La follia tra disagio e fortunata inconsapevolezza nelle commedie di Pirandello e Salemme

Che cos’è la follia? Una domanda banale, ma che ci poniamo da tempo. Dalla letteratura più antica, fino al teatro contemporaneo di Vincenzo Salemme. 

Frase di Alda Merini esposta ad una mostra a Napoli

La follia è una tematica letteraria che affascina moltissimi lettori. A partire soprattutto dal ‘900 è diventata leitmotiv di diverse opere letterarie, grazie anche alla fortuna della psicoanalisi. Questa tematica è anche una delle principali della poetica pirandelliana, in particolare nel teatro. Ancora oggi la follia gode di grande fortuna, se pensiamo che fra i personaggi più affascinanti di svariate serie tv ci sono eccentrici folli che vedono il mondo in un modo diverso e per questo ci intrigano. Sulla scia pirandelliana esiste anche una commedia recente, dal titolo E fuori nevica. 

Scena della commedia “E fuori nevica” in cui il protagonista costringe i fratelli a festeggiare ogni notte il suo compleanno

La follia classica dai Greci ad Ariosto

Dare una definizione precisa di folle è una missione a dir poco impossibile, ma attraverso la letteratura è possibile osservare i vari aspetti di questa condizione così particolare. Uno degli esempi più emblematici della follia è quella di Orlando nell’Orlando Furioso di Ariosto. In questo primo modello non c’è spazio per quella alienazione che caratterizzerà i personaggi pirandelliani, bensì la follia di Orlando riguarda come sappiamo la rabbia e l’impossibilità di accettare una realtà. Ariosto con il passo più famoso del suo poema non si limita a definire la furia del protagonista, ma in generale la stupidità degli uomini che si illudono fino a perdere la ragione. Nella fattispecie, scoperto che la sua amata è stata di un altro, Orlando cerca di negare la realtà anche a se stesso, finché non impazzisce.

Quanto più cerca ritrovar quiete,

tanto ritrova più travaglio e pena;

che de l’odiato scritto ogni parete,

ogni uscio, ogni finestra vede piena.

Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;

che teme non si far troppo serena,

troppo chiara la cosa che di nebbia

cerca offuscar, perché men nuocer debbia.

– Orlando furioso, Ludovico Ariosto

L’irrazionalità della furia tremenda di Orlando viene resa testualmente da una serie di iperbole, arrivando a dire perfino che Orlando spezza un sasso con le sue mani.

La follia di Orlando non è simulata, ma è reazione vera e umana ad una situazione di tradimento per lui inaccettabile. Troviamo l’idea di una follia simulata invece nell’antichità, per esempio nell’Iliade quando Ulisse si finge folle per non partecipare alla spedizione a Troia. In generale secondo i Greci la follia veniva provocata da una divinità molesta, come Lyssa o Mania e si manifestava con l’irrazionalità e l’inclinazione alla violenza. Nella tragedia greca, la follia viene spesso indotta da divinità ed è conseguenza di ingiustizie oppure unica via d’uscita.Ad esempio Sofocle nella sua tragedia Aiace racconta proprio di Aiace che, diventato folle dopo che Ulisse si è impadronito delle armi dell’amico Achille, massacra una mandria, ma è convinto di aver ucciso i compagni. Si suicida per la vergogna, non potendo sopportare un tale disonore. Il personaggio di Aiace viene visto in tal senso a metà fra follia ed eroismo.

Per quanto riguarda il pensiero romano, non troviamo come ad esempio in Platone un’idea di follia poetica, ma i maggiori pensatori romani come Seneca condannano la follia, posta in antitesi con la saggezza.

La follia come fuga

La rivoluzione del ‘900 nel modo di concepire la follia riguarda il fatto che, grazie a Freud, l’uomo diventa consapevole di quanto la realtà della società sia imposta e di come reprima il suo vero io. Un modo per non essere divorati dalle convenzioni sociali è la follia, che non imprigiona l’uomo in alcun vincolo ma lo rende libero.

Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! O con una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Volubili! Oggi così e domani chi sa come! Voi vi tenete forte, ed essi non si tengono più. Volubili! Volubili! Voi dite: questo non può essere! e per loro può essere tutto.

