L’eterna disputa tra libero arbitrio e Provvidenza in Dante, Manzoni e Black Mirror: Bandersnatch

Libero arbitrio e Divina Provvidenza (o pagano destino) sono stati storicamente due temi spinosi nella loro intricata relazione. Dal dantesco libero arbitrio alla Provvidenza manzoniana, il tema è stato affrontato, recentemente, anche dal compatibilismo e dal film interattivo Black Mirror: Bandersnatch. 

Schermata di scelta del film interattivo “Black Mirror: Bandersnatch”, uscito nel 2018 e targato Netflix; fonte: imdb.com

Poter scegliere consciamente o essere guidati inconsapevolmente: that is the question. Il rapporto tra spazio d’azione del libero arbitrio e influenza di un agente esterno è stato un dilemma sin dall’alba dei tempi, con una graduale mutazione storica della figura del deus ex machina. Prima il Fato greco-romano, poi la cristiana Provvidenza, ed infine il determinismo positivista nelle due principali accezioni, compatibilista o incompatibilista. La sottile linea di demarcazione tra libertà o sottomissione ad una forza altra è stata anche oggetto di molte riflessioni individuali, autonome e non integralmente dipendenti da un’ideologia fondante, che meritano un esame più approfondito, anche alla luce della loro eminente paternità.

Dante e Manzoni tra responsabilità individuale e predestinazione giansenistica, nel segno della teologia

Nella millenaria storia del Cristianesimo, la questione della compatibilità tra libero arbitrio e azione divina è sempre stata molto discussa. Già nel quarto secolo, intenso fu il dibattito tra sant’Agostino d’Ippona e Pelagio: se il primo presentava una visione della salvezza divina legata alla sola predestinazione (negando di fatto l’azione individuale), il secondo sosteneva la capacità umana di ottenere la salvezza eterna attraverso il proprio libero arbitrio e le proprie scelte (ridimensionando pesantemente la funzione della Chiesa e la figura del Cristo). Nel concreto, Agostino uscì vincitore, ed il Pelagianesimo fu dichiarato eresia nel 431. Entrambe le visioni, qui esemplificate, risultano abbastanza radicali, e sono associabili, con la dovuta cautela, anche alle due principali correnti del Cristianesimo: Cattolicesimo e Protestantesimo. Se il Cattolicesimo infatti contempla il libero arbitrio come mezzo per il raggiungimento della salvezza ultraterrena, riprendendo alla lontana l’azione individuale pelagiana (pur distanziandosi nettamente per la fondamentale questione riguardante il peccato originale), il Protestantesimo richiama il servo arbitrio di matrice agostiniano (e non a caso Martin Lutero era un presbitero dell’Ordine di Sant’Agostino) e la dottrina della predestinazione. In questo complesso discorso teologico, in relazione al nostro discorso, ben si collocano due figure legate al mondo cristiano in modo assai diverso come Dante e Alessandro Manzoni.

Dante Alighieri, poeta medievale autore della “Divina Commedia”; fonte: premiolunezia.it

Dante, pur collocandosi temporalmente prima dello scisma protestante, è sostanzialmente un cattolico, mutuando parecchi elementi dal tomismo e dalla Scolastica medievale. Teologicamente nulla anticipa le idee protestanti, con l’unico elemento di potenziale dubbio che risiede nella vena anticlericale della “Divina Commedia“, argomento comunque slegato dall’aspetto puramente teologale. In questo quadro, da vero e proprio figlio del suo tempo, Dante aderisce alla dottrina cristiana medievale anche in materia di libero arbitrio. Emblematico a tal proposito è il canto XVI del Purgatorio, nel quale Dante incontra, tra gli iracondi, Marco Lombardo. Egli, figura poco rilevante storicamente, diviene espediente per una dialogo sul libero arbitrio, che chiarisce inequivocabilmente le idee del Sommo Poeta in materia. Attraverso le parole del suo interlocutore, il Dante autore afferma la centrale importanza del libero arbitrio, vera bilancia per la salvezza eterna. Criticando infatti gli uomini che riconducono tutto ad un’azione divina ineluttabile, Marco ci dice di come l’intelletto umano abbia la facoltà di scegliere autonomamente tra Bene e Male, al di là di qualsiasi influenza divina, e di come esso sia la vera discriminante tra salvezza e dannazione. Se così non fosse, in base a cosa un’uomo sarebbe destinato al Paradiso o all’Inferno?

