Il Nord Italia mafioso su grande e piccolo schermo: Vallanzasca, Faccia d’angelo e Lo spietato

Tre biopic ci raccontano la storia, spesso sottovalutata, del fenomeno mafioso nel Nord Italia, tra infiltrazioni meridionali ed esperienze del tutto autoctone nel bel mezzo degli anni di piombo.

Riccardo Scamarcio interpreta Santo Russo, alias Saverio Morabito; fonte: rollingstone.it

Tre interpreti straordinari per tre criminali che hanno segnato la storia, pseudo-mafiosa e non, dell’Italia settentrionale tra anni Settanta e Ottanta: Kim Rossi Stuart è Renato Vallanzasca nella pellicola diretta da Michele Placido; Elio Germano impersona Felice Maniero nella miniserie Sky “Faccia d’angelo“; Riccardo Scamarcio interpreta Santo Russo (alias Saverio Morabito) nel film Netflix “Lo spietato“. Tre pellicole per raccontare l’ascesa (e la caduta) della criminalità organizzata al Nord, tra Banda della Comasina, Mala del Brenta e ‘Ndrangheta fuorisede.

Vallanzasca: rapine e sequestri all’ombra della Madonnina

Per il pensiero comune settentrionale, generalizzando, è inusuale pensare alla mafia, in senso lato, come ad un qualcosa di slegato dal contesto centro-meridionale. Il Nord stereotipato del progresso, quello dei “polentoni” e della Gran Milàn, spesso confina, ingenuamente e per una sorta di meccanismo di autodifesa, il fenomeno mafioso al Centro-Sud, quello arretrato, dei “terroni” e della Mafia con la emme maiuscola. Ma la mafia, o meglio l’associazione a delinquere di stampo mafioso, è un atteggiamento, un modus operandi a-territoriale, che sicuramente richiama le azioni della Mafia sicula, ma che se ne può anche distanziare in maniera netta ed incontrovertibile. Già solo organizzazioni come la Camorra, la ‘Ndrangheta o la Sacra Corona Unita presentano numerose differenze dall’archetipo siciliano, oltre ovviamente a differire tra loro stesse. In una visione superficiale, un settentrionale poco informato in materia potrebbe estendere l’operato di Cosa Nostra dal Lazio a Portopalo di Capo Passero, punta più meridionale della Sicilia. Forse la Banda della Magliana, anch’essa ben rappresentata su grande e piccolo schermo, potrebbe sottrarsi da questo fantasioso computo. E questa visione, in toto, forse sarebbe anche rassicurante. Del resto non erano lì, nel Meridione, che scorrazzavano i briganti fino a poco più di un secolo fa? Ma se il germe mafioso fosse cresciuto e sbocciato autonomamente in seno alla “capitale” dell’Italia sopra il Po? Come reagirebbe quel “polentone” disinformato considerando da questa prospettiva Renato Vallanzasca e la sua Banda della Comasina?

Kim Rossi Stuart interpreta Renato Vallanzasca; fonte: programma.sorrisi.com

Ebbene sì, il famigerato bel René altro non è che un mafioso. Pur mancando di una serie di elementi più o meno accessori (legami di sangue, affiliazione etc.), la Banda della Comasina in fin dei conti è sostanzialmente un’organizzazione criminale di stampo mafioso. Con boss, o meglio leader, Renato Vallanzasca, milanese doc. E la sua storia è stata ben raccontata dal biopic “Vallanzasca – Gli angeli del male” del 2010, diretto da Michele Placido e basato sul libro, firmato Vallanzasca stesso e Carlo Bonini, “Il fiore del male. Bandito a Milano”. Con un ottimo cast ed una colonna sonora d’eccezione, targata Negramaro, il film, nato dopo una travagliatissima gestazione, narra l’ascesa di Renato Vallanzasca, tra 1972 e 1987, anno della definitiva incarcerazione. Le vicende, fedeli all’autobiografia ma comunque romanzate per il grande schermo, hanno destato non poche critiche, in particolare in merito alla modalità di rappresentazione, colpevole, a detta dei detrattori, di mitizzare una figura negativa come quella del criminale milanese. Secondo il regista l’opera vuole però essere un percorso di “delitto e castigo“, letto anche da una prospettiva cattolica, senza esaltare in maniera inverosimile il protagonista. Protagonista che rappresenta quasi un unicum nella scena criminale lombarda degli anni di piombo.

