La libertà di (non) morire: il dibattito sul suicidio da Platone a Dj Fabo

La decisione della Consulta in merito al “suicidio assistito” rivela una spaccatura antica: da una parte Platone, Aristotele e Levinas, dall’altra Stoici, Epicurei e Hume.

Una foto di Dj Fabo dopo l’incidente che l’ha reso tetraplegico

Può una scelta personale diventare un caso giudiziario, e un caso politico un caos culturale? Può la morte essere tanto rumorosa?

Il suicidio di Dj Fabo ha rivelato un limite giuridico e politico che la Corte costituzionale oggi tenta di allontanare. Ma anche e soprattutto un limite umano, intorno al quale si affollano da molti secoli le voci, lasciando intatto, tuttavia, il silenzio della libertà.

Marco Cappato durante una seduta del processo aperto contro di lui

Dal caso Antoniani al caso Cappato

Il 27 febbraio 2017, Fabiano Antoniani, Dj Fabo, da tempo tetraplegico e cieco, mordeva un pulsante e poneva fine alla sua vita, in una clinica svizzera.

Al suo fianco Marco Cappato, esponente dei radicali e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni. Fu questi ad offrirsi come accompagnatore, ad assumersi l’onere della testimonianza e, tornato in Italia, ad autodenunciarsi. Perché, secondo il Codice penale, art. 580, “agevolare l’esecuzione” del suicidio e “istigare” ad esso corrispondevano ad un medesimo reato. Fino a ieri.

La provocazione di Cappato colpì nel segno, e convinse il Tribunale di Milano a rimettere alla Consulta la decisione in merito alla costituzionalità di quella norma, che tanto sembrava al pm confliggere con il diritto alla dignità della vita enunciato nella nostra Carta fondamentale.

A questo punto- siamo nell’ottobre 2018- il caso giuridico diventa caso politico: è ciò che accade quando una norma improvvisamente si trova a stridere con i tempi. La Corte costituzionale riconosce l’ambiguità della legge, e affida al Parlamento il compito di scioglierne l’impianto e riconsiderarne la portata, giungendo ad introdurre un lecito “aiuto” al suicidio, eventualmente limitato ai soli casi terminali ed ai pazienti la cui vita sia ridotta ad una condizione “indegna”.

Ma in un anno, il Parlamento non ha prodotto risultati, rimandando la questione alla Consulta: ennesimo segno di mutismo della politica, che non rappresenta ma rispecchia la società civile. Lacerata, confusa, stordita in ogni suo membro, divisa tra l’affermazione del “dovere della vita” e il riconoscimento del “diritto” ad una vita dignitosa.

Una spaccatura che la Corte, e non il Parlamento, ha tentato di riconsiderare.

“Il suicidio” di Octave Tassaert

Il suicidio come posizione

Lo scandalo del suicidio non è una scoperta della contemporaneità: è da quando ci si interroga sul senso della vita che ci si è resi conto di non poter trascurare la pulsione per la morte. Di doverla motivare.

Un tentativo antico, che anticamente produsse posizioni radicali: da una parte quella di chi negava la liceità del suicidio, dall’altra quella di chi affermava l’irragionevolezza della vita a tutti i costi.

Platone, Aristotele e Levinas sono interpreti della prima delle due posizioni, secondo tre prospettive differenti: rispettivamente l’idea del suicidio come atto contrario alla volontà divina, la concezione del suicidio come atto ingiusto nei confronti della comunità, la descrizione del suicidio come atto anti-etico, perciò malvagio.

Per Platone e Aristotele  si compie, suicidandosi, un’azione ingiusta nei confronti di qualcuno: la divinità, il Destino nel caso di Platone, la Natura, l’umanità nel caso di Aristotele. Per Levinas, e per la tradizione ebraica da questi interpretata, il suicidio è un atto in sé cattivo, o, meglio, contro-senso: perché, se è “l’Altro che chiama il nostro Io ad essere” a definire il senso dell’esistenza, che permette l’ex-sistere come emersione dall'”elemento” assolutamente neutro nel quale siamo immersi, allora togliersi la vita equivale al disconoscimento della possibilità di venire all’esistenza. Cioè a negare il fatto stesso di esistere.