Alessandro Manzoni, letterato italiano ottocentesco; fonte: testamentosolidale.org

Altro autore che ha trattato la questione, con influenze teologiche molto più disparate rispetto a Dante, è Alessandro Manzoni. Don Lisander (così viene chiamato in milanese) ha una formazione culturale e religiosa molto complessa: nipote dell’intellettuale Cesare Beccaria e vicino agli ambienti della Milano di fine Settecento, Alessandro si avvicina naturalmente alle istanze dell’Illuminismo. Intorno al 1810 si converte però al Cattolicesimo, e gradualmente, pur non abbandonando le tendenze illuministe, si avvicina, più o meno volutamente, al Romanticismo, conservando comunque una forte componente religiosa. Componente religiosa che però non sarà mai del tutto omogenea. Pur aderendo formalmente al Cattolicesimo, Manzoni viene influenzato da Calvinismo e Giansenismo, soprattutto in materia di predestinazione e ruolo della Provvidenza divina. Il primo fu un’esperienza temporanea, soprattutto a causa della fede della prima moglie, Enrichetta Blondel, che però abiurò ben presto. Il Giansenismo invece, a differenza del Calvinismo, era una confessione cattolica, paradossalmente molto più vicina però al Protestantesimo, in grado di catturare le attenzioni teologiche di Manzoni. Sulla scia di sant’Agostino, i giansenisti annullavano il libero arbitrio come mezzo di raggiungimento della salvezza ultraterrena, legata invece alla sola predestinazione. L‘ambiguità della confessione, vicina agli ambienti protestanti e opposta alle istanze cattolico-gesuite, la condusse alla condanna papale, venendo bollata come eresia nel diciassettesimo secolo. Manzoni si trova quindi in una posizione intermedia tra confessione cattolico-romana (filo-pelagiana), che sostiene il libero arbitrio, e confessioni filo-protestanti (filo-agostiniane). Questa doppiezza è evidente anche nelle sue opere letterarie post-conversione, su tutte “Adelchi” e “I promessi sposi“. Nella prima, tragedia ambientata nel mondo longobardo, compare l’idea di provvida Sventura, altra veste della ben più famosa divina Provvidenza, che gioca un ruolo fondamentale nel suo più celebre romanzo. Ruolo fondamentale ma non chiaro e univoco: essa indirizza infatti le vicende con un’altalenante influenza, ora più presente ora meno, che oscuramente orienta le storie dei personaggi. Dove finisca il suo intervento e dove incominci l’azione del libero arbitrio dei personaggi non ci è dato sapere. Forse, secondo un’interpretazione cattolica, la Provvidenza crea solo le condizioni favorevoli per far scegliere in modo autonomo i personaggi, che possono seguire il “consiglio” divino o coscientemente ignorarlo. O forse, in un’interpretazione filo-protestante, la Provvidenza è il vero burattinaio di tutte le vicende, che ha già scelto chi salvare e chi no, a prescindere da ogni possibile azione dei singoli. Quale sia la quadratura del cerchio è un mistero, ma, in fondo, si sa, le vie del Signore sono imperscrutabili.

