La consapevolezza della morte ci spinge a vivere? Il tempo da Seneca ad “Arrivederci professore”

Il film “Arrivederci professore”, ora nelle sale e primo al box office, ci invita a riflettere su come l’idea della morte possa spingerci a cogliere l’attimo. Molto prima Seneca nel De brevitate vitae e nelle Lettere a Lucilio ci illuminava sul modo in cui dobbiamo sfruttare il nostro tempo.

Quante volte ci lamentiamo di avere poco tempo, di non aver colto delle occasioni o di aver paura di vivere di rimpianti? È una sensazione tipica della condizione umana la paura della morte e di conseguenza la paura di sprecare tempo. In realtà, può avvenire anche nella vita di tutti i giorni, mentre stiamo respirando e quindi siamo biologicamente vivi e in salute, di stare in realtà morendo, in quanto non viviamo nel pieno delle nostre possibilità. Ed è proprio l’idea che in questa vita siamo solo di passaggio che dovrebbe indurci a non consumarla inutilmente. Tale riflessione sta alla base di un film che è ora nelle sale, che può farci riflettere sul modo in cui ci approcciamo al tempo che ci è stato donato. Sicuramente mai come Seneca nelle sue opere ha fatto.

Arrivederci professore

Il film Arrivederci professore narra la storia di un professore di letteratura, interpretato da Johnny Depp, a cui viene diagnosticato un cancro allo stadio terminale. Da quel momento rivoluziona totalmente la sua vita: decide di vivere totalmente senza filtri, fuori dagli schemi e di avere consapevolezza di ogni giorno come se fosse l’ultimo, perché da quando sa di essere malato, del resto, è così. Il paradosso di tale concezione è il fatto che sia la consapevolezza della morte a spingere un uomo a vivere al meglio. Il film è stato per questo paragonato a L’attimo fuggente o ad American beauty. Un desiderio di sfruttare l’esistenza, che arriva solo dopo aver capito di starla per perdere, è infatti un concetto sicuramente inflazionato, tuttavia sicuramente importante da riprendere. Tanto più che, consapevole del suo errore, oltre a voler sperimentare ogni eccesso non avendo niente da perdere, il professore vuole far ritrovare la gioia di vivere anche ai suoi alunni e cacciare chi non sia interessato alle sue lezioni.

Il vindica te tibi di Seneca

Fai così, o mio Lucilio, rivendica te stesso per te, e il tempo che finora ti veniva portato via o sottratto o ti sfuggiva, mettilo da parte e custodiscilo. Persuaditi che queste cose stanno come ti scrivo. Parte del nostro tempo ci è strappata via, parte sottratta, una parte scorre via. Ma lo spreco più vergognoso è quello che avviene per trascuratezza. E se vorrai farci attenzione, gran parte della vita scorre via nel far male, la massima parte nel non far nulla, tutta la vita nel fare altro. Trovami uno che attribuisca un qualche valore al tempo, che apprezzi il valore di una giornata, che comprenda di morire giorno dopo giorno. In questo ci inganniamo, per il fatto che noi vediamo la morte davanti a noi: gran parte di essa invece è già passata; tutto il tempo che ci sta alle spalle appartiene alla morte. Fa’ dunque, o mio Lucilio, ciò che mi scrivi di stare facendo: tienti stretta ogni ora. Così potrai dipendere meno dal futuro, se prenderai possesso dell’oggi. Mentre si differisce, la vita passa.

Nella prima epistola delle Lettere a Lucilio, Seneca tratta il tema della fugacità del tempo, che già aveva analizzato nel dialogo De brevitate vitae. Lo scopo di tale epistola è invitare il lettore (infatti Lucilio funge come tu generico, Seneca sta parlando, potremmo dire, con noi), a non sprecare il tempo che gli è stato donato, ma a sfruttarlo prima che sia troppo tardi. Immediatamente Seneca, infatti, esorta l’amico a rivendicare se stesso per sé. Questa celebre massima (in latino vindica te tibi), usata sovente come sinonimo del carpe diem, sintetizza la concezione che Seneca aveva della vita e del tempo. Infatti, ci lamentiamo sempre di avere poco tempo, ma in realtà ne abbiamo molto, semplicemente non lo usiamo come dovremmo. Dum differtur, vita transcurrit (mentre si differisce, la vita passa). Solo quando è troppo tardi ci rendiamo conto di aver sprecato la nostra vita, che è invece preziosa e soprattutto lunga abbastanza per essere vissuta al meglio. Per Seneca la nostra esistenza non è breve, siamo noi a renderla tale:

La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell’indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall’estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.

– Seneca, De brevitate vitae, I.I

Esistere e vivere

Certamente l’idea di un tempo effimero e di una vita fugace, in altre parole, il pensiero della morte, non deve per forza esserci nemico. Può essere, invece, un monito, come accade per il professore del film, che riesce a vivere davvero solo grazie al fatto di stare per morire. Se Epicuro non aveva paura della morte, in quanto quando c’è la morte non ci siamo noi e quando ci siamo noi non c’è la morte, d’altro canto non è sbagliato cogliere ogni momento, proprio per timore della morte. Non occorre arrivare ad un estremo insieme di eccessi, lo stesso Seneca seguace dello stoicismo non approverebbe mai ciò, ma basta prendere in mano la propria vita. Non serve, purtroppo per noi, una diagnosi che attesti la nostra imminente morte, poiché sappiamo tutti di essere mortali e di passaggio in questa vita. Pertanto non potendo sfuggire alla nostra morte fisica, possiamo invece non esistere passivamente. Come diceva Oscar Wilde:”vivere è la cosa più difficile al mondo, molta gente esiste e nulla più”. Se non vogliamo solamente esistere, ma vivere davvero, allora rivendichiamo noi stessi per noi, prima che sia troppo tardi.

Silvia Argento ©

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