Il Superuovo

La voce delle donne: Chris Kraus parla e dice “I love dick”

La voce delle donne: Chris Kraus parla e dice “I love dick”

“I love dick” è più di una semplice affermazione per la scrittrice e regista americana Chris Kraus. È un esperimento sociale, è uno stile di vita, è la rivendicazione della propria autorità ed identità.

Da sinistra: Chris Kraus (Kathryn Hahn), Sylvère Lotringer (Griffin Dunne) e Dick Hebdige (Kevin Bacon)

 

 

E se fosse l’uomo quello ad essere costantemente giudicato solo per il suo aspetto fisico? E se fosse l’uomo quello a ricevere fischi, occhiatine da chiunque mentre cammina per strada, ad essere intensamente fissato e desiderato in virtù del suo apparire e non del suo essere? È questa la base di “I love dick”, il capolavoro della scrittrice Chris Kraus che si domanda: e se fosse l’uomo ad essere sessualizzato, come la prenderebbe?

 

Dear Dick, ogni lettera è una lettera d’amore

Chris Kraus inizia così: Dear Dick. Ci si ritrova davanti a quello che può sembrare un mero romanzo epistolare, un’infinita dichiarazione d’amore sottoforma di missive. “Dear Dick”, dice Chris, “ti amo”. Riferendosi però non al dick vero e proprio- quello dirà poi di averlo conosciuto per la prima volta a 6 anni- ma a Dick, quello in carne ed ossa, o meglio ancora in stivali da cowboy e filosofia minimalista, direttore del centro artistico di Marfa, dove lei e il marito Sylvère , seguono un seminario. È nel momento in cui conosce Dick che Chris se ne innamora, ne è irrimediabilmente attratta ed è per questo che gli scrive un centinaio di lettere. E nell’esatto istante in cui in lei scocca la scintilla dell’amore- che poi capirà essere più di desiderio- Chris ha l’illuminazione. Lei non ama Dick, così come non lo amano tutte le donne magneticamente attratte dal pensieroso cowboy intellettuale che si aggira solitario tra le strade di Marfa. Loro amano l’idea che si sono fatte di lui, amano la soddisfazione che provano nell’alimentare la loro ossessione. È così che Dick-persona diviene dick-membro, mentre la Kraus riduce a cazzo un uomo, così come le donne sono state ridotte a culi e seni per tutta la loro vita.

L’intuizione di “I love Dick” è tutta qui, nel ripagare l’uomo con le stessa moneta, nel distaccarsi dal folle ginocentrismo odierno che urla- quasi per inerzia ormai- “morte al Patriarcato”- mentre in maniera provocatoria Chris Kraus risponde all’oggettificazione della donna con l’oggettificazione dell’uomo, riuscendo a dimostrarne alla fine la sua totale insensatezza.

Chris metterà le sue lettere in giro per Marfa, e quando le vedranno tutti, Dick- persona dirà di non essersi mai sentito tanto “umiliato, preso in giro e mortificato in vita sua”; lui- cowyboy e artista spezzacuori, la cui opera più famosa è “il mattone”, un semplice mattone in verticale, eretto, simbolo fallico per eccellenza, che si romperà poco dopo per caso, proprio a segnare le crepe che minano la sua virilità dopo l’essere stato privato della sua identità, del suo essere brillante, e dell’essere stato trasformato da Dick, a dick.

Tratta dalla serie tv “I love dick”

 

Dear Dick, e se tutte iniziassimo a scriverti delle lettere?

Il libro della Kraus è poi diventato nel 2017 una miniserie tv, “I love Dick”, presente- anche se ben nascosta- nel catalogo di Amazon. Ripercorre in 8 brevi, ma efficaci episodi, seguendo il libro (dal quale alcune frasi sono prese e riproposte su sfondo rosso, lette da Kathryn Hahn, che interpreta proprio Kraus), il turbolento matrimonio di Chris e Sylvère, che si trasforma in un ancor più instabile triangolo dopo la conoscenza di Dick. Ci si ritrova davanti ad una lunga riflessione sulla vita di coppia, sulla legittimità o meno della poligamia, sull’efficacia delle relazioni monogame, sul desiderio femminile e soprattutto sulla rivendicazione di quest’ultimo.