Sul versante opposto stanno gli Stoici, gli Epicurei e Hume, distanti per appartenenza di pensiero, ma accomunati da una concezione dell’uomo condivisa: esso è un essere libero, cioè capace di determinarsi da sé al proprio destino ( il quale, tuttavia, continua a non dipendere dall’uomo stesso). A mutare, tra i tre, è la declinazione di questa libertà.

Per gli Stoici, il suicidio era l’adempimento assoluto al dovere nelle condizioni estreme in cui venga all’individuo impedita la possibilità dell’attuazione di questo dovere stesso, che corrisponde al compimento del proprio essere razionale, del proprio carattere. Per Epicuro, uscire dalla vita per proprio desiderio è l’affermazione più evidente della capacità dell’uomo di determinarsi secondo libertà, piuttosto che a causa della necessità: in ciò, il suicidio mostra che “vivere nella necessità non è affatto necessario”, poiché non vi è uno schema che ordini tale comportamento.

Ereditando i termini della trattazione dalle scuole ellenistiche, Hume afferma che il suicidio possa darsi come unica possibilità di conservare all’uomo la sua libertà, perciò la sua dignità di essere. Anche qui, è il dovere a definire i confini della nostra libertà: il dovere “verso noi stessi” di mantenerci liberi e di evitare “l’annichilimento” delle nostre facoltà.

Kant, autore delle lezioni e delle lettere raccolte in “Sull’etica del suicidio”

L’ambigua condizione del suicida

Al di qua delle posizioni filosofiche sul suicidio, risultato di un pensiero sistematico che riflette alla luce di un “senso” più generale, sta la situazione della scelta dell’individuo: di fronte ad una condizione di vita che sovrasta le capacità di sopportazione, resistere o darsi la morte?

Resta solo l’azione, perciò solo la morale. Il suicidio “da un lato appare biasimevole, da un altro permesso”, dice Kant: permesso, apparentemente, perché l’uomo è libero, ed in quanto tale può disporre del suo corpo come vuole. Biasimevole perché non si dà una libertà che arrivi, legittimamente, ad annientare la persona che di essa è portatrice: la persona è ciò che deve essere conservato.

Dunque, a questo stadio della riflessione, si potrebbe concludere affermando che l’uomo è libero fin tanto che utilizza la libertà per conservare la propria persona.

Ma il ragionamento di Kant non si ferma qui. Ciò che deve essere conservato, infatti, non è l’animalità dell’uomo, il suo mero vivere, bensì la sua moralità: il carattere che fa dell’uomo ciò che è, la sua dignità. Ovvero, con parole tratte dalla Critica del guidizio, la ragione che motiva l’esistenza dell’uomo e, insieme, quella del mondo.

In tal senso, conservare la propria persona significa vivere fin tanto che vivendo si afferma la dignità umana: nella possibilità di fare ciò, toglersi la vita equivale a negare in sè l’umanità intera ed il suo fine. E una simile azione non può che essere dettata da un sentimento di frustrazione per la felicità mancata: una sorta di capriccio, che mira al suicidio perché scopre l’impotenza della volontà di farsi artefice della natura e padrona dei suoi meccanismi.

D’altra parte, di fronte all’impossibilità di rispettare i doveri verso se stessi, cioè la propria moralità o capacità di agire moralmente, è “preferibile sacrificare la vita piuttosto che la moralità”. Ora, è su questo sacrificio che si regge l’ambiguità: perché Kant afferma che sia lecito acconsentire alla morte, qualora resisterle dovesse violare la nostra moralità, ma non togliersi la vita. Perché l’inviolabilità della persona sta nel suo derivare da Di, cioè da una necessità di cui non siamo noi stessi gli autori.

Ma, in questo modo, si introduce nel discorso una questione ulteriore: quella della finalità dell’uomo secondo le intenzioni della divinità, e si trascende la questione dell’azione giudicata in sé, cioè rispetto alla pura moralità dell’obbedienza al dovere che ci prescrive di essere morali in assoluto, non di vivere ad ogni costo.

È qui, nell’incapacità di giudicare l’azione in sé, senza far riferimento ad orizzonti escatologici, che si arena la ricerca umana, il dialogo sociale e, con esso, la più alta mediazione politica. E ancora la libertà riposerà sui “valori”, e non sulla legge che essa da sé si è data.

 

 

 

 

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