Le radici del Neomarxismo: il Manifesto è ancora attuale?

L’interrogativo proposto nel titolo è indubbiamente affascinante, ed è oltremodo plausibile sostenere l’idea che ancora oggi esistano migliaia di studiosi e non fortemente in accordo con le idee del noto filosofo tedesco. Karl Marx si impose da subito come il più grande teorico e critico del capitalismo della storia, eppure è lecito chiedersi se le sue teorie contengano ancora oggi il dono dell’attualità. La risposta, offertaci dal neomarxismo, è molto semplice: assolutamente no.

Nonostante la genialità delle intuizioni, il Manifesto del Partito Comunista appare oggi quantomeno ingiallito dal passare del tempo, seppur funzionale in molti suoi aspetti. In particolare, due specifici rami teorici si sono impegnati nel prendere a piene mani da quest’ultimo per percorrere strade diverse, al fine di ampliare quegli aspetti del mondo capitalistico che Marx escluse dalla sua opera, vuoi per la non piena maturazione di questi nell’epoca in cui egli scriveva, vuoi per apparente cecità. Stiamo parlando naturalmente di due delle più importanti teorie che si possano definire neomarxiste: la teoria critica e l’analisi spaziale.

La teoria critica

Con teoria neomarxista, si intende chiaramente una teoria che, prendendo spunto proprio dalle ideologie e dagli scritti di Karl Marx, ne amplia alcuni concetti al fine di rendere lo scrittore stesso quanto più attuale possibile. La corrente più famosa a tal riguardo è certamente la teoria critica, da molti identificata con la Scuola di Francoforte. Tale teoria prende ampiamente spunto dalla critica del capitalismo di Marx, assumendo però che questo sia mutato a tal punto nel corso degli anni da modificare la sua stessa base strutturale. Infatti, al giorno d’oggi la sfera culturale ha ormai preso il posto dell’economia come forza principale del potere, elevando il suo status di sovrastruttura (come descritta da Marx) e diventando autonoma dalla stessa economia, surclassandola.

Uno dei concetti chiave da cui partono i teorici critici è la rinascita delle università sotto forma di una vera e propria industria della conoscenza. Con industria, si intende chiaramente il pressante controllo che le imprese hanno sulle università di tutto il mondo, che a loro volta, dipendendo dai finanziamenti esterni, si mostrano oggi molto più orientate ai loro stessi interessi che alla diffusione di cultura. In sostanza, esse non sarebbero altro che fabbriche col solo scopo di sfornare studenti che andranno ad occupare posti tecnici e specializzati nelle industrie di qualsivoglia settore, una sorta di nuovo proletariato Ma non solo. Altra grande intuizione è senz’altro la definizione di industria culturale, ossia l’insieme di tutte quelle entità volte alla produzione e diffusione di cultura (inclusi, ovviamente, i mass media). La brillante idea critica riguarda la pervasività della cultura che, a differenza del lavoro, limitato al solo orario remunerato, cattura l’individuo durante tutto il trascorso giornaliero. Si tratta di un germe molto profondo nella coscienza umana, che ha l’obiettivo di esercitare un controllo costante ed impercettibile. Mostrandosi estremamente piacevole e confortante, questo trasforma gli individui in consumatori di massa, i quali, al posto di ribellarsi, sognano ricchezza e beni sempre più costosi. Questo concetto prende il nome di narcotizzazione delle masse. Ne viene fuori una vera e propria razionalizzazione della cultura, con la vittoria del pensiero tecnocratico (ossia orientato al fine, al guadagno) che mette in disparte i valori e, paradossalmente, la ragione stessa.

L’analisi spaziale

Questa teoria neomarxista si differenzia sensibilmente dalla precedente, anche e soprattutto per il suo approccio all’opera marxista in sé: gli studiosi di questa corrente ritengono che le definizione data da Marx di spazio sia totalmente incorretta. Secondo questi teorici infatti, il concetto di spazio “morto” rispetto al tempo è assurdamente riduttiva, se si pensa alla sua importanza nel mondo capitalistico. In primo luogo, lo spazio contribuisce alla riproduzione del sistema capitalistico attraverso un processo denominato pratica spaziale che, sotto il dominio delle rappresentazioni dello spazio imposte dalle élite dominanti, sottolinea tale divisione sul piano stesso dello spazio. Ad esempio, le classi meno abbienti possono accettare di buon grado di vivere in spazi chiusi ed isolati dal resto delle altre classi, come ad esempio quartieri (che diventano malfamati) e case comuni. Ciò può trasformarsi nondimeno in un efficace strumento politico, la cui sottovalutazione è, per i teorici dell’analisi spaziale, un errore gravissimo. Inoltre, per il sistema capitalistico lo spazio è non solo una forza di produzione in tutto e per tutto, ma anche un bene da vendere al miglior offerente. Questo scambio è in grado peraltro di essere mimetizzato attraverso sovrastrutture apparentemente neutrali (si pensi, ad esempio, alle autostrade).  Infine, lo spazio è un elemento fondamentale anche in virtù della sua capacità di influenzare fortemente la lotta di classe. A questo proposito, il teorico neomarxista David Harvey mostra come nel XIX secolo i capitalisti abbiano iniziato a sparpagliare le proprie fabbriche in giro per il mondo poiché, a seguito di un iniziale raggruppamento nelle maggiori città, il proletariato rischiava di unirsi a tal punto da minacciare il sistema stesso. Di conseguenza, con la delocalizzazione di tali strutture, il proletariato si è disunito, radicandosi in territori diversi e subendo una successiva ma fatale narcotizzazione.

In sostanza, forse l’aspetto maggiormente discordante tra le nuove teorie marxiste e il padre di queste stesse correnti di pensiero, Karl Marx, è l’alto pessimismo nel futuro che questi moderni teorici propongono, in netto contrasto con le utopie comuniste tanto profetizzate da Marx. Infatti, dove il filosofo tedesco vede la nascita di un nuovo sistema basato sulla libertà, i neomarxisti non vedono altro che gabbie, mostri di razionalità in cui gli uomini non avranno via di scampo, figli di un processo già largamente diffuso.

 

Lorenzo Di Salvatore