Un evento apparentemente innocuo che mina la stabilità internazionale e alza nuovamente la tensione attorno alle armi nucleari: analizziamo ora come viene effettuato l’arricchimento.

L’Iran sta arricchendo l’uranio.

Hassan Rouhani e Donald Trump

Nulla di nuovo, a quanto pare. Da anni ormai Stati Uniti e Iran giocano su questo tema, con accordi siglati e non rispettati, ma di recente hanno tirato dentro anche l’Europa, aumentando le tensioni ancora una volta per questo famoso arricchimento. Arricchiscono l’uranio, sì. Ma che vuol dire?

Dalla Seconda Guerra mondiale in poi questo materiale ha suscitato l’interesse delle maggiori nazioni mondiali per potenzialità energetiche e belliche, tanto che durante la guerra fredda Russia e USA hanno giocato alla corsa agli armamenti per chi avesse il deterrente più grande. E arricchivano l’uranio per costruire bombe.

Arricchimento dell’uranio

Processo di arricchimento dell’uranio.

L’uranio è un elemento della tavola periodica definito “pesante”, ovvero con un alto numero di protoni e neutroni. Questi elementi sono caratterizzati da una instabilità intrinseca, oltre che da una tendenza alla radioattività. La miscela isotopica che lo caratterizza, ovvero atomi dello stesso elemento ma con differrente peso atomico, è composta dall’isotopo 235, più leggero e meno abbondante (o,72%) e dall’isotopo 238, più pesante ed abbondante (99.28%). L’arricchimento consiste quindi nel modificare queste percentuali naturali, spostando più in alto quella dell’isotopo 235, così da ottenere un prodotto più prestante dal punto di vista della fissione nucleare.

Le battaglie politiche

Veniamo quindi al sodo. Quali erano gli accordi fra Stati Uniti e Iran? Perchè l’istrionico Trump ha mandato al diavolo gli accordi con Hannas Rouhani per rimettere le sanzioni economiche tanto odiate?

In primis, le sanzioni economiche erano state poste nel 2015 dall’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama per impedire allo Stato mediorientale di sviluppare il programma nucleare senza supervisione internazionale. Sanzioni che furono fedeli al loro scopo, tanto che gli iraniani accettarono la supervisione di commissari internazionali per bloccare il tetto dell’arricchimento al 3.67% di uranio 235, materiale utilizzabile e ad alto rendimento per scopi civili legati all’industria energetica. Insieme a questo accordo andò di pari passo un risarcimento per i danni economici causato dalle sanzioni, che fu di 150 miliardi di dollari (non proprio spicci!).

Trump, dal canto suo, non aveva preso bene questo accordo, portando in campagna elettorale la sua rottura qualora fosse diventato presidente. Tanto che l’8 maggio 2018 l’ha violato, imponendo nuovamente le sanzioni allo Stato mediorientale. L’accusa alla base di ciò è stata il non rispetto dei limiti da parte dell’Iran ed aver arricchito in segreto l’uranio ben oltre la soglia del 3,67% limitata dagli accordi. Una politica diplomatica di certo aggressiva, che ha caratterizzato tutta la sua presidenza. Bisogna inoltre capire l’entità di queste sanzioni, che colpiscono principalmente il petrolio, maggiore export del Paese che prima delle sanzioni copriva il 64% dell’intera cifra (8% dell’export petrolifero mondiale). L’intera vicenda ha ovviamente incrinato i rapporti fra i due Stati, sfociati nella ripresa ufficiale da parte dell’Iran dell’arricchimento dell’uranio, circa un anno dopo l’entrata in vigore delle sanzioni. In questo periodo l’Iran ha provato infatti a trovare un alleato nella mediazione europea, senza però avere successo.

Per la costruzione di un ordigno nucleare siamo ancora distanti, si necessitano infatti vari chilogrammi di uranio arricchito al 95%, molto distante dal 3.67% che fino a poco tempo fa era permesso dall’accordo. Sperando ovviamente, che si concluda tutto con toni pacifici.

Pietro Pecchini

 

 

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