Tra determinismo morbido e determinismo forte

Con il passare dei secoli l’influenza culturale della religione cristiana, soprattutto sulle più alte sfere del sapere, è drasticamente diminuita. Con l’avvento della razionalità illuministica prima e della tendenza positivistica poi, la cultura ha subito un graduale processo di laicizzazione. Ma pensare che ciò sia risolutivo per la contrapposizione tra libero arbitrio e Provvidenza sarebbe un errore ingenuo. La Provvidenza cristiana si è spogliata infatti dalle sue vesti sacre per vestirne altre profane, che si sono man mano adattate alle varie derive filosofico-scientifiche. Per fare un esempio, il ruolo di agente iper-uranico nella produzione di Schopenhauer viene assunto dalla volontà, che guida ogni azione umana autonomamente e che non lascia spazio al libero arbitrio, illusorio. Con il successivo progresso scientifico e con l’affermarsi del neo-illuminismo positivista, la divina Provvidenza è stata soppiantata dalla scientifica causalità. Nasce così il Determinismo, concezione filosofica per la quale tutto in natura avviene come risultato di rapporti causa-effetto. Una visione così radicale escluderebbe in toto l’apporto del libero arbitrio umano, considerando di fatto la vita umana come un’infinita serie di elementi esistenti per necessità causale. Nella realtà però anche alcuni deterministi faticano ad accettare universalmente questa teoria, sposando quindi un determinismo più morbido, chiamato Compatibilismo. Raccogliendo l’eredità filosofica di autori come Hobbes, Locke e Mill, i compatibilisti sostengono la co-esistenza di causalità e libero arbitrio, che non necessariamente si annullano vicendevolmente. Vengono separate però, riprendendo e mitigando la radicalità schopenhaueriana, la libertà di agire e la libertà di volere, con la seconda al di fuori del controllo umano. A questo quadro si contrappone il determinismo forte, detto Incompatibilismo, che nega invece, nella sua forma più estremista, l’esistenza del libero arbitrio umano.

Werner Karl Heisenberg, premio Nobel per la fisica nel 1932; fonte: newscientist.com

Con l’avvento della meccanica quantistica primo-novecentesca la questione ha però subito un’ulteriore evoluzione: il principio di indeterminazione di Heisenberg ha segnato la definitiva crisi del determinismo. Il superamento della meccanica classica ha portato infatti ad una concezione probabilistica (o stocastica) dei fenomeni fisici: essa non è però dovuta ad un’insufficienza del progresso scientifico, ma è una condizione intrinseca dei fenomeni stessi. Ciò determina il crollo delle fondamenta del pensiero determinista, non minando comunque la completa validità della concezione causale. In virtù delle scoperte di Heisenberg, ed in generale della fisica quantistica, è nato quindi l’Indeterminismo, una concezione per la quale ogni fenomeno è risultato dell’assoluta casualità. Pur avendo due premesse diametralmente opposte, sia Determinismo (nella sua accezione forte) che Indeterminismo hanno come risultante un sostanziale annullamento del libero arbitrio umano: se prima le azioni erano totalmente subordinate a rapporti causa-effetto, ora sono frutto solo del caso (comunque molto lontano dal Fato classico). Insomma, alla fine della fiera non decidiamo nulla.

Bandersnatch: illusione del libero arbitrio?

