La crisi continua: il tramonto della rappresentanza politica nello Stato italiano

Una crisi di governo dentro una crisi politica. Risolto (apparentemente) l’arcano formalmente dischiuso l’8 agosto scorso, avviato l’iter per la costruzione di un “nuovo” governo, ridefinita la maggioranza parlamentare le acque sembrano essersi calmate. Ma sono acque di palude.

Dal populismo dichiarato al trasformismo applicato, lo iato tra politica e società civile si allarga, con grave danno al concetto di “rappresentanza”: un abisso virtualmente colmato da strategie di ossessiva ricerca del consenso. Ma dove origina la crisi? E, soprattutto, verso dove si dirige?

particolare del Palazzo del Quirinale

 

Sono le 10:30 di mattina, minuto più minuto meno. Dalla stanze del Palazzo del Quirinale trapela, via social ed agenzie di stampa, la risoluzione del Professor Giuseppe Conte di accettare “con riserva” l’incarico di formare una squadra di governo. E’ l’alba del “Conte due”: direzione “novità”, dopo che le strade del “cambiamento” si sono allagate. La discontinuità tanto bramata sta nel nome: nessun “bis”, ma un nuovo inizio.

Così, la guida della politica italiana viene assunta dagli alleati M5S-PD, dopo 445 giorni di trazione affidata all’asse M5S-Lega: un cambio di maggioranza parlamentare, risultato dell’accordo tra due forze politiche virtualmente minoritarie, anche unite, nell’elettorato reale attuale, che segna ancora una preferenza per lo schieramento di destra- centrodestra.

Nessuna inversione di egemonie, dunque. Che si presti o meno fede ai sondaggi, infatti, è evidente la distanza che separa l’apparato amministrativo del Paese dalla società civile. Una distanza dalle origini lontane, che tanto il populismo consolidato quanto il rinnovato trasformismo non fanno che velare, essendo entrambi modi di non-rappresentatività politica.

Da cosa deriva la “crisi della rappresentanza” della classe politica? C’è una strada alternativa percorribile?

Sono domande fondamentali, che non possiamo ignorare perché solo la loro coscienza può far luce nell’abisso nel quale sprofondiamo.

una caricatura di Depretis con il corpo di un camaleonte

Dal populismo al trasformismo e ritorno

Se sono vere le parole dell’ex e prossimo premier Conte, e cioè che è necessario un “nuovo Umanesimo”, allora occorrerà ridefinire anche il mirandolesco concetto di “microcosmo”, trovando magari soggetti diversi dall’uomo. L’Italia è un buon candidato.

Qui, il rapporto tra società civile e comunità politica si è rotto già da tempo, dal cruciale 1992 almeno. E qui, da tempo, sono stati elaborati metodi politici capaci di sostituire la rappresentatività. Il figlio più illustre di questa stagione è il populismo ultra-contemporaneo, che al popolo come massa indistinta di elettori ha sostituito il consumatore, soggetto collettivo dotato di una volontà univoca e indifferenziato al suo interno. Una reinterpretazione della volontà collettiva di Rousseau in cui la volontà ha perso ogni razionalità per divenire assenso all’immagine proposta.

Il contatto politico della rappresentanza, fondato sul concetto di responsabilità o, kantianamente, “rispetto” per il “dovere morale”, stabiliva un rapporto di attribuzione del potere ordinato, dagli individui alla classe politica, definendo il carattere “repubblicano” della “forma di governo”: la Costituzione repubblicana, nel pensiero illuminista, è quella che prevede una netta distinzione dei poteri dello Stato, e non può fare a meno della rappresentanza, secondo Kant, perché senza sarebbe inevitabile l’assunzione di tutti i poteri da parte di un medesimo soggetto politico. Se il popolo, legislatore, diviene anche esecutore, la forma di governo è dispotica.

Ciò che produce il populismo in chiave consumistica è proprio questa- per il momento ancora virtuale- assunzione della sovranità popolare, che sta costituzionalmente nella facoltà dei cittadini di darsi le proprie leggi, attraverso il Parlamento, da parte dell’esecutore governativo che si erge a incarnazione della consensualità comune. Con risultato la perdita di autonomia della popolazione, la quale autonomia, in sistemi complessi quali quelli moderni, è possibile solo tramite il principio di rappresentanza.

