Il lavoro dello studente: perché la rinuncia di Greta non piacerebbe a Gramsci

La giovanissima attivista ha deciso: sacrificherà il prossimo anno scolastico per dedicarsi pienamente alla lotta per frenare il cambiamento climatico. Ma l’istruzione, ricorda Antonio Gramsci, è imprescindibile per ogni forma di agitazione ed organizzazione politica.

 

Lottare per il clima: “E’ questa la priorità adesso.” Con questa affermazione, Greta Thunberg, la sedicenne svedese simbolo dei movimenti ecologisti, eletta donna dell’anno nel suo Paese e, a detta di molti, favorita per il Nobel per la pace, annuncia di voler rinunciare al prossimo anno scolastico per impegnarsi a tempo pieno nell’attivismo.

Alle critiche che, puntualmente, hanno colpito la ragazza ha fatto seguito la pubblicazione, da parte del quotidiano svedese Dagens Nyheter, della pagella della studentessa, i cui brillanti voti hanno tacitato molti accusatori. Ma la decisione di Greta rischia di rivelarsi una scelta profondamente anti-politica. E mostra la cattiva salute in cui versa attualmente la concezione dell’istruzione.

Greta Thunberg durante uno dei suoi scioperi per il clima

Skolstrejk för klimatet 

Tutto inizia nell’agosto del 2018: le finestre del Parlamento svedese riflettono l’insolito spettacolo di una adolescente di 15 anni e mezzo che, con un semplice cartello di cartone in mano, sola, annuncia l’inizio di un personale sciopero dalla scuola. Lo scopo è quello di attirare l’attenzione dei governanti sull’aggravarsi del fenomeno del surriscaldamento climatico, smuovendo il disinteresse mostrato dall’apparato politico in materia.

Quella che per molti avrebbe dovuto risolversi in una protesta estemporanea, si rivelò essere la tenace battaglia di una attivista appassionata, e quello che sembrava essere un significativo ma locale evento si tradusse, invece, nell’innesco di un movimento globale, il Fridays for future.

Tra l’ammirazione, suscitata anche nei leader delle Nazioni Unite durante il suo discorso alla COP24 nel dicembre del 2018 e lungo gli scranni del Parlamento europeo lo scorso aprile, e l’ispirazione, che ha motivato lo sciopero mondiale del 15 marzo di quest’anno ed aiutato il successo elettorale dei Verdi (in molti Paesi, e tuttavia, per paradosso, non in Svezia), dimentichiamo che dietro il personaggio c’è una persona. Anzi, una adolescente. Eletta a portavoce e volto della protesta, invitata, richiesta, impegnata Greta ha deciso di fare del suo sciopero una condizione permanente, e del suo impegno un’attività totalizzante.

Insomma, o l’istruzione o l’agitazione e l’organizzazione: nell’aut aut, ognuno scelga per sé.

Il testo di Gramsci che campeggia in cima alle colonne dell’Ordine Nuovo

Istruitevi, agitatevi, organizzatevi…

Il 1 maggio 1919, sulle neonate colonne de l’Ordine Nuovo, compaiono come scolpite tre parole-chiave, motivate da altrettante intenzioni programmatiche. A scriverle era Antonio Gramsci.

La loro posizione non era casuale, segnava il percorso di un progetto politico e, più ancora, di una professione esistenziale: come se dall’una, precedente, traesse forza l’altra che la seguiva e la completava. Innanzitutto, diceva Gramsci, “istruitevi”, dunque “agitatevi” ed infine “organizzatevi”. Senza il primo compito, non può darsi azione politica, perché viene meno la capacità trasformatrice.

Per capire il senso che Gramsci dà all’istruzione, dobbiamo sfogliare i suoi Quaderni del carcere e rintracciare quei testi dedicati alla critica della riforma scolastica di Gentile: lì, il prigioniero, non ancora piegato, arriva a definire l’istruzione come un lavoro. Ci sorprenda questa definizione, perché è il fulcro del pensiero politico di Gramsci.

Il lavoro è praxis trasformatrice, plasma il nostro rapporto con il presente e, in quanto istruzione, ci rende edotti del passato e, pertanto, capaci di futuro: essa educa la personalità, nel senso che la fa emergere e le conferisce gli strumenti per dispiegare la sua potenza sulla reltà.

Ma l’istruzione, proprio perché è lavoro, non è semplice indottrinamento, non descrive, cioè, un movimento unilaterale dal maestro all’allievo: essa è, invece, ciò che risulta dal gioco di due forze, spesso contrapposte, rappresentate da una parte dal senso comune della società nella quale il ragazzo è cresciuto, dall’altra dalla coscienza dello studente, che è il terreno su cui opera il sistema della scuola incarnato dal maestro.

Perciò, lo studente non si dà come individuo da indirizzare, ma come individualità da educare fino ad una genesi, che è più autonoma di quanto noi, oggi, riusciamo ad immaginare.

I Quaderni del carcere di Gramsci nell’edizione Einaudi

…ma istruitevi, innanzitutto

Gli studi del giovane Gramsci erano stati segnati dal sacrificio e dalla dedizione: poverissimo, fino al Liceo si alternò tra la scuola ed il servizio in una fabbrica di ghiaccio a Cagliari. Al termine dell’ultimo anno, vinse una borsa di studio: fu così che riuscì ad andare a Torino, per frequentare l’Università, anche qui patendo la fame, il freddo e i dolori provocati dalla malattia. E’ in questi anni che inizia la sua carriera politica e giornalistica.

Certo, nessun quotidiano pubblicò il suo libretto universitario o la sua pagella, come è accaduto con Greta, ma possiamo immaginare che una cosa del genere non gli sarebbe stata gradita: la sua idea affidava all’istruzione non il compito di rendere i ragazzi “efficienti”, dotandoli di competenze pratiche specifiche, immediatamente valutabili e professionalmente utilizzabili, ma la missione di favorire la “formazione” dell’allievo, la sua maturazione personale. Questa è la strada che porta alla produzione dell’intellettuale, figura fondamentale della prospettiva gramsciana, il cui ruolo è operare una sintesi delle lacerazioni in seno alla società civile attraverso l’educazione, insieme politica ed esistenziale, delle persone che la compongono.

In fondo, più alla risoluzione dei governi e all’attenzione dei media, è proprio all’educazione delle persone che Greta e il movimento che l’ha eletta a simbolo dovrebbero puntare: solo un “ethos” imperniato su un consumo alternativo e sulla sostenibilità, descrittivo di necessità sociali diverse, quindi di mercati economici differenti da quelli attualmente preferiti, solo un “habitus” comune e condiviso può tradursi in legge e, quindi, in governance.

Istruiamoci, perciò, innanzitutto, “perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza” per agitarci e farci sentire, per darci un’organizzazione stabile, per agire politicamente.

                                                                                                                                                               Lorenzo Ianiro

 

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