Il ricordo dei morti fra festività e letteratura: la catabasi e la memoria dei defunti

Il 2 Novembre è la Festa dei morti, tradizionalmente dedicata al ricordo dei cari scomparsi. Nella letteratura il confine fra vita e morte viene superato in molte opere famosissime, vediamo perché. 

Ulisse sconvolto di vedere sua madre nell’Ade in una scena della miniserie televisiva “L’Odissea”

Domani si celebra la commemorazione dei defunti. Durante questa festività in Italia ogni città ha differenti tradizioni, ad esempio Andrea Camilleri ha raccontato come in Sicilia si usasse da bambini porre sotto il letto un cesto di vimini, che nella notte i parenti defunti riempivano con doni e dolci. Nonostante ogni zona abbia diversi modi di celebrare la festa dei morti, la motivazione è sempre la stessa: ricordare chi è scomparso per colmare il divario che ci separa dalle nostre perdite. Anche la letteratura ha provato a superare questo confine, con famosissimi esempi di opere che ancora oggi leggiamo e ci sorprendono ogni giorno con passi in cui avviene la catabasi. 

Discesa agli Inferi, dipinto di Pietro Lorenzetti

Origini della catabasi

Catabasi è un termine che deriva dal greco καταβαίνω (katabaino) ovvero discendere ed indicava presso i greci proprio la discesa di una persona nell’Ade. La catabasi è un topos letterario, si riscontra quindi in molte opere ed è tipica della cultura greca. Infatti, l’ultima delle fatiche di Eracle fu proprio la discesa negli Inferi. Viene tuttora utilizzato questo termine nel linguaggio moderno per indicare anche la ritirata militare, oppure quindi proprio il momento in un’opera letteraria in cui un personaggio si trova nell’aldilà. Un altro topos letterario è la necromanzia, dal greco νεκρός (necrós) cioè “morto” e μαντεία (manteìa) ovvero “predizione”. Questo termine indica il momento dell’evocazione dei morti, oggi è molto usato soprattutto nella narrativa di genere fantasy (esiste perfino una carta del gioco Yugioh che porta questo nome, in quanto il suo effetto è quello di rievocare quattro mostri dal cimitero delle carte dell’avversario).

Gli esempi di catabasi e di necromanzia sono tanti e la maggioranza illustri, primo fra tutti ovviamente l’opera che è interamente costruita su una catabasi: la Divina Commedia di Dante, che ovviamente dialoga con una importante tradizione antecedente.

“Di me ricordati, onde io non resti senza lagrime addietro”

L’XI libro dell’Odissea di Omero viene considerato il primo esempio di catabasi. In realtà, Ulisse non scende letteralmente nell’Ade, ma rimane sull’ingresso, per questo alcuni critici sono più propensi a definire quella di Ulisse come una necromanzia e ad individuare come primo esempio di catabasi l’Eneide. Tuttavia, Odisseo ha comunque un incontro con i defunti in cui si rievocano varie tematiche come il destino e la memoria, quindi che si tratti di necromanzia o catabasi poco importa, in quanto questo passo dell’Odissea ci permette di comprendere alcuni aspetti culturali interessanti.

Ulisse incontra innanzitutto il suo compagno Elpenore, morto poco prima, che lo implora di dargli degna sepoltura e ricordarsi di lui, così che non possa svanire del tutto. Infatti, secondo la cultura greca chi non veniva degnamente sepolto era destinato a vagare senza meta in una zona esterna all’Ade e ad essere dimenticato. Il ricordo dei morti presso gli antichi, come sappiamo, era di fondamentalmente importanza.

Ti prego, quando io so, che alla Circéa

Isola il legno arriverai di nuovo,

Ti prego, che di me, Signor mio, vogli

Là ricordarti, onde io non resti, come

Della partenza spiegherai le vele,

Senza lagrime addietro, e senza tomba,

E tu venghi per questo ai Numi in ira.

– Elpenore a Ulisse, Odissea libro XI

La tematica della tomba senza lacrime verrà ripresa da Ugo Foscolo nella famosissima A Zacinto, in cui l’autore ha esplicitamente avuto Omero e soprattutto Ulisse come modello. Come il re di Itaca, Foscolo ha paura di non poter mai tornare in patria e come Elpenore di ricevere una tomba senza lacrime.

[…]

Per cui bello di fama e di sventura

Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,

O materna mia terra; a noi prescrisse

Il fato illacrimata sepoltura.

– U. Foscolo, A Zacinto

Da un lato, quindi, il ricordo e dall’altro la preoccupazione di lasciare i propri cari. Infatti, Ulisse incontra anche Achille, che come faranno i defunti della Divina Commedia a Dante, chiede notizie sui suoi parenti.

Non consolarmi della morte, a Ulisse

Replicava il Pelíde. Io pria torrei

Servir bifolco per mercede a cui

Scarso, e vil cibo difendesse i giorni,

Che del Mondo defunto aver l’impero.

Su via, ciò lascia, e del mio figlio illustre

Parlami in vece. Nelle ardenti pugne

Corre tra i primi avanti? E di Peléo,

Del mio gran genitor, nulla sapesti?

– Achille a Ulisse

Il momento senz’altro più importante di questo passo è l’incontro con l’indovino Tiresia, che predice a Ulisse il suo futuro. Tale scena è un espediente narrativo molto interessante, in quanto permette al lettore di scoprire ciò che succederà, al di là del fatto che lo sappia anche il fittizio protagonista.

