Ilva, non Ilva o altro: un caso eminente di inconciliabilità tra progresso e sostenibilità

Quello dell’ex Ilva è il dramma. Con i suoi attori: economia e società. Ed il suo autore: Marx. 

Perché il suo sviluppo si è interrotto?

Un operaio dell’Ilva durante una manifestazione

La vera domanda è: c’è qualcosa che non funziona nello sviluppo, nella logica dello sviluppo?

In auge almeno dalla Seconda Rivoluzione Industriale, essa sembra essere, oggi, in crisi. Messa alle strette da un fattore imprevisto: l’ambiente.

Riadattare la produzione ai nuovi limiti è un’operazione complessa: ne è un caso esemplare la vicenda che coinvolge l’ex Ilva di Taranto, dilaniata nell’alternativa tra una riconversione che sacrifica parte del personale e un mantenimento regolare della produzione. Che grava sulla salute degli abitanti della città.

Un dramma industriale che cela un dramma filosofico: la fine di un modo di pensare. Quello dialettico. E, forse, l’alba di un nuovo senso.

Marx ed Engels in una famosa statua a Berlino Est

In principio era Marx

L’Ilva è figlia dello sviluppo industriale occidentale. O, meglio, è l’incarnazione italiana tristemente più famosa del capitalismo moderno e della sua logica: logica sulla quale si basa il funzionamento dell’economia industriale.

Potendo raccogliere la varietà e la complessità della galassia produttiva di matrice capitalista in un unico sistema, composto di elementi comuni diversamente articolati, otteniamo un concetto utile: quello di Economico. Nello specifico, l’Economico capitalistico è il sistema produttivo che si basa sull’accumulo di plusvalore, da parte dell’industriale, attraverso uno sfruttamento del lavoro che ingrossa il capitale investito nell’azienda.

In estrema sintesi, è questa la realtà descritta da Marx nel Capitale. Dal punto di vista economico.

Com’è facile da capire, ciò ha importanti conseguenze sui piani sociale e politico. Per quel che riguarda il primo aspetto, una simile organizzazione produttiva genera una contrapposizione netta tra i due gruppi partecipi in diverso modo del processo produttivo: capitalisti e proletariato, infatti, sono le due parti di una lotta di classe dagli esiti, secondo Marx, necessari.

Sul piano politico, una tale organizzazione strutturale ha prodotto una sovrastruttura ideologica liberale alla quale lo stesso Marx contrappose un modello alternativo: l’organizzazione collettivista del lavoro, fondante l’ideologica comunista.

Ma qual è il senso di tale prospettiva marxiana? Come possiamo leggere le varie articolazioni, economiche, politiche e sociali, di tale pensiero? Come parti, forse, di un sistema, erede di Hegel, la cui regola è il conflitto, e la logica della quale regola è la dialettica?

È, questa, una interpretazione verosimile. Se le diamo ascolto, allora dobbiamo accettare che sul paradigma Tesi-Antitesi-Sintesi si dispieghi la realtà dell’umano per Marx.

Innanzitutto la realtà storica, il senso della Storia: il progresso, infatti, è storia di negazione. Dell’Altro, se guardiamo al rapporto economico-sociale. Della Natura, se assumiamo uno spettro esteso al significato stesso del produrre.

Disegno rappresentante un’industria manifatturiera moderna

Le eredità della “nuova” economia

L’economia capitalistica, tuttavia, non rimane invariata dai tempi di Marx.

Raggiunto il suo apice produttivo durante le due guerre mondiali e toccati i limiti della sua espansione durante la Guerra Fredda, il “vecchio” sistema economico-industriale ha cambiato pelle. Tanto che, dalla sua muta, è uscito un che di nuovo, che conserva la sua eredità solo perché non ha ancora trovato il modo di disfarsene.

La fine della contrapposizione tra i due blocchi, e la “vittoria” dell’egemonia capitalista ha portato ad una espansione del mercato per i Paesi produttori. Poi ad una industrializzazione in senso capitalistico dei nuovi arrivati. Infine, ad un relativo livellamento degli standard produttivi dei vari Paesi industrializzati.

Ciò significa che la concorrenza tra prodotti pressoché identici si è dovuta spostare dal piano della loro produzione al piano della loro vendita: essendo minime le differenze tra i sistemi produttivi nelle capacità di immissione di beni sul mercato nella maggior quantità al minor costo, le società industriali hanno cominciato a investire sulla “vendita”. Cioè sulla pubblicità del prodotto, sulla sua forma.

