“Le ceneri di Gramsci”: Pasolini e il mito dell’età dell’oro

Il poliedrico scrittore riflette amaramente sulla crisi delle ideologie e rimpiange i fasti di un passato agricolo, pieno di vita e genuino: il nuovo capitalismo e il benessere economico degli anni Sessanta stanno portando l’Italia verso un inesorabile decadimento morale, civile e intellettuale.

Pier Paolo Pasolini

Le ceneri di Gramsci è una raccolta di poemetti in versi di Pier Paolo Pasolini, edita da Garzanti nel 1957. I singoli componimenti erano stati già pubblicati su diverse riviste tra il 1951 e il 1956 e l’anno di uscita dell’opera collettiva non è casuale: la metà degli anni Cinquanta ha infatti rappresentato uno spartiacque di proporzioni epocali per la storia italiana ed europea, con l’invasione dei carri armati russi in Ungheria e la scissione tra PCI e PSI (1956).

L’inizio di una nuova stagione

Mai come nel Novecento si è assistito a un avvicendarsi di correnti letterarie così frenetico e senza sosta: insieme a La bufera e altro di Eugenio Montale (uscito nel 1956), le Ceneri di Pasolini hanno segnato un punto di rottura con la tradizione precedente. L’autore, a tal proposito, ha parlato di un “neo-sperimentalismo“, di una ricerca poetica dai caratteri inediti e non ascrivibile nei movimenti d’avanguardia. È in atto il definitivo superamento della stagione neorealista, giunta inesorabilmente al termine delle proprie capacità espressive.

L’utilizzo ricorrente della terzina dantesca, intaccata nella sua perfezione stilistica dall’uso di enjambement e di dismetrie, permette al poeta una maggior libertà nella versificazione e conferisce ai poemetti un andamento narrativo accentuato, funzionale alla rappresentazione di situazioni e ambienti tanto immutabili quanto dinamici e in fieri. La descrizione degli insediamenti contadini si contrappone alla frenetica urbanizzazione delle borgate romane, sintomatiche raffigurazioni di un interesse rinnovato nei confronti della storia contemporanea e delle sue concrete realizzazioni.

Il crollo della dottrina marxista: sulla tomba del maestro

Il poemetto eponimo (il settimo degli undici complessivi) è la trascrizione di un immaginario dialogo tenutosi davanti alla lapide di Antonio Gramsci presso il Cimitero acattolico di Roma. È un monologo conflittuale, è lo “scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te”: nonostante l’ideologia comunista avesse rappresentato, fino a quel momento, una costante nella vita e nella poetica di Pasolini, le esperienze vissute avevano reso i tempi ormai maturi per un’abiura sofferta e problematica.

Le ceneri di Gramsci, immagine pregna di significato nella sua eterna staticità, sono l’ultimo totem di una dottrina decaduta, intimamente abbandonata persino da chi propugnava la sua difesa. Per il poeta, nel profondo ancora legato ai valori del marxismo di matrice gramsciana, una professione di fede non è più possibile nel mondo attuale, nel bruciante consumarsi dell’ennesima e ossimorica inconciliabilità.

Pasolini e, sullo sfondo, una borgata romana

L’età dell’oro: dalla classicità al rimpianto nostalgico

Clima mite, totale assenza di leggi, una terra che produceva spontaneamente i propri frutti, nessun germe d’odio o di discriminazione: l’età aurea classica presenta i tratti peculiari del Paradiso terrestre cristiano e ha goduto di una notevole fortuna letteraria fin dall’antichità. Autori come Seneca, Ovidio e Dante hanno ripreso questa tematica leggendaria nelle loro opere, anche se si deve a Virgilio una delle profezie più criptiche e dibattute a tal proposito. Nella quarta egloga delle sue Bucoliche, infatti, il poeta mantovano annuncia l’avvento di una nuova età dell’oro, in concomitanza con la nascita di un puer. Le interpretazioni di questo enigmatico passaggio sono state innumerevoli, spaziando nelle varie identificazioni da Ottaviano fino al Cristo: ciò che è certo, tuttavia, è che Virgilio auspicasse, con questo vaticinio, l’inizio di un periodo di pace e l’instaurazione di un nuovo regime morale e politico, dopo anni di sanguinose lotte intestine.

Pasolini declina la tematica secondo le esigenze storiche degli anni Sessanta, epoca di grandi innovazioni e cambiamenti nelle abitudini di vita degli italiani: il boom economico, la crescente ricchezza e il progresso tecnologico stavano alterando profondamente la fisionomia della società e provocando una mutazione antropologica di segno negativo. La celebrazione di un passato rurale e pre-industriale rappresenta per l’autore delle Ceneri l’unica via di fuga nei confronti di un genocidio culturale sempre più opprimente e inevitabile, dettato dall’azione corrosiva società dei consumi e da una classe borghese tanto amorale quanto omologata. Il pianto della scavatrice è quello di un Paese che distrugge per ricostruire, che lascia il passato alle spalle in vista di un futuro di incertezze, che non sa più ascoltare le “rondini, umilissima voce / dell’umile Italia“, emblema della purezza di un mondo ormai perduto.

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