Tuttavia, il momento sicuramente più famoso della catabasi omerica è l’incontro di Ulisse con sua madre. Il re di Itaca si stupisce di vederla fra i morti e comprende da ciò che ella è defunta mentre lui era via. Infatti, Ulisse è lontano dalla sua patria e non aveva idea della scomparsa della madre, né aveva avuto opportunità di salutarla o chiedere della situazione a Itaca.

Ulisse vuole abbracciare il fantasma della madre, Jan Styka

Enea nell’Ade

Il libro VI dell’Eneide contiene il momento in cui Enea discende agli Inferi e incontra suo padre, che gli rivelerà il futuro di Roma. Il passo, chiaramente celebrativo della grandezza della gens iulia (leitmotiv di tutta l’Eneide), è fra i più famosi del poema in quanto Virgilio, oltre allo straordinario linguaggio che lo caratterizza sempre, qui ci mostra anche come veniva immaginato l’Ade ai suoi tempi.

Qui tutta una folla dispersa si precipitava alle rive,

donne e uomini, i corpi privati della vita

di magnanimi eroi, fanciulli e intatte fanciulle,

e giovani posti sul rogo davanti agli occhi dei padri:

quante nelle selve al primo freddo d’autunno

cadono scosse le foglie, o quanti dall’alto mare

uccelli s’addensano in terra, se la fredda stagione

li mette in fuga oltremare e li spinge nelle regioni assolate.

Stavano eretti pregando di compiere per primi il traghetto

e tendevano le mani per il desiderio dell’altra sponda.

Ma lo spietato barcaiolo accoglie questi o quelli,

gli altri sospinge lontano e scaccia dalla spiaggia.

– Eneide, Libro VI

Come sarà nella Divina Commedia, il traghettatore delle anime cui Virgilio fa riferimento è proprio Caronte. Viene descritto come horrendus e squalor, ovvero come orrendo e puzzolente. Gli Inferi sono un luogo in cui le ombre vadano sperdute in attesa di un giudizio. Il giudice infernale è peraltro Minosse sia nell’Odissea, sia per Virgilio, sia poi vedremo per Dante.

Così Omero descriveva Minosse:

Minosse io vidi, del Saturnio il chiaro

Figliuol, che assiso in trono, e un aureo scettro

Stringendo in man, tenea ragione all’Ombre.

– Odissea, Libro XI

Come Ulisse, Enea incontra grandi eroi e importanti personaggi, finché non incontra suo padre Anchise. Lo scopo di questo colloquio è duplice: da un lato si tratta di un passo encomiastico volto a celebrare gli uomini illustri della gens di Augusto, dall’altro vuole dare consapevolezza all’eroe della sua missione.

Virgilio modello dantesco

La differenza sostanziale che divide gli altri esempi di catabasi e la Divina Commedia non è solamente il fatto che tutto il poema dantesco sia una catabasi. Infatti, il punto focale del lavoro di Dante sta nello scopo principale della catabasi stessa: negli altri poemi, la discesa dell’Ade è un’esperienza personale dell’eroe che gli serve a compiere le proprie imprese. Al contrario, Dante concepisce il proprio viaggio come il vero scopo finale, la catabasi non è un espediente, una pausa o un’esperienza di arricchimento, ma un cammino verso la salvezza. Molti hanno paragonato questo viaggio ad un percorso psicoanalitico, ma l’esperienza di Dante non è semplicemente personale, bensì collettiva, riguarda tutta una cultura religiosa ed uno scopo di catarsi assoluto.

Se Ulisse va nell’Ade da solo e Sibilla conduce Enea, Dante ha scelto come guida proprio Virgilio, che ha letto e amato nel corso della sua vita. Virgilio è un pagano, nonostante questo però per Dante rappresenta la ragione ed il maestro ideale. Anche perché nel Medioevo il poeta latino godeva di grande fortuna, considerato che si pensava che nella IV egloga quando parla di un puer, egli si riferisse proprio alla venuta di Cristo (del resto l’interpretazione in chiave cristiana della cultura classica era estremamente frequente nel Medioevo).

O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore

che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ ha fatto onore.

– Dante a Virgilio, Divina Commedia, Inferno, Canto I

Necromanzia e rituali

A volte la celebrazione dei morti diventa non più un semplice ricordare, ma si trasforma in un rituale molto specifico ed inquietante. È il caso della Pharsalia di Lucano. In questo poema in ottica anti-virgiliana, Lucano non vuole celebrare la grandezza di Roma, bensì mostrare come questa sia stata distrutta dalle guerre civili, costruendo difatti un’anti-Eneide. Quindi, Virgilio nel libro Vi con la catabasi celebra la grandezza della stirpe di Augusto in un momento quasi solenne, la necromanzia di Lucano (che ritroviamo sempre in un libro sesto) è un passo inquietante e spaventoso. Esso consiste in un rituale di una maga che evoca lo spirito di un soldato morto per sapere l’esito della guerra civile. La maga Eritto predice, come ha fatto Tiresia con Ulisse, il futuro a Pompeo interrogando lo spirito, tuttavia attuando un rituale mostruoso in uno dei passi più macabri del poema di Lucano.

Dopo di avere mischiato sozzure comuni

ed altre famose, aggiunse fronde stregate a

da un empio scongiuro, ed erbe intrise sul nascere

da sputi dell’orrida bocca, e tutti i veleni

che ella preparò per il mondo. Più forte di tutte le erbe a

evocare gli dèi dello Stige, dapprima emise mormorii

dissonanti e molto diversi dal linguaggio umano.

– Pharsalia, Lucano, Libro VI

Tala rituale non può non ricordarci le pratiche di seduta spiritica che a volte in questo periodo vengono messe in pratica, oppure in generale il gusto per il macabro che accompagna la fine di Ottobre.

 

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