“La mafia uccide, il silenzio pure”: Hobbes e Hegel raccontano la criminalità organizzata

La mafia: una sanguinosa mano che da troppo tempo impone il suo potere in Italia. Ripercorriamo il fenomeno della criminalità organizzata attraverso la lente di due famosi pensatori.

Logo di “Libera”, associazione contro le mafie fondata da Don Luigi Ciotti

Quattro anni fa si spegneva, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma, Salvatore “Totò” Riina. Conosciuto anche come “il capo dei capi”, il suo nome ha acquisito una fama notevole per il suo ruolo decisivo nel mondo della criminalità organizzata italiana: in altre parole, nella mafia.

IL PROFILO CRIMINALE DI UN CAPO MAFIOSO

Capo di “Cosa Nostra”, l’organizzazione mafiosa a capo degli infamosi attentati di Capaci e di Via D’Amelio a Palermo, compiuti nel 1992, durante il periodo terroristico più cruento della mafia siciliana. Senza scrupoli – non a caso aveva conquistato il soprannome di “Belva” – ha condotto una vita fatta di latitanza, carcere, sofferenza, sangue.

La sua storia è già stata raccontata: un profilo criminale scioccante, una carriera da malavitoso che ha inizio all’età di 18 anni, quando viene condannato per l’omicidio di un coetaneo durante una rissa. Una volta liberatosi delle sbarre viene arruolato in Cosa Nostra, della quale diventa vice. All’inizio i reati di cui si macchiava erano furto di bestiame e simili ma, una volta ottenuta un nome più rilevante nell’organizzazione, non ci volle molto per far sì che questi si tramutassero nelle sanguinolente regolazioni di conti fra clan, nelle infiltrazioni negli appalti pubblici, nell’edilizia, nel traffico (anche internazionale) di droga. Le sue mani si sarebbero sporcate di più di 100 omicidi, di cui sono conseguiti 26 ergastoli, e moltissimi anni di latitanza. Una non-vita, si potrebbe dire, vissuta nell’ombra, ma profondamente legata a tutto ciò che è potere.

Fonte: Arci

IL SISTEMA MAFIOSO E LA GERARCHIA CRIMINALE

Tutti conoscono la mafia, quel morbo che da secoli, ormai, continua a mietere vittime e corrompere il Bel Paese. Dagli anni del terrorismo a quelli della trattativa Stato-Mafia, fino ad arrivare alla “silenziosa” quiete degli ultimi anni: un processo culturale che è mutato, acquisendo dei tratti e perdendone altri.

In un racconto collettivo di tradizioni, riti d’iniziazione e complicità locale, la criminalità organizzata si è diffusa sempre di più, oltrepassando i confini dello Stivale: in una scia di distruzione e terrore, il “modello mafioso” ha trovato terreno fertile in quasi tutto il mondo, riportando delle caratteristiche comuni. Un esempio: la struttura gerarchica. Il potere è articolato fra capi e sottoposti, ramificandosi negli uomini comuni, gli incensurati.

In un delirio di potere, il mafioso impone la sua legge su chi si sente “più debole”: tramite le minacce viene assicurato il silenzio generale, che protegge il clan mafioso. È un cane che si morde la coda; la paura di chi subisce le sevizie dell’altro permette a quest’ultimo di continuare a farle. Si chiama “omertà“.

“La mafia uccide, il silenzio pure.” – Peppino Impastato

“HOMO HOMINI LUPUS”: HOBBES E HEGEL RACCONTANO LA MAFIA

In un certo modo, non è errato riferirsi alla mafia come un esempio del “homo homini lupus” di Plauto. Il problema mafioso è sistematico: non riusciamo a sottrarci ad esso perchè, chi ne è partecipe, ragiona per sopravvivenza. “Senza mafia non si vive”, questo è il motivo per cui la mafia è ancora così viva. Dietro alla criminalità organizzata, si cela il problema, ben più grande, dell’inaffidabilità dei cittadini nella “cosa pubblica” (e diventa così una “cosa nostra”, si potrebbe dire). È per questo, probabilmente, che parliamo di mafia al tempo dell’Unità d’Italia, dove parte del popolo italiano è stato tradito da coloro che avevano promesso un Paese più forte e più unito.

È così che, tristemente, Hobbes può spiegare la mafia. Secondo il filosofo, la natura umana è egoistica, ragiona secondo sopraffazione ed in maniera istintiva. Nel momento in cui entro a contatto con l’altro, lo vedo come un pericolo oppure come un veicolo per la mia autorealizzazione. Questo, in senso lato, giunge persino alla dialettica servo-padrone nella “Fenomenologia dello spirito” di Hegel. Così, l’uomo, per poter affermare il suo stato di autocoscienza, sente di dover sovrastare l’altro e costringerlo in un rapporto di potere funzionale a sè. “Siamo animali sociali”, ma il “bisogno dell’altro” potrebbe dipendere soltanto dallo sfruttamento della vulnerabilità dell’altro per la sopravvivenza della nostra persona.

La domanda rimane: “homo” deve ancora essere “homini lupus”?

 

 

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