Leopardi, Verga e Ricky Gervais: quando il pessimismo incontra l’arte

Come questi tre autori hanno conciliato il loro peculiare pessimismo con l’arte: Giacomo Leopardi con la sua base autobiografica; Giovanni Verga con il darwinismo sociale; Ricky Gervais, nella serie “After Life”, con il suo pessimismo circostanziale.

fonte: infoescola.com

Per loro tre, il buono (Gervais, anche con la sua pungente ironia), il brutto (il povero Giacomino) e il cattivo (il serioso Verga), il bicchiere è sempre mezzo vuoto. Ma tra bicchiere e bicchiere, per usare un eufemismo, le analogie non si sprecano. Sotto l’ampio tetto del pessimismo, il comun denominatore spesso è infatti la sola negatività. Soprattutto quando si parla di declinazioni personali, come quelle del trio, indubbiamente caratterizzate da una certa eterodossia nei confronti della corrente artistico-culturale di riferimento. Se nel celebre pessimismo in fasi (individuale, storico, cosmico ed eroico) di Leopardi possiamo individuare una forte base autobiografica, che sarà poi superata da acutissime riflessioni filosofiche, già in Verga il pessimismo si configura come tale in relazione ad una semplice visione irrisolvibilmente negativa del mondo, sostenuta in questo caso da pretese pseudo-scientifiche. Per quanto riguarda Ricky Gervais, comico britannico, la negatività, nella sua serie “After Life“, diviene solo una risposta ad un tragico evento. Distinguiamo dunque il pessimismo con base autobiografica leopardiano dal pessimismo pseudo-scientifico (e tendente al conservatorismo) verghiano, per arrivare infine al pessimismo circostanziale “gervaisiano”.

Leopardi: mens sana in corpore decrepito

Siamo nella prima metà dell’Ottocento. Nella storia, della letteratura italiana e non solo, irrompe la figura di Giacomo Leopardi. Poeta e scrittore, egli farà del pessimismo la sua principale cifra filosofica. La sua parabola individuale è ben nota, così come lo sono i suoi componimenti. E sarebbe ingenuo pensare che le due sfere non si siano contaminate l’un l’altra. Giacomo nasce a Recanati (Marche, allora nello Stato Pontificio) nel 1798, figlio del conte Monaldo Leopardi e della marchesa Adelaide Antici. Seppur nobile, la famiglia è in periodo di aridità economica, e ciò condiziona non poco la crescita del giovane Giacomo: alla religiosa rigidità, quasi anaffettiva, della madre fa da contraltare solo la bonarietà del padre. La formazione culturale di Leopardi ha una forte impronta classica, pur non accantonando del tutto le materie scientifiche. Tra il 1809 e il 1816 si dispiega una profonda fase di “studio matto e disperatissimo“, con Giacomo che, da “teenager“, apprende autonomamente ben nove lingue, tra cui il greco, l’ebraico ed il sanscrito. Inizia poi a dedicarsi alla poesia, e contemporaneamente anche a soffrire dei primi disagi fisici e psicologici. A manifestazioni reumatiche e scoliotiche (che potrebbero ricondursi alla malattia di Pott) si accompagnarono infatti insofferenza e tormento interiore. Ciò getta le basi per una decisa svolta pessimistica: è la fase del pessimismo individuale, quando Giacomo si convince che la felicità è stata negata a lui solo. È un pessimismo sicuramente molto semplice, e per certi versi anche ingenuo, che è diretta espressione della sua travagliata esperienza biografica. Con il passare del tempo la visione diventa però più complessa, ed allarga i suoi orizzonti tanto quanto aumenta la profondità filosofica.

Giacomo Leopardi, poeta della prima metà dell’Ottocento; fonte: triesteallnews.it