– Enrico IV, L. Pirandello

In tal senso, i personaggi pirandelliani non sono folli nel vero senso della parola, bensì scelgono di esserlo per fuggire da una condizione che non desiderano. È il caso di uno dei drammi più apprezzati di Pirandello, l’Enrico IV. Il protagonista dell’opera, di cui non ci viene svelato il vero nome, prende parte ad una cavalcata in costume in cui impersona Enrico IV. Un rivale in amore lo fa cadere e dopo aver battuto la testa di convince di essere realmente il personaggio di cui vestiva i panni. Dopo 12 anni rinsavisce, ma decide consapevolmente di rimanere nella sua maschera e nella sua follia per non affrontare la realtà. Il protagonista ha vissuto dodici anni da malato di mente, ma in modo spensierato e al sicuro dalla vita reale. La follia diventa, quindi, via d’uscita dal dolore.

Luigi Pirandello stesso aveva conosciuto nella sua vita privata le difficoltà e le implicazioni di una mente particolare, poiché come sappiamo la moglie Maria Antonietta Portulano soffriva di crisi di gelosia immotivate fino a sfociare alla pazzia. Ho una moglie, caro Ugo, da cinque anni pazza, confida l’autore all’amico Ugo Ojetti in una lettera. La situazione peggiorò finché Pirandello non dovette internarla in una clinica, poiché era arrivata a vedere perfino la figlia come una rivale e ad accusare il marito di avere una storia con lei. Quindi, pazzia reale o simulata che sia, Pirandello conosceva bene questi aspetti della vita.

Quando la follia non è una scelta: E fuori Nevica

Ovviamente, l’idea della simulazione della follia in teatro trova un importante precedente nel teatro elisabettiano con l’Amleto di William Shakespeare. Nella famosissima tragedia, si sovrappongono la vera pazzia di Ofelia come una vera e propria malattia mentale e la finzione di Amleto, che su suggerimento del fantasma del padre si finge infatti folle per ingannare lo zio.

Allo stesso modo, una follia non simulata e bensì reale quanto a tratti esilarante è quella di Cico, protagonista di E fuori nevica. Di recente approdata anche al cinema (con un film che però non rende abbastanza giustizia ai tempi comici degli attori, che il teatro ovviamente rende meglio), si tratta di una commedia scritta e interpretata da Vincenzo Salemme, da un’idea di Enzo Iacchetti. La vicenda è incentrata su tre fratelli: Enzo, interpretato proprio da Vincenzo Salemme, che è stato via da casa dall’età dei 18 anni a causa del suo lavoro, quello di mezzo, Stefano, interpretato da Carlo Buccirosso che si è preso cura della mamma e del terzo fratello, Cico, interpretato da Nando Paone. Il fratello Cico è un tipo molto particolare, soffre infatti di una malattia mentale che lo rende a dir poco eccentrico ed esilarante agli occhi dello spettatore.

– Enzo, nostro fratello è malato. Ha una forma di schizofrenia simile alla paranoia ossessiva. Un misto di autismo e bipolarismo, quasi epilessia.

– Ma che le tiene tutte lui?

(I due fratelli parlano di Cico in una scena della commedia)

Quando la loro madre muore, i tre scoprono che il suo testamento impone che possano avere accesso all’eredità solo a patti di rimanere sempre insieme. Viste le stranezze di Cico, però è difficile per i fratelli pensare di restare uniti. Cico, infatti, ripete ossessivamente nevicaaaa! anche se non sta nevicando, chiede a gran voce di mangiare puré e lo offre bollente ai fratelli, ogni volta che sente parlare di polizia si crede un poliziotto, ecc.

Fra una risata e una scena drammatica, la commedia riflette sulla pazzia e sul punto di vista di un personaggio così particolare eppure così affascinante. Alla naturalezza ed ingenuità del fratello stupido si contrappone il personaggio di Enzo, attaccato alla fama e al denaro. L’alienazione imposta dalla sua condizione lo pone su un piano non di inferiorità, ma di comprensione tutta sua di una realtà. Allo spettatore risulta chiaro come, nella sua folle mente, Cico possieda comunque una certa logica e strappi più che un felice sorriso, un’amara risata.

È finito il teatrino!

– Cico

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