Renato Vallanzasca, leader della Banda della Comasina; fonte: lettera43.it

In giovane età legato alla ligéra, la malavita milanese poi soppiantata delle organizzazioni meridionali, Vallanzasca decide di operare in autonomia, e costituisce così la Banda della Comasina. La sua fama e la sua ricchezza crescono grazie alla prime rapine, ma la sua ascesa subisce una battuta d’arresto nel 1972, quando viene incarcerato per la prima volta. Dopo quattro anni e mezzo, in cui cambia ben 36 carceri, Vallanzasca riesce ad evadere in ospedale, dopo aver volontariamente contratto l’epatite. Nel suo periodo di latitanza, la Banda, avvicinandosi alle modalità criminali tipiche del Sud, apre una stagione delittuosa di sequestri di persona. Nel ’77 Vallanzasca viene nuovamente catturato, pochi giorni dopo l’efferato scontro a fuoco di Dalmine, nel bergamasco, costato la vita a due agenti della polizia stradale. Durante la reclusione, Vallanzasca, come ben raccontato nel film, stringe un’alleanza con Francis Turatello, altro criminale dell’ambiente meneghino legato a clan camorristici e siciliani. Tra rivolte, tentativi di evasione e la sanguinosa esecuzione di Massimo Loi (interpretato nel biopic da Filippo Timi), il bel René riesce a fuggire, in modo quantomeno rocambolesco, dall’oblò di un traghetto, con il quale doveva essere trasferito in Sardegna. Dopo una ventina di giorni di latitanza, Vallanzasca viene definitivamente ricatturato, e termina così la sua carriera, e di conseguenza anche l’attività della Banda della Comasina. E’ bene sottolineare come la Banda, nel corso degli anni, non si sia sostanzialmente mai legata ad altre organizzazioni criminali italiane, a prescindere dal rapporto personale tra Vallanzasca e Turatello. Ciò è un’ulteriore prova dell’a-territorialità del fenomeno pseudo-mafioso, che, slegandosi da ogni possibile rapporto di emulazione, ha colpito la provincia meneghina in modo pienamente spontaneo, con la Banda anche figlia del complesso contesto storico-politico di quegli anni.

Felice Maniero: d’angelo solo la faccia

Curiosamente sia Renato Vallanzasca che Felice Maniero, i due principali esponenti della mafia made in Nord, condividono degli epiteti legati al piano estetico: se il primo fu soprannominato bel René in virtù del suo fascino, il secondo venne bollato “faccia d’angelo” grazie all’apparente bonarietà del suo viso. Ed è proprio questo il titolo della miniserie televisiva prodotta da Sky ed uscita, in due puntate, nel 2012. Diretto da Andrea Porporati, il biopic racconta la storia della Mala del Brenta e del suo leader, Felice Maniero, interpretato magistralmente da Elio Germano. Come accaduto per la pellicola di Placido, anche la miniserie si è attirata numerose critiche in merito alla spettacolarizzazione della vita di un efferato criminale. Ed anche in questo caso la sceneggiatura è stata basata su un libro biografico, “Una storia criminale“, firmato Maniero e Andrea Pasqualetto. Se nel biopic sul bel René però le interazioni dirette col criminale era state parecchie, sia a livello di sceneggiatura che di diretto confronto con Kim Rossi Stuart, nella fase di produzione di “Faccia d’angelo” i rapporti sono stati inesistenti. Per espressa volontà di Elio Germano e di Sky, la caratterizzazione del personaggio avrebbe dovuto infatti slegarsi da un intento documentaristico, cercando piuttosto di “creare una continuità con l’immaginario” degli italiani, citando Germano. Sempre in quest’ottica è da interpretare il film, fedele nella ricostruzione storica ma comunque adattato alle logiche televisive.