La parabola psico-sessuale dell’autrice è solo un modo per riappropriarsi della consapevolezza di poter desiderare- e non solo di voler essere desiderata- ma quindi di poter riaffermare il proprio desiderio liberamente e senza pudore, proprio come un uomo. Chris è donna, è la creatrice per eccellenza, e nella sua permanenza texana, si riscopre tale, convincendosi di poter fare tutto: non è il patriarcato che le impedisce di realizzarsi, è lei che si tarpa le ali da sola, per paura di non poter diventare la donna che la società femminile si aspetta. Presentatasi a Marfa principalmente come regista, susciterà l’ilarità di Dick, che smonterà in poche parole il suo lavoro: “nessuno si ricorda di una regista donna”. Chris risponderà frustrata con vari nomi, Jane Campion, Sally Potter, Cheryl Donegan (le cui clip di vari lavori sono inserite nella serie tv- se per dimostrarne la bellezza o la noia sta allo spettatore deciderlo)  per poi crollare in qualche sequenza dopo, confidandosi con Sylvére, confessando di trovarle tutte incredibilmente noiose, ma di sentirsi costretta ad apprezzarle “perché donne”.

È nel momento in cui si stacca dalla necessità di soddisfare la visione del femminismo imperante e limitante che Chris recupera la sua identità, e la sua libertà- svincolata dal dovere di dimostrare di essere migliore e di poter vivere senza uomini.

Chris è sincera, non vive in virtù dell’uomo ma con l’uomo, perché lei ama dick e non può farne a meno. Volendo riassumere tutta la filosofia del libro in una sola puntata, si dovrebbe scegliere senza esitare la quinta “A short history of weird girls” (una breve storia di ragazze strane) dove spicca anche la vivace regia di Jill Soloway, che magistralmente architetta una puntata-confessione del primo incontro e rapporto con dick- in questo caso sia persona che membro- e di come abbia plasmato tutte le protagoniste femminili della storia. Il loro incontro le ha rese ragazze strane, perché senza paura aprono la bocca e dicono “I love dick”.

È per questo che Chris si domanda “ma cosa succederebbe se tutte noi ti scrivessimo delle lettere?”, costringendoci ad essere sincere con noi stesse, a ritrovarci senza paura a fare i conti con il nostro desiderio e a non sentirci colpevoli per quest’ultimo.

Tratta dalla serie tv “I love dick”

 

Dear dick, non mi metterai una museruola

Guardare “I love dick” è come entrare nelle istallazioni d’arte della galleria di Dick: ci si ritrova spaesati, confusi, disorientati, ma bisognosi di andare oltre. Jill Soloway in otto puntate crea una irriverente miniserie di risposta al pedante moralismo femminista, desideroso di sottomettere l’uomo, mentre lei e la Kraus, vogliono solo tendergli una mano e conversare. Il tema dell’incomunicabilità permea tutta la durata della serie tv, assieme alla ricerca della propria identità, recuperata a fatica dalla donna, che proprio dalle altre donne viene insultata, vista con diffidenza e giudicata.

Ma la Kraus non tace mai. “Dear Dick, non mi metterai una museruola” scrive. Lo scrive nel romanzo, lo dice nella serie tv, lo ribadisce persino quando Dick- quello vero in carne ed ossa (Dick Hebdige) , dopo l’uscita del libro nel 1997 la accusò di essersi presa la libertà di usare il suo corpo per perverse fantasie e di aver invaso la sua privacy, non avendogli chiesto il permesso di poter usare la sua figura- proprio come accade costantemente al gentil sesso.

Un gentil sesso, che decide di abbandonare l’aggettivo gentil, per potersi solo riapporpriare della propria vita, delle proprie scelte e della propria sessualità. È la nascita di quella che la Kraus definisce gazed gaze, lo sguardo che diventa l’unico obiettivo del desiderio, lo sguardo di chi è consapevole di poter plasmare il mondo, perché il mondo non è nient’altro che una sua creazione.

Uno sguardo che si rifrange nelle due forme di “I love dick”, libro e serie tv, dove in entrambe non perde mai la capacità di essere un prodotto irriverente ed intelligente, di essere sarcastico e pungente, di trovare un punto di incontro tra uomo e donna, e quel punto, è proprio dick.

 

Tratta dalla serie tv “I love dick”

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