In estrema sintesi, seguono infatti altre tre fasi: il pessimismo storico, ovvero un’infelicità legata al contesto spazio-temporale; il pessimismo cosmico, per il quale l’infelicità è intrinsecamente, ed indissolubilmente, legata alla vita umana; ed infine il pessimismo eroico, che conferma il carattere universale ma suggerisce una svolta solidaristica, un’alleanza tra gli uomini per non aumentare il proprio dolore (ad esempio rifiutando l’ipotesi del suicidio). Ovviamente considerare le quattro fasi come compartimenti stagni, non comunicanti tra loro, sarebbe sciocco, così come lo sarebbe pretendere di analizzarle estraendole dal loro duplice contesto, autoriale e filosofico. E’ comunque innegabile che la riflessione di Leopardi si sia evoluta a livelli elevatissimi, e di grande originalità, in virtù della sua personale brillantezza. Vale però la pena chiedersi se tutto ciò sarebbe stato possibile se il poeta recanatese avesse vissuto una giovinezza diversa e non avesse sofferto di tutti quei malanni. Probabilmente sì, perché il suo acume esula certamente da ciò. Forse serviva però una spinta per far volgere questa perspicacia in tale direzione. Ed il fatto che Leopardi stesso neghi più volte, nel corso degli anni, il rapporto diretto tra problemi fisici e riflessioni pessimistiche, non può bastare. Dichiarare una simile correlazione avrebbe sicuramente rischiato di svilire, almeno in parte, il senso del suo operato, a torto. Operato che ha però nelle infermità il suo innesco decisivo. Consideriamo dunque il pessimismo leopardiano, nella sua interezza, come un pessimismo a base autobiografica, che si è poi evoluto ben oltre, per nostra fortuna.

Verga: pessimismo che conviene?

Ben diversa dalla situazione di Leopardi è quella di Giovanni Verga. Scrittore catanese attivo perlopiù nella seconda metà dell’Ottocento, Verga è l’esponente di riferimento della corrente letteraria del verismo. Ed è un’autore che ha segnato la sua produzione, soprattutto nella fase veristica, con un profondo pessimismo. Piccolo proprietario terriero siciliano, Verga ha vissuto una vita, tutto sommato, stabile e tranquilla sia dal punto di vista economico che personale. Il suo nero pessimismo è dunque frutto di altro. E la sua radice è da individuare nella sua particolare interpretazione del naturalismo francese. Verga infatti, che si identificava nella corrente tardo-romantica, si avvicina, intorno al 1870-75, alle istanze della corrente d’oltralpe, che ha come sommo rappresentante Émile Zola. Il naturalismo è un movimento letterario nato sulla scorta del positivismo: ha come obbiettivo uno studio, scientifico e psicologico, della realtà. È dunque interpretabile come un applicazione letteraria, che si traduce in tecniche come l’impersonalità, del rigoroso processo scientifico. I naturalisti, che hanno come precursori autori come Honoré de Balzac e Gustave Flaubert, tratteggiano spesso, nelle loro opere, personaggi delle classi sociali meno abbienti. Le loro idee sono molto vicine alla sfera socialista, e sottintendono un’incrollabile fede nel progresso, anche sociale. Il verismo mutua alcuni aspetti tecnico-formali ma cambia completamente prospettiva: i suoi esponenti, Verga e Luigi Capuana su tutti, sono infatti, per la maggiore, proprietari terrieri del Meridione. Ad una ambiente vivo e complesso come quello parigino si sostituisce lo statico Mezzogiorno contadino. Da una visione positivistica socialisteggiante si passa ad un moderato conservatorismo. La fede nel progresso scientifico-sociale di Zola diviene solo un’illusione, a fronte dello spietato darwinismo sociale di Verga. Il mondo diventa gigantesco teatro di un’immensa lotta per la sopravvivenza, di matrice evoluzionistica, e la negatività diventa la chiave di lettura preponderante. Per Verga la vita assume una doppia valenza, ovviamente votata al pessimismo: fatalistica e tragica.

Giovanni Verga, scrittore della seconda metà del Ottocento; fonte: scuolazoo.com

Emblematico è il caso de “I Malavoglia“, romanzo più famoso dell’autore: tutti gli sforzi, per migliorare la loro condizione, di questa umile famiglia di pescatori vengono infatti brutalmente frustrati a più riprese. L’unica soluzione a questa ineluttabile irreversibilità è la rassegnazione: soltanto adeguandosi al proprio ruolo sarà garantita la mancanza di sofferenza, non la felicità (parafrasando il celebre ideale dell’ostrica). Il pessimismo diventa quindi nero come la pece, senza nemmeno una flebile speranza all’orizzonte. Il tutto assume anche una valenza economica, materialistica, proprio in relazione al quel darwinismo sociale che diventa anche una giustificazione degli assetti della società. Karl Marx leggerebbe il tutto come un’illusoria ideologia che contribuisce a rafforzare i rapporti di potere, relegando i deboli ad una posizione di immutabile subalternità. Sicuramente Verga, proprietario terriero moderatamente conservatore, aveva tutti gli interessi a non diffondere idee come quelle di Zola. Ma liquidare tutto ad una simile questione sarebbe forse riduttivo. Pur non sottovalutando queste sfumature, appare limpido come la visione pessimistica, in chiave cosmica, di Verga sia un’esperienza sicuramente più complessa. E che, a differenza di Leopardi, non pesca così tanto dall’autobiografia dell’autore, almeno nella fase iniziale. Quale sia il reale confine tra interesse personale e vera riflessione filosofica non ci è dato sapere, anche se sembrerebbe più saggio propendere per una prevalenza della seconda. Di certo c’è che la speranza, così come il progresso, non trova spazio. Il bicchiere, se possibile, è ancora più mezzo vuoto di quello di Leopardi.

