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Le atrocità della guerra secondo gli occhi di un bambino: le narrano Calvino e Benigni

Il sentiero dei nidi di ragno è il capolavoro neorealista di Italo Calvino, che ha come protagonista un bambino, così come La vita è bella di Roberto Benigni.

Uno dei narratori più importanti del Novecento è sicuramente Italo Calvino. Un autore eclettico e prolifico, capace di sperimentare tecniche di scrittura uniche nel loro genere che lo rendono uno dei maggiori intellettuali della storia della letteratura. Ha saputo scrivere opere dalla grande fantasia, ma anche di forte denuncia sociale, come Il sentiero dei nidi di ragno. Un trionfo italiano dovunque. Altro enorme trionfo, ma di ambito diverso, è il lavoro cinematografico di Roberto Benigni. Trionfò agli Oscar del 1997 con il suo La vita è bella. Le due opere, distante cronologicamente, hanno in comune una cosa: il punto di vista di un bambino.

La fase neorealista di Italo Calvino

Poiché la produzione letteraria di Italo Calvino fu estremamente varia, è davvero difficile ricostruirla. Si tratta di un autore che ha, con immenso senso critico, sempre messo in dubbio se stesso e l’ambiente che lo circondava. Così, di fatto Calvino non è mai appartenuto ad una corrente specifica, ma ha preso “il meglio” o comunque ciò che preferiva da ogni corrente. Il periodo iniziale della sua produzione è quello che va dal 1945 al 1964, quest’ultima data in cui si traferisce a Parigi e che segna la fase di sperimentalismo e strutturalismo della sua opera, fino al 1985, anno della sua morte. Nel 1947, proprio all’inizio della sua carriera, Italo Calvino pubblica Il sentiero dei nidi di ragno, in quello stesso anno si era laureato in Lettere presso l’Università di Torino.

Il sentiero dei nidi di ragno

Quando pubblica tale romanzo Calvino è nel pieno della sua fase neorealista, che sarà poi superata con romanzi più sperimentali come la trilogia I nostri antenati. Nella Prefazione al romanzo, che è fondamentale per la storia del Neorealismo, l’autore spiega da cosa nasce questo movimento: semplicemente dal desiderio di raccontare, che chiama “smania” e dalla voglia di documentare fatti accaduti durante la Seconda Guerra Mondiale in particolare e legati politicamente alla Resistenza. In tal senso, però, già in questo romanzo vediamo la novità della produzione di Calvino: la capacità, cioè, da parte dell’autore di incentrare tutto sul punto di vista di un bambino e di unire al tragico l’elemento fantastico e fiabesco. Il protagonista è infatti Pin, un bambino che riesce a sottrarre ad un marinaio tedesco una P38 e la nasconde nel luogo dove i ragni fanno il nido. Il romanzo è, naturalmente, ambientato durante la Resistenza partigiana e mostra quindi questo bambino che deve, suo malgrado, affrontare un contesto tremendo per la sua età. Non ha reale consapevolezza di tantissime cose, anche se si atteggia ad adulto, ma prova una profonda di fronte a ciò che accade.

La vita è bella, anche nella tragedia

Se nel romanzo di Italo Calvino è presente una componente fiabesca e quasi fantastica, nel film La vita è bella non mancano momenti anche ilari e spensierati. All’inizio specialmente, prima che esploda la tragedia. Successivamente, però, come è nello stile di Benigni, la vicenda nell’atrocità del contesto conserva, come il protagonista, comunque il desiderio di trovare la felicità in qualsiasi contesto. Proprio a questo concetto rimanda il titolo. Molti hanno contestato la presenza di tale ricerca del sorriso anche in un contesto del genere, considerandolo poco rispettoso ed un’opera di revisionismo storico. La stessa Liliana Segre lo ha accusato di aver banalizzato l’Olocausto. In generale, comunque, è interessante la figura del bambino con il suo rapporto con il padre: l’idea che un uomo, pur di proteggere il figlio, inventi un gioco a premi e rimanga un punto di riferimento per il figlio anche nella tragedia.

Giosuè e Pin: l’innocenza di fronte alla guerra

Sappiamo che protagonista de La vita è bella è quindi un ebreo che, deportato in un campo di concentramento insieme al figlio Giosuè, cerca di non fargli capire nulla di ciò che sta accadendo e lo trasforma in un “gioco”. La storia è evidentemente raccontata da un Giosuè ormai già grande, che quindi a differenza di Pin non ha vissuto tutto nella sua verità, ma è stato “protetto” dalla presenza del padre. In un contesto di guerra entrambe le vicende usano l’innocenza di due bambini, ma è chiaro come i due vivano esperienze totalmente differenti. Pin è costretto ad una crescita rapida, contrapposta al tono fiabesco che usa invece Italo Calvino. L’autore mette sulla pagina la perdita delle sicurezze di un bambino: non ha famiglia, non ha niente che lo rassicuri, è travolto in qualcosa di più grande di lui. Invece, Giosuè grazie alla presenza del padre tiene ben salva la sua innocenza e la sua sicurezza, gli rimane la presenza della famiglia. Il senso di responsabilità cui fa riferimento Calvino nella Prefazione, quello che lo ha spinto a scrivere questo libro, ci rimanda anche alla consapevolezza che i bambini sono le prime vittime di tutto ciò che succede, anche se, come si vede, riescono comunque ad avere un lieto fine. Pin ritrova qualcuno con cui recarsi nel famoso sentiero dei nidi di ragno e Giosuè riabbraccia sua madre.

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