Anche per questo motivo si parla, oggi, di una società post-industriale, in cui la produzione e la fabbrica sono passate in secondo piano rispetto alla pubblicizzazione e al marketing.

Inoltre, importanti cambiamenti sono avvenuti nel campo della società. Sul quale la marxiana identificazione per classi è andata sempre più sfumando in virtù dell’espansione del “ceto medio”, avvenuta sia per l’allargamento del mondo capitalistico, sia per l’integrazione di fette sempre più ampie di popolazione in nuovi settori lavorativi.

Quest’ultima è una possibilità aperta grazie a quel processo socio-politico definito come “burocratizzazione” degli Stati. Un evento che ha raggiunto i suoi massimi esempi negli Stati occidentali a regime totalitario e semi-totalitario, ma che ha coinvolto in generale quei Paesi in cui lo Stato è divenuto, per un certo periodo, pervasivo nella vita economica della nazione.

Al “ceto medio” così artificiosamente ingigantito sono state offerte, poi, più ampie libertà di scelta.  Anzi, maggiori opportunitàdi investimento: fosse il bene da investire il tempo o il denaro in surplus.

Ciò significò una immissione sul mercato di quantità maggiori di prodotti, ed una loro pubblicizzazione ancora più meticolosa. Con l’obiettivo di gonfiare a dismisura i bisogni già creati per dopare i consumi e mantenere attivo il mercato. Cioè la produzione.

Fotomontaggio realizzato per protestare contro l’inquinamento causato dall’Ilva di Taranto

Necessità nella dialettica

Eppure, il sistema così descritto è in crisi. Non apparente, ma sostanziale.

Facciamo finta di poter astrarre dalle leggi di mercato, ignoriamo i “naturali” cicli della produzione. Immaginiamo, per l’oggi, una diversa causa di crisi, attingendola dal futuro prossimo: l’irreversibile alterazione degli equilibri ambientali che implica l’esaurimento delle risorse e, soprattutto, il mutamento delle condizioni di abitabilità del pianeta.

Una causa così comporta uno stravolgimento della logica industriale: la necessità passa dall’essere un attributo essenziale della dialettica, del suo dispiegarsi, al darsi come elemento ineliminabile che si frappone allo scorrere fluido degli ingranaggi del Logos. Una necessità nella dialettica. Che implica un ripensamento del sistema.

Ciò che abbiamo chiamato “necessità” e che abbiamo contrapposto alla logica del progresso dialettico, cioè al capitalismo, non è altro che la determinatezza del futuro. Un fattore che sconvolge il meccanismo di accumulazione del capitale, sul piano economico come su quello finanziario: la logica dialettica, infatti, presuppone l’indeterminatezza del futuro. È la clausola basilare per lo sviluppo.

Ora, data l’inaggirabilità di questo ostacolo, è chiaro che parlare di “sviluppo” accoppiandogli l’aggettivo “sostenibile” non risolva il problema. E ciò perché tale proposta si regge ancora su di una logica dialettica.

Lo sviluppo, il progresso non può fare a meno dello sfruttamento: dell’ambiente e del lavoro. Nell’ottica di un allontanamento illimitato dell’orizzonte presso il quale le risorse da sfruttare si esauriscono.

Oggi un simile allontanamento si mostra nella sua faccia più illusoria. E, in più, lo sfruttamento appare svantaggioso: perché impiegare certi tipi di risorse altera pericolosamente gli equilibri dell’ecosistema, avvicinando ancora di più l’orizzonte di cui sopra. E perché il mercato coinvolge un ceto medio sempre più partecipe del giudizio sulla vendibilità di un prodotto.

Perciò, la possibilità per la riconversione industriale nell’epoca della necessità si riduce all’adozione della prospettiva della “sostenibilità” piuttosto che dello “sviluppo sostenibile”.

Ciò significa instaurare una cooperazione tra capitalista e fruitore nella creazione di una nuova produzione, capace di far fronte alla necessità di una conversione dei mezzi di produzione. Una conversione, detto in tra parole, favorevole all’ambiente.

Rimane aperta, tuttavia, la questione relativa ai costi di una simile riconversione. Testimone l’ex Ilva. Una questione che, se abbandonata dalla mediazione politica, rischia di ridursi al solo piano del mercato. I cui meccanismi sono capaci di riadattarsi semplicemente sostituendo mezzi vecchi con i nuovi.

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