Ma la responsabilità può essere infranta anche appellandovisi, come ha fatto Conte nel suo discorso al Senato del 20 agosto scorso, in nome della ragion di Stato, Nasce, così, un altro abominio del vuoto di rappresentatività politica italiano. Un mostro per la verità antico, proveniente dall’era dei primi vagiti dello Stato unitario: il trasformismo. Così definito dalle parole del suo più celebre interprete, Agostino Depretis esponente della Sinistra storica del Regno unitario, descrive una strategia tesa a mantenere un certo asset istituzionale, internazionale e storico dello Stato attraverso l’invenzione, da parte di un soggetto governativo inamovibile, di intese politiche e commistioni anche contraddittorie e incoerenti. Un’ applicazione circoscritta del motto del Gattopardo “cambiare tutto perché nulla cambi”, che, piuttosto che interpretando le rivoluzioni sociali, si assicura il controllo della politica assicurandosi l’interesse della maggioranza degli eletti, anche a costo di dover modificare, in questo suo tentativo, il proprio statuto e indirizzo.

Sono modalità collegate, spesso in reciproca dipendenza, entrambe emblematiche di una crisi che esse sono chiamate a nascondere, come ideazioni di classi politiche che traggono la propria legittimità ora evocando, ora gestendo un presunto popolo italiano.

busto di Pericle

Il sacrificio della formazione personale

Platone, nel Menesseno, fa dire a Socrate che la democrazia ateniese è “una aristocrazia con l’approvazione dei più”. Formula, questa, scimmiottata dal celebre “discorso di Pericle”agli ateniesi e raccolta da Tucidide.

L’idea è quella che, più avanti nel tempo, sarà formalizzata da Aristotele: la “politia”, il “governo dei molti”, è la migliore forma di governo perché si dà come “giusto mezzo” tra la “democrazia” e l'”oligarchia”, e ne corregge le storture. In essa, infatti, a governare è una moltitudine, ma una moltitudine sufficientemente agiata da potersi permettere di servire lo Stato. Una moltitudine di “aristoi”.

Ora, la questione è come individuare il carattere dell'”aristos”, del “migliore”: un problema etico-politico, che per Platone, e in un certo senso anche per Aristotele, non può essere risolto delegando alla moltitudine del “popolo” il compito di scegliere la sua classe dirigente tramite consenso. Affidare un ruolo simile alla massa, significherebbe spianare la strada del governo ai demagoghi, coloro i quali sanno su quali corde puntare per catturarsi il favore dei più.

La soluzione, per Platone, è una definizione preventiva del complesso della società dei cittadini secondo 3 gruppi determinati, i produttori, i guerrieri e i governanti, che operi anzitutto una distinzione secondo le qualità naturali dell’individuo, in secondo luogo una formazione completa di questi che permetta di svilupparne le capacità: dalla prima distinzione emergono la classe dei produttori e quella dei guerrieri, dalla seconda emerge la classe dirigente dei filosofi, soli degni di guidare lo Stato.

L’intera comunità è coinvolta nella maglie di un sistema per certi versi rigido, per altri interconnesso e collaborativo, in cui il criterio discriminante, in base al quale si dà qualcosa come i gruppi sociali, è il diverso grado di razionalità degli individui, generato dalla natura e scoperto dall’educazione.

Ciò che filtra, in un sistema repubblicano in cui “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, è il problema della identificazione di quelle persone adatte a guidare lo Stato: gli aristoi, eletti dalla totalità dei cittadini come rappresentanti in Parlamento, ai quali è affidata la responsabilità di interpretare le istanze sociali e di farne delle leggi, le quali devono essere attuate da un governo la cui formazione ed il cui operato passa costantemente al vaglio delle Camere, sotto la supervisione del più alto garante della Carta costituzionale, il Presidente della repubblica.

Il sistema si regge su di una serie di responsabilità intrecciate, la prima delle quali è quella degli eletti nei confronti dei cittadini. Come può prodursi una frattura tra questi soggetti, facendo conto che essi siano ciascuno un gruppo sociale compatto? Da cosa deriva lo iato tra classe politica e società civile?

Volendo dare una risposta sintetica: dalla crisi degli strumenti di formazione dei rappresentanti. Dalla corruzione del soggetto politico moderno, il “moderno Principe” con le parole di Gramsci: il partito. Non il partito in sé si è esaurito, ma il compito che conferiva a questa creazione senso e lavatura. O, meglio, ad essersi affievolite sono le capacità di interpretare un simile compito, che è anche un destino. La formazione dell’individuo, l’educazione morale cui si accompagni una produzione etica: è quanto ha perso di importanza, venendo trascurato, e lasciando un vuoto di significato tra l’esistenza di una società civile e la presenza di una classe politica.

