L’accordo del secolo che non c’è: la pace trumpiana non è una pace perpetua

Quella presentata in Bahrein è, per Kushner, senior adviser di Trump, l'”opportunità del secolo” per risolvere il conflitto israelo-palestinese. La pace si fonderà su di un accordo economico a lunga scadenza. Sarà una pace duratura oppure la pace eterna? Kant risponde alla domanda.

Manama resterà nella storia. Almeno, secondo Kushner, “consigliere anziano” nonché genero del Presidente degli USA.

E’ lì, infatti, nella capitale del Bahrein che il 25 e il 26 giugno scorsi si è tenuto il workshop in cui il tanto declamato “patto del secolo” a stelle e strisce ha cominciato a prendere forma, se pure solo nella sua ossatura, se pure solo a parole. Il piano, che reca il marchio di “The Donald”, prevede un solido accordo economico come condizione indispensabile per e fondativa di una soluzione politica del decennale conflitto tra Israele ed il popolo di Palestina.

Una strategia che, apparentemente, si rifa alla tradizione politico-filosofica di cui Kant è tra i più illustri esponenti: quella che vede nell’interconnessione delle economie mondiali la precondizione della concordia tra gli Stati.

Dietro le apparenze, tuttavia, si celano degli errori di valutazione che potremmo pagare cari.

Kushner e Netanyahu si stringono la mano durante un incontro bilaterale tra USA e Israele

The Deal of the Century

Annunciato fin dalla campagna elettorale del 2016, evocato più volte, sempre nel mistero, e svelato solo per ammiccamenti nelle scelte di politica estera di Trump nel Medio Oriente, il “patto del secolo” resta, per ora, un’idea affascinante.

Un’idea già morta, per alcuni, vista l’insicurezza con cui stenta a partire (la data di lancio doveva seguire le elezioni del Parlamento israeliano, ma la vicenda intorno ad esse è ancora travagliata), date la repulsione del popolo palestinese nei confronti di un compromesso che offre soldi in cambio della sostanziale rinuncia al sogno di un proprio Stato in Israele e l’indifferenza degli israeliani, e notato il desiderio di alcuni importanti Stati della regione ( da un lato Emirati Arabi ed Arabia Saudita, favorevoli, dall’altro Giordania ed Egitto, contrari) di partecipare alla discussione solo per ribadire i loro personali interessi. Ma pur sempre un’idea.

Più nello specifico, il progetto prevede una serie di ingenti investimenti da dedicare alle aree abitate dai palestinesi, e sotto il controllo, de facto, di Israele, tale da risolverne i problemi più pressanti e da promuovere uno sviluppo economico e sociale delle comunità.

Degli aspetti politici dell’accordo ci è dato solo immaginare il carattere, servendoci degli indizi lanciati dalle scelte di Trump nell’area, su tutte quella di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, riconoscendo formalmente la sovranità israeliana sul territorio senza concessioni di sorta alla controparte palestinese.

Dalle omissioni, più che dalle espressioni, sembra emergere la natura di un piano impostato su uno dei più ambigui e, perciò, importanti principi descritti nella nascita di Israele: già tra le righe della Dichiarazione di Balfour del 1917, ripreso nella Dichiarazione d’indipendenza del 1948 ed infine fissato tra i cardini della Legge fondamentale promulgata il 19 luglio 2018. L’autonomia, cioè il riconoscimento della dignità di soggetto morale, di Stato, è riconosciuta, in Israele, alla sola formazione costituita dal popolo degli ebrei. Ai palestinesi è attribuita tutt’al più la condizione di minoranza.

il testo di Per La pace perpetua di Kant nell’edizione Feltrinelli

Garanzie per la pace

Il pensiero non nasce come i funghi. Altrettanto i pensatori.

Quando parliamo di Kant, dobbiamo fare riferimento ad una stagione precisa nell’ambito della riflessione filosofico-politica europea: un’epoca contraddistinta dall’esigenza, condivisa, di giustificare l’assetto esistente e di descriverne i possibili sviluppi.

Il punto di partenza, per molti tra cui lo stesso Kant, è la concezione archetipica della guerra nella storia e nella natura umana. Descritto, in “Per la pace perpetua” (1795), come lo strumento di cui la natura si serve nei confronti dell’uomo per popolare di questa specie la Terra in ogni suo angolo e per costringere gli individui a raccogliersi in entità politiche sempre più complesse, la guerra è connaturata al soggetto morale umano, così come, in altri scritti kantiani, lo è il male, detto appunto radicale.

Assunto questo dato, era diffusa convinzione, al tempo di Kant, che il commercio stesse costituendo e avesse già parzialmente intessuto una rete di relazioni tra gli Stati estesa a livello globale, immagine di un complesso di interdipendenze che legavano ciascun soggetto politico agli altri ed al sistema nella sua totalità. Su una base economica, si stringevano accordi di collaborazione internazionale.

Per Kant, lo spirito del commercio è ciò che garantisce, secondo natura, la necessità della concordia tra entità morali (gli Stati) tanto distanti per lingua e religione dei popoli sovrani quanto fastidiosamente vicini gli uni con gli altri per via dell’occupazione di spazi confinanti su di un globo finito per estensione. L’interesse egoisitico spinge gli Stati ad accordarsi, fornendo un condizione fondamentale per la pace, così come, in un momento precedente, aveva spinto gli individui a riunirsi sotto una istituzione comune.

Insomma, sembra che Kushner voglia citare Kant. Perché, allora, dovremmo essere lontani dalla fondazione di una pace perpetua, almeno in Medio Oriente e almeno tra Israele e Palestina?

Bambini sulle rovine di un palazzo nella Striscia di Gaza

 

K di Kushner, K di Kant

Si danno delle condizioni, in Kant, “preliminari per la pace perpetua tra gli Stati”. Esse devono essere rispettate da ciascun ente morale nei confronti di ciascun altro, a partire dal suo vicino più prossimo ed ostile.

Due sono, in particolare, quelle trascurate dal “Deal” americano: si dà la possibilità di una pace solo tra due Stati che si riconoscano reciprocamente come tali, cioè come soggetti morali cui deve accordarsi il rispetto. Fondamentale è, infatti, l’autonomia dello Stato in quanto entità morale, riconosciuta come tale dalla controparte anche in guerra ( al contrario, non si darebbe la possibilità di alcuna pace duratura, ma solo di una tregua) e tenuta presente da eventuali potenze terze. La seconda condizione, infatti, impone che uno Stato possa intervenire nelle vicende interne di un altro Stato solo nel momento in cui questo si sia diviso in due entità politiche distinte.

Se la seconda condizione è stata violata fin dal momento della creazione dello Stato di Israele, ed ancora prima con la promessa dell’impegno inglese nei confronti della sua fondazione, attraverso un’operazione di creazione geopolitica arbitraria, la prima è formalmente preclusa dalla “costituzione” stessa di Israele, che non può riconoscere nell’area entità statali differenti dalla propria. Intanto, una dichiarazione dell’ONU ha stabilito che il territorio della Striscia di Gaza sarà da considerare inabitabile a partire dal 2020 per la maggioranza della popolazione che, oggi, vive all’interno del suo territorio.

Forse, Kushner, vista l’impossibilità allo stato attuale delle cose di assicurare una pace duratura alla regione, potrebbe giocare sulla voluta ambiguità dell’intestazione kantiana e professare la pace, sì, ma quella eterna del camposanto.

Lorenzo Ianiro

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