Elio Germano interpreta Felice Maniero; fonte: mymovies.it

Il biopic ripercorre, non citando mai Maniero direttamente ma chiamandolo il Toso (“ragazzo” in veneto), la vita del criminale, e quindi l’epopea della Mala del Brenta, tra 1967 e 1993. Agli inizi l’attività era molto limitata e “provinciale”: la banda infatti, poco numerosa, si nutriva di piccoli furti, nella zona tra Venezia e Padova. Nel giro di pochi anni, nei primi ’80, la nascente Mala iniziò a legarsi ad altre micro-organizzazioni dell’area veneta, e gradualmente estese il proprio campo d’azione al traffico d’armi e stupefacenti e ai sequestri di persona. La Mala iniziò ad ampliare il proprio dominio territoriale, che si estendeva su Veneto, Emilia e Friuli, spostando le proprie mire su Venezia, cercando di abbandonare quell’iniziale carattere di provincialità. Il punto di svolta si ha il 10 ottobre 1980, nella cosiddetta “notte dei cambisti“, abilmente narrata nel biopic, durante la quale vennero picchiati a sangue molti cambisti (usurai che prestavano i soldi ai giocatori) del Casinò di Venezia, restii a pagare una quota delle entrate alla Mala. Il gioco d’azzardo era diventato quindi un importante business per Maniero e soci, che si fiondarono anche sul terreno quasi inesplorato della Jugoslavia. Nel novembre del 1985 avviene poi il colpo forse più famoso della banda di Maniero: il furto di 300 kg d’oro all’aeroporto Marco Polo di Venezia, che li portò sotto le luci della ribalta nazionale.

Felice Maniero, leader della Mala del Brenta; fonte: iltempo.it

Per tutti gli anni ’80 comunque la Mala convisse, abbastanza pacificamente, con altre organizzazioni locali, storiche e legate al capoluogo veneto. L’egemonia del Toso era però chiara e mal sopportata dai suoi concorrenti, tanto da portare, nel gennaio ’90, alla tentata scissione veneziana: i fratelli Rizzi, leader della criminalità del capoluogo che da poco lavoravano per Maniero, sfidarono la Mala giustiziandone un “affiliato”. La reazione del Toso fu impetuosa, e molto poco angelica: gli scissionisti, caduti in una trappola, furono infatti brutalmente freddati (memorabile la scena della pellicola). Felice Maniero aveva definitivamente in mano tutta l’Italia Nord-orientale, ed iniziò a stringere alleanze per aumentare ulteriormente i suoi guadagni: sono accertati legami diretti con la Camorra, con le alte sfere politiche della Croazia e con la micro-criminalità provinciale. L’ascesa fu comunque frenata di tanto in tanto dalle vicende giudiziarie di Maniero: ad un primo arresto nel 1980 segue la clamorosa evasione dal carcere di Fossombrone nel 1987; ricatturato al largo di Capri nel ’93, dopo un’altra evasione ed una breve latitanza, il Toso viene arrestato definitivamente nel novembre del 1994. Pochi mesi dopo diviene ufficialmente un collaboratore di giustizia, dando un sostanziale apporto nello smantellamento della Mala del Brenta. L’attività della banda, che sostanzialmente cessò l’azione proprio nel ’94, coinvolse, oltre a rapine e sequestri, anche il traffico di armi e di stupefacenti su scala europea, non lesinando inoltre il ricorso a parecchi omicidi. Come ben sottolineato nella miniserie, la Mala venne trattata dagli inquirenti alla stregua di una mafia meridionale, tanto da venire appellata “la quinta Mafia“. La Mafia del Piovese, altro nome della banda, poggiandosi infatti su modalità d’azioni criminali e su tattiche intimidatorie ed omertose, seguiva infatti “protocolli operativi di tipo mafioso“, come viene dichiarato in una sentenza del 1996. Da un Vallanzasca sostanzialmente indipendente e legato ad un autoctono raggio d’azione si giunge quindi ad un Felice Maniero perfettamente inserito nel contesto del potere mafioso, che ricalca anche concretamente, ed in grado di espandere notevolmente il proprio dominio. Possiamo dunque considerare il Toso come un vero e proprio anello di congiunzione, per la nostra analisi, tra Renato Vallanzasca e Santo Russo, aka Saverio Morabito.