Ricky Gervais: un evento cambia tutto

Il caso di Ricky Gervais esce dal filone letterario, e anche dal contesto ottocentesco, per passare al comparto cinematografico. Gervais è un comico britannico che ha fatto del suo cinico sarcasmo e del “politically incorrect” la propria cifra distintiva. Tutta la sua produzione, che spazia dalla “stand-up comedy” al grande e piccolo schermo, è marchiata con questo profondo sguardo tagliente e satirico, che non risparmia nessuno (celebri le cerimonie di presentazione dei Golden Globe). Per tutta la carriera Gervais, pur dimostrandosi molto eclettico dal punto di vista recitativo, ha costruito la propria immagine pubblica su queste caratteristiche. Un’anomalia, se così la vogliamo chiamare, è occorsa proprio quest’anno, nel 2019. Con la serie televisiva “After Life“, prodotta da Netflix, la svolta è stata netta, ma non rinnegatrice. “After Life” racconta, nei sei episodi della prima stagione, la storia di Tony, giornalista di un piccolo quotidiano locale che ha perso la moglie per un cancro. Senza figli e con solo un cane, Tony, sulla cinquantina, cade in depressione, e pensa più volte al suicidio. Trova però una soluzione trasformando questa difficile situazione in un’opportunità, l’opportunità di fare e dire ciò che vuole senza la minima inibizione. Tanto che potrebbe succedere? Inizia così la sua nuova tragicomica vita, all’insegna del pessimismo e del sarcasmo. Tutti iniziano a subire le taglienti critiche di Tony: dal suo psicologo a tutti i suoi colleghi, dal padre affetto da Alzheimer al postino. Non vengono risparmiati nemmeno i compagni di classe del suo giovane nipote, con Tony che arriva a minacciare di morte un bulletto. In questo vortice di negatività, che sicuramente offre molti spunti per ridere amaramente, i rapporti interpersonali iniziano, ovviamente, a deteriorarsi, dai continui battibecchi con l’infermiera che cura il padre agli screzi con il suo redattore. Si salva solo una vedova che incontra al cimitero, che, di volta in volta, inizia a consigliarlo e a redarguirlo. Gradualmente Tony capisce una cosa fondamentale: non si vive solo per sé. Si può andare avanti anche per rendere felici, nel proprio piccolo, gli altri. La prima stagione finisce quindi con la redenzione di questo cinico pessimista.

Ricky Gervais, comico britannico; fonte: playersmagazine.it

After Life” è sicuramente un prodotto che ha molte sfumature autobiografiche. Non nelle vicende, fortunatamente per Ricky, ma nell’evoluzione del personaggio. La fama di Gervais è infatti dovuta al suo pungente cinismo, che troppo spesso si può scambiare per cattiveria, quando in realtà non lo è per nulla. Confezionando questo commovente prodotto, Gervais vuole forse anche chiarire le cose, se mai ce ne fosse bisogno. Chiarire non rinnegando la sua personalità, ma aggiungendo un’ulteriore chiave di lettura. E nel pessimismo di Tony troviamo molto del Ricky stand-up comedian. Pessimismo che è, innanzitutto, circostanziale. È la morte dell’amata moglie a trasformare, o ad esplicitare, la visione del mondo di Tony, che si presume sia stato “normale” fino a prima. Un singolo evento, per quanto devastante, cambia interamente il suo approccio generale. Ritroviamo dunque la componente auto-biografica del primo Leopardi. Così come la sua svolta solidaristica finale, forse in questo caso più votata alla positività. Positività ma non ottimismo. Il pessimismo permane ma allenta la sua onnipresente morsa, lasciando spazio ad altro. Alla speranza? Forse. Magari più altrui che propria. Ma forse, in barba a Verga, un margine di miglioramento esiste anche per il nostro Tony.

 

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