste tale genere e, se vogliamo chiamarlo così, questo modo di fare intrattenimento.

Satura tota nostra est

Quintiliano pronuncia una frase che è indicativa del valore che per i romani la satira aveva: satura tota nostra est. La satira è tutta nostra, in quanto le origini di questo termine non sono, come molti pensano, greche. La derivazione dal greco “satyros”, che sarebbe “satiro”, è infatti del tutto fallace. Non sappiamo bene da cosa derivi questo termine, potrebbe derivare dal satura lanx, ovvero da un piatto misto di primizie offerto agli dei. La codificazione della satira in un vero e proprio genere è quindi merito dei latini ed in tal senso dobbiamo dare ragione a Quintiliano. Uno dei primi esempi di satira sono quelle di Ennio, che purtroppo non possiamo leggere se non per trentuno versi trasmessi per tradizione indiretta (mentre la raccolta originale doveva essere molto estesa). Sappiamo che a questa satira di Ennio appartenevano aspetti che saranno peculiari in tale genere: i riferimenti autobiografici, la verità dei temi, ma non sappiamo se vi fosse quella vis polemica che appartiene invece alla future satire.

La satira di Lucilio e Orazio

Il primo grande autore di satire è però Lucilio. Il suo intento polemico è al contrario molto acceso e visibile. Innanzitutto si evince dalla scelta del metro, l’esametro, che sarebbe quello tipico dell’epica, qui invece è usato per rendere parodisticamente tali situazioni. L’esempio lampante è la parodia del concilio degli dei presente nel Primo Libro delle Saturae, ma troviamo parodie anche del tema del viaggio, del banchetto (a cui si riferirà Petronio per la famosa Cena di Trimalchione nel Satyricon), ma anche la critica della società. Sono tutti aspetti che sicuramente ritroviamo anche nei monologhi satirici di oggi. Basti pensare che Lucilio contesta l’eccesso di lusso e la perdita dei valori nel negotium, ovvero il fatto che ormai si partecipi alla vita politica per interessi personali, cosa che ci suona senz’altro familiare. Degno erede di Lucilio è Orazio, che riprende l’uso dell’esametro, ma si distacca dal maestro per i toni. Lucilio è di gran lunga più aggressivo, mentre Orazio mantiene un equilibrio tra la forte invettiva e la voglia di insegnare qualcosa al lettore. Non lo attacca, non si erge a giudice. Orazio poi, pur riconoscendolo come inventore della satira, non ne apprezzava lo stile troppo semplice. Se Lucilio ha piacere di attaccare i vizi, Orazio dopo l’attacco adopera una ricerca morale, che viene garantita anche dall’uso dell’ironia e della presa in giro. La comicità è un mezzo per trasmettere un insegnamento, come ci accade quando, nel riso, a volte ascoltando un comico impariamo qualcosa.

La satira è una speranza per la società?

C’è però una caratteristica che accomuna Lucilio e Orazio e che si perde nell’innovazione della satira a partire dall’epoca neroniana: la loro è una satira ristretta alla cerchia delle amicizie, che vuole parlare con tutti, soprattutto coinvolgendo l’ascoltatore o lettore. Sono Persio e Giovenale i due autori che cambiano invece il modo di fare satira: l’amarezza nei confronti della società è talmente forte da escludere l’ascoltatore e far spazio solamente ad un invettiva e denuncia senza pietà e senza mezzi termini. Manca qui quella comprensione quasi comica che trovavamo in Orazio. Se quest’ultimo si ispira all’Epicureismo con finalità didascaliche, d’altra parte per Persio è più d’esempio lo stoicismo. In ciò cercare di insegnare qualcosa alla società è impossibile, si trova un terreno non fertile, in una realtà che viene dipinta con uno stile macabro e ricco di metafore. Persio si distacca dal mondo attraverso la sua poesia e non crede, in una visione stoica e pessimistica della realtà, di poterlo cambiare. Giovenale d’altra parte è un conservatore che vuole denunciare la decadenza morale, tanto che la satira diventa più simile alla tragedia, toni tragici che si adeguano alla tragica situazione del mondo e qui l’ironia diviene estremamente amara, in uno stile sublime.

La stand up comedy: fare satira oggi

Alla luce di tutte queste caratteristiche, non è sbagliato ripensare a come agiscono tuttora comici e intrattenitori. Pensiamo alla stand up comedy, forma di intrattenimento in cui il comico è in piedi di fronte agli spettatori. Se abbiamo assistito (dal vivo o meno) ad uno spettacolo di Ricky Gervais, Louis C.K. o altri noteremo che le caratteristiche del comico sono assai simili a quelle del Maestro delle Satire, a seconda di quale tipo di monologo predilige. I riferimenti autobiografici, alla cerchia di amici, alla vita personale per essere d’esempio sono tutte tecniche espressive che ritroviamo. Poi ancora l’idea di demistificare la società attraverso l’umorismo, la critica all’eccessivo lusso, che nella nostra epoca chiamiamo consumismo e l’idea di una politica disonesta. Ricky Gervais contesta, ad esempio, il modo che abbiamo di reagire alle battute, la nostra mancanza di ironia, anche i più piccoli comportamenti sono presi in giro. Louis C.K. nel suo monologo “Certo che no… ma forse” mette in evidenza ad esempio i nostri dilemmi morali, cercando di analizzare la società.  E come non pensare al brillante monologo di George Carlin sulla religione. Lo scopo è costruire una società migliore o ormai anche i nostri maestri della satira si saranno arresi? Non possiamo dirlo, ma se le tematiche sono sempre le stesse, è chiaro che noi esseri umani in un certo qual modo non impareremo mai.

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