Il vizio dell’intellettuale: perché gli scrittori sono dediti ad alcool e fumo?

Oggi ogni foto da pseudo intellettuale ha elementi che non possono mancare: bicchiere e sigaretta, ma perché? Scopriamo come nasce lo stereotipo dello scrittore dedito al vizio.

 

Alcolici e sigarette: ci sono forse due simboli che meglio possono rappresentare l’immagine dello scrittore? Da Montale a Truman Capote, da D’Annunzio ed Hemingway, da Simone De Beauvoir ad Alda Merini: tabagismo e una sincera passione per la bottiglia sono i comuni denominatori degli intellettuali.

 

L’ultima sigaretta

Non capisco come si possa vivere senza fumare.
Hans Castorp

 

Sicuramente non lo capisce nemmeno Zeno Cosini, che sta sempre lì, a posare e riaccendere quell’ultima sigaretta che tanto piaceva anche ad Italo Svevo, oppure ai protagonisti dei romanzi di Salinger: ne “Il giovane Holden” il verbo fumare compare 24 volte, in “Franny e Zoey” le sigarette fumate sono 61. Tante quante sono le sigarette che- così pare- fumasse Alda Merini ogni giorno. Per quanto riguarda Hemingway non possiamo fare stime precise, ma sappiamo per certo che dovendo scegliere, fumerebbe uno dei suoi amati sigari cubani. Umberto Saba invece, decisamente più old school, opterebbe per la pipa, mordicchiandola spesso e volentieri. Tutti oggetti elitari, se messi a confronto con le sigarette rollate dai partigiani, quelli che con carta e foglie arrotolavano tabacco grezzo prima, durante e dopo ogni loro azione; proprio come faceva lo stesso Beppe Fenoglio, del quale non esiste foto che lo ritragga privo della sua sigaretta, e che sembra aver seguito pedissequamente la lezione del buon Bukowski che cita  “Trova ciò che ami e lascia che ti uccida”, dal momento che Fenoglio, per quelle tante e amate sigarette, ci è morto a 40 anni, per complicazioni polmonari.

Se non si sa per certo quando sia nata la sigaretta, anche se si suppone che risalga- nella forma più vicina alla nostra- nel 1840 per mano dei soldati musulmani durante l’assedio di San Giovanni d’Acri, si sa che il momento in cui la sigaretta inizia ad essere effettivamente associata alla figura dell’intellettuale è durante il Decadentismo. In questo periodo, fumare costituisce l’emblema dell’artista decadente, anche grazie a Baudelaire, che ne “I fiori del male” fa parlare una pipa, e che dedica anche una sezione al vino, enfatizzando anche l’altro grande compagno degli artisti: l’alcool. Anche se in passato fumare era già una pratica comune- basti pensare a Byron o Coleridge, consumatori d’oppio, è nella seconda metà dell’Ottocento che la sigaretta diventa la naturale estensione della mano dell’intellettuale (forse anche più della penna). La sigaretta, dal tabacco pregiato, estratta da accessori eleganti, diventa simbolo di superiorità spirituale, auto-rappresentazione tramite la quale l’esteta ribadisce la sua diversità rispetto alla borghesia massificata, come fa per esempio Andrea Sperelli ne “Il piacere” di D’Annunzio, che fuma solo sigarette russe, tutte rigorosamente estratte dal suo astuccio d”argento smaltato, mentre è circondato da sfarzo, divertimento e arte.

Un bicchiere di troppo

Lo scenario di Andrea Sperelli può richiamare nella nostra mente le sale da ballo dei Roaring Twenties, tanto amate da Fitzgerald e da sua moglie Zelda, dove oltre alle sigarette, a non mancare mai era l’acool. Nei suoi romanzi, sempre parzialmente autobiografici, i protagonisti non fanno altro che bere Gin Rickey, il suo cocktail preferito. Lo beveva anche durante il loro soggiorno a Parigi, dove ha passato del tempo con l’amico Hemingway, sicuramente desideroso del suo cocktail preferito, il Mojito de la Bodeguita, a Cuba, a suo dire il migliore al mondo, ma che nella capitale francese aveva sostituito con il Martini. Jack Kerouac aveva gusti decisamente più semplici, beveva qualsiasi cosa gli capitasse sottomano, dal momento che Kerouac sosteneva “Non bere per ubriacarti, ma per goderti la vita”. Al contrario Truman Capote beveva per non scrivere, dal momento che considerava la sua professione “un lungo intervallo fra un drink e l’altro”. Nonostante le opinioni discordanti, i due hanno avuto una cosa in comune: la cirrosi epatica.

Ancor più della sigaretta, l’alcool è onnipresente tra le varie star della letteratura, essendo stato, per citare Homer Simpson- che se ne intende di alcool più di tutti- la causa e la soluzione di tutti i loro problemi. Gli scrittori sono persone emotive, e forse, questo mondo non è fatto per i sensibili, per questo l’alcool sembra la strada più ovvia e sicura.

 

Scrivi ubriaco, correggi sobrio

Quanto alcool e fumo hanno influenzato il processo creativo di personalità così rilevanti non è facile da stabilire. Hemingway sosteneva che il modo migliore fosse scrivere da ubriachi, e correggere da sobri, ma non possiamo sapere quanti effettivamente abbiano messo in pratica il suo consiglio. Quello che è certo, però, è che alcool e fumo rendono decisamente le loro personalità più interessanti, così come i protagonisti dei loro romanzi. Cosa è Zeno Cosini senza la sua sigaretta? Cosa è Henry “Hank” Chinaski senza il suo whiskey?  Lo scrittore vagheggia nel suo vizio, vi si abbandona e gode della sua insulsa trasgressione, mai da intendersi come gesto plateale, ma più come rivelazione del proprio tormento interiore e del proprio senso di inadeguatezza.

Anche Stephen King aveva avuto una dipendenza dall’alcool, e ne parla in “Autobiografia di un mestiere”, dove se inizialmente giustificava il suo amore per la bottiglia affermando banalmente che gli piacesse bere, inizia poi a riflettere e a scovare ragioni sempre più profonde sul perché si beve. La risposta? È che non ci sono motivi, si beve e basta- pertanto King ha smesso da tempo, affermando:

Hemigway e Fitzgerald non bevevano perché erano creativi, diversi o moralmente deboli. Bevevano perché è quello che fanno gli alcolisti. Probabilmente è vero che le persone creative sono più vulnerabili di altri all’alcolismo e alla dipendenza dagli stupefacenti, e allora? Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi della strada.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 thoughts on “Il vizio dell’intellettuale: perché gli scrittori sono dediti ad alcool e fumo?

  1. Bell’articolo, ma sento il bisogno di fare un piccolo appunto. D’Annunzio scrive che il prezioso astuccio porta sigarette di Andrea Sperelli, leggermente curvo per essere comodamente riposto nella tasca dei pantaloni, è d’argento smaltato e non d’oro.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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