Allontanandoci da questioni complesse, e spero non tediose, come quelle teologiche e filosofiche, possiamo alleggerire la questione volgendo lo sguardo al comparto cinematografico, sicuramente pieno di riferimenti più contemporanei e main-stream. In particolare, una pellicola che rientra a pieno titolo nella nostra analisi è “Black Mirror: Bandersnatch“. Parte del franchise “Black Mirror“, è un film interattivo targato Netflix, uscito nel 2018 e diretto da David Slade. “Bandersnatch” è un vero e proprio esperimento cinematografico, un unicum nella produzione cinematografica. Già solo scrivere una sinossi risulta strano: nel 1984 Stefan Butler, giovane programmatore inglese (interpretato da Fionn Whitehead, già visto in “Dunkirk“), vuole sviluppare un videogioco interattivo, appunto Bandersnatch, basandosi sull’omonimo libro-game (libro a finali multipli). Si reca quindi in una software house per proporre il suo videogioco, ancora in demo. Già qui lo spettatore è messo di fronte ad un bivio: accettare o meno la proposta di lavorare con dei collaboratori in un ufficio personale. La scelta sembrerebbe piuttosto ovvia, ma accettando il film finirebbe, costringendo lo spettatore a rincominciare (seppur in modo tagliato e velocizzato) per rifiutare poi la proposta. Stefan deve quindi programmare, a scadenza, il gioco da solo, ma entra in una spirale di instabilità mentale. Già in terapia a causa della morte della madre, il protagonista procede, attraverso le scelte dello spettatore, accusando diverse crisi nevrotiche, mitigate o meno dal nostro intervento. Le strade percorribili sono molteplici, e coinvolgono viaggi onirici ed esperienze allucinatorie, il tutto in una cornice di latente pazzia. I finali principali sono cinque, e spaziano dall’omicidio del padre ad una feroce lotta con la psicanalista, da un epilogo meta-cinematografico ad una curiosa morte cronologicamente non lineare.

Schermata di scelta inutile ai fini della trama; fonte: tubefilter.com

Le sensazioni che si provano mentre si guarda “Bandersnatch” sono strane e diverse: se la speranza di poter controllare completamente la vicenda è sicuramente intrigante, la frustrazione nello scontrarsi con i limiti strutturali delle possibili scelte fa da contraltare. Nelle fasi iniziali della pellicola infatti lo spettatore può decidere, ad esempio, quali cereali mangiare o che musica ascoltare, ed il vedere realizzato il proprio volere sullo schermo dà senza dubbio una piacevole sensazione di controllo. Tanto da convincerci, irrealisticamente, di poter determinare ogni singola svolta futura della trama. Tutte queste aspettative sono però puntualmente frenate dalla prima scelta rilevante da compiere, dal primo vero turning point: il lavorare o meno con la software house. Veniamo subito ragguagliati sul fatto che non siamo onnipotenti, e che ci dobbiamo adattare, più o meno a seconda dei casi, ad uno dei fili conduttori della trama, che esulano dal nostro controllo. Nel corso della storia anche un’altra dinamica è molto interessante: il fatto che Stefan percepisca di essere guidato da un’entità superiore (che altro non è che lo spettatore) e di non essere realmente libero. Proprio come noi ci rendiamo conto di non essere realmente liberi di scegliere e di essere incanalati da una forza altra, ovvero l’inoltreppassabile struttura primaria del film. Dunque il film ci regala una mera illusione del libero arbitrio, parzialmente suffragata dai molteplici finali, in realtà non così diversi tra loro. Si tratta dunque di un esperimento fallito? No, non è così. Basta ascoltare un paio di frasi buttate qua e là per capire: ad esempio Stefan, nel proporre la demo del suo videogioco interattivo, dice che il giocatore “ha l’illusione del libero arbitrio ma io decido la fine”. Anche frasi come “il concetto di libero arbitrio è affascinante”, e quindi implicitamente illusorio, sono, allo stesso tempo, chiare ed inquietanti . Stefan è semplicemente uno come tutti noi, noi convinti di essere totalmente liberi ma inevitabilmente guidati, noi convinti di avere il controllo ma controllati. “Bandersnatch” vuole quindi essere una critica alla società contemporanea, a questo mito dell’onnipotenza individuale, riportandoci coi piedi per terra, e magari facendoci anche impaurire, nella speranza di donarci consapevolezza. Perché magari non si parlerà di Provvidenza agostiniana o di rigida causalità (o casualità), ma il tentativo della società di oggi è quello di incanalare le nostre scelte, di creare delle condizioni per plagiarle a proprio piacimento. Il nostro compito quindi è uno (sempre non siate giansenisti, agostiniani, incompatibilisti o indeterministi): svegliare il nostro vero libero arbitrio.

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