Questo vuoto viene riempito di vacuità, necessaria, tuttavia, a misurare il gradimento del leader, unica fonte di legittimità cui questi possa aggrapparsi: è la “pubblicità” che il leader, la classe politica, fa della sua persona, perché questa venga notata, quindi elevata a “migliore”. Da questo processo di “spettacolarizzazione”, per dirla con Debord, emergono non dei rappresentanti, ma dei naturali candidati sempre in cerca di approvazione e riconoscimento.

interno di una industria 4.0

Nuove strutture, vecchia politica

Concezione, produzione, vendita. Sono i tre momenti del processo di immissione di beni sul mercato, fondamento del sistema industriale.

Mentre il capitalismo moderno, nel suo sviluppo fino alla caduta del Muro e il termine della Guerra Fredda, si concentrava per lo più sulla produzione, in una continua gara a rendere più concorrenziale la merce abbattendo i costi della sua realizzazione, l’era successiva dell’unificazione pressoché totale dei mercati e, ancora oltre, dello sviluppo impetuoso e della diffusione delle tecnologie provenienti dalla “Terza Rivoluzione Industriale”, ha il suo fulcro altrove. Nella concezione e, soprattutto, nella vendita.

Tali mutamenti riguardano l'”Economico”, quel complesso di rapporti sociali finalizzati alla gestione della circolazione delle merci e al rafforzamento del mercato: quello che con Marx era un Economico-industriale, oggi è un Economico-commerciale. Ciò che conta, nella competizione per l’incremento del capitale, è il bisogno che riesce a creare l’immagine pubblica, la “pubblicità, di una merce.

Intuire il cambiamento sul piano della produzione può essere utile per chiarire la genesi della crisi della formazione politica e per elaborare prospettive differenti.

Per quanto riguarda la crisi, possiamo azzardare brevemente un parallelo tra il tramonto della centralità del sistema-fabbrica e l’avvizzimento del soggetto-partitico: entrambi, pur non avendo esaurito il proprio ruolo produttivo, vedono disciogliersi il loro senso sociale ed esistenziale. Alla perdita di importanza della lavorazione di un bene, corrisponde una perdita di rilevanza del processo di formazione della persona in rapporto al ruolo che essa dovrà occupare nel sistema produttivo. Ed i luoghi di quella lavorazione e formazione permangono come involucri vuoti, ancora utili al consumo.

Un’alternativa politico-sociale, perciò, non solo è possibile, ma è anche necessaria. Anzi, kantianamente, proprio perché è un dovere, è una possibilità.

Le proposte che seguono sono solo accennate, e meriterebbero maggiore spazio espositivo, ma tentano, comunque, di definire tre linee sulle quali una politica consapevole dovrebbe orientarsi: la ridefinizione dello Stato-nazione, la ridefinizione del paradigma democratico e la ridefinizione dello strumento partitico.

Innanzitutto, ripensare l’istituzione Stato-nazionale. Farlo alla luce di un contesto globale in cui il sistema economico e le sfide geopolitiche sono in gestione di centri di potere geograficamente interni ai confini statuali, ma molto spesso indipendenti dalle politiche nazionali, perché connessi in reti che abbattono ogni limes: è il caso delle “città globali” descritte da Saskia Sassen. Reti internazionali di denaro e potere in cui ogni città elemento dell’intreccio ha un suo ruolo specifico, a prescindere dalla distanza reale.ù

In secondo luogo, comprendere il modelle politico del futuro come “repubblicano” prima e più ancora che come “democratico”. Kant prima e Habermas poi riconobbero l’importanza di una “forma” di governo incentrata su una Legge fondamentale e sulla condivisione di una “cultura politica”: questo è un sistema compiutamente aperto alla cittadinanza e integrabile a livello europeo. Democrazia è, invece, un modo di governare affidando la sovranità al “demos”. Ma la definizione di questo “popolo” è storicamente problematica ed esclusiva.  La nostra Costituzione è già chiara su questo: l’Italia è una Repubblica in cui la sovranità popolare, democratica, si esercita secondo la Legge, cioè secondo la Costituzione stessa, e lo fa attraverso il Parlamento, assemblea dei rappresentanti eletti dai cittadini.

Infine, reinventando un soggetto politico sensato, cioè utile alla mediazione tra società civile e comunità politica, che sappia evolversi sempre di più verso una connessione tra il piano transnazionale e la dimensione locale e che impari ad operare su scale diverse dell’amministrazione di una entità politica unitaria.

Lorenzo Ianiro

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