Lo spietato Saverio Morabito, ‘ndranghetista a Milano

Se infatti Felice Maniero rappresenta un mondo di mediazione tra provincialità criminale e impero mafioso tipicamente meridionale, Saverio Morabito si avvicina, almeno in partenza, alla posizione della classica mafia del Sud. Calabrese di nascita, Saverio si trasferisce in giovane età a Buccinasco, zona di periferia del milanese. La sua storia criminale viene narrata nel libro “Manager calibro 9“, di Piero Colaprico e Luca Fazzo, all’epoca cronisti giudiziari per “La Repubblica“. Già il titolo inquadra il contesto dal quale parte la parabola di Morabito: la Milano dei manager, la Milano da bere degli yuppies. In un ambiente simile, Saverio, che benestante non era e che facilmente poteva avvicinarsi alla criminalità calabrese trapiantata in terra lombarda, decide di essere un manager a modo suo, un “manager calibro 9“, uno yuppie col ferro in mano. Con meta la dolce vita del capoluogo meneghino. La sua ascesa, sicuramente non convenzionale, è raccontata anche dalla pellicola, prodotta da Netflix, “Lo spietato“, adattamento cinematografico del saggio di Colaprico e Fazzo. Diretto da Renato De Maria, il film racconta in maniera molto classica, anche gradevolmente citazionistica, la scalata di Santo Russo, alias Saverio Morabito. Il criminale è interpretato da un ottimo Riccardo Scamarcio, che con la sua recitazione regge completamente il film, coadiuvato da un cast valido ma non altisonante.

Locandina del film “Lo spietato”, del 2019; fonte: mymovies.it

Santo, che vive nell’hinterland, inizia ad avvicinarsi alla ‘Ndrangheta degli emigrati, pur con qualche difficoltà, a causa del passato del padre. La strada è quindi in salita, ma Santo riesce a guadagnarsi la fiducia ed il rispetto delle ‘ndrine, dimostrando grande ambizione e ottime capacità. Ambizione che, dopo un inizio “canonico”, inizia a sfociare in una certa insofferenza verso le strutture vetuste della ‘Ndrangheta calabrese. Le sue azioni iniziano a diventare sempre più autonome, con Santo che, accompagnato da un ridotto manipolo di uomini fidati, inizia a pensare in grande. Passa dalle rapine ai sequestri, per poi finire nel traffico di eroina, diventando un vero e proprio imprenditore criminale. Lo strano rapporto con la moglie, interpretata da Sara Serraiocco, e con un’artista francese, sua amante, fanno da contorno. Santo si imborghesisce sempre di più, inizia a girare in Ferrari e vive nel lusso in un attico vista Duomo, dopo aver ucciso il suo vecchio boss ed essersi sempre più estraniato dalle logiche classiche della mafia calabrese. La sua scalata giunge al culmine, tra soldi e posizione sociale, con il ragazzino emigrato diventato finalmente un uomo da temere e da rispettare. Ma in contemporanea, inevitabilmente, inizia anche la sua parabola discendente. I rapporti familiari iniziano a deteriorarsi e Santo, o meglio Saverio, viene arrestato nei primi anni ’90, dopo aver attraversato trent’anni di storia milanese, tra boom economico e yuppismo. E come Felice Maniero anche Saverio Morabito diventa un collaboratore di giustizia, aiutando ad arginare il potere delle ‘ndrine calabresi. Perché, per quanto affascinanti, tutte queste storie, tra Vallanzasca, Maniero e Morabito, non hanno mai un lieto fine, ça va sans dire.

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