Il ‘Joker’ di Joaquin Phoenix, una metamorfosi danzante dall’apollineo al dionisiaco

Il protagonista di Philips lasciato a sfogare i suoi più arcani istinti contro le angherie della società che lo circonda

Aggiudicatosi il Leone d’Oro al Festival di Venezia e sicuro candidato – se non addirittura vincitore – per l’Oscar al Miglior Attore Protagonista, la versione della nemesi di Batman realizzata da Todd Philips si aggiudica il primato di Cinecomic più redditizio della Storia.

Smile ‘n’ then die, that’s life

Una vera e propria infestazione: Gotham City è inondata dall’immondizia. Diecimila tonnellate di spazzatura, dicono i notiziari alla tv. È ovunque: sui marciapiedi, nelle case, nei rumorosi vagoni della metropolitana che, ogni giorno, trasportano da nord a sud ricchi e poveri. Insomma, ci sono tutti nei sotterranei della metro, l’unico posto rimasto in cui si è ancora tutti uguali. Siamo nel 1982, ma il richiamo temporale, pur importante narrativamente, non è fondamentale nell’intreccio metaforico. Quindi, se la spazzatura resta lì, i ratti diventano giganteschi quasi quanto i pipistrelli. Mentre le montagne di rifiuti diventano insormontabili, con il loro nauseante puzzo. Così, l’incipit del Joker di Todd Phillips e di Joaquin Phoenix, mette subito le cose in chiaro, quasi a dire “questa non è solo roba da fumetti”. E, se i fumetti – figuriamoci la figura da cui è tratto il film – sono vere e proprie opere d’arte, Jokernon è solo un film straordinario. Ma è anche e soprattutto un film che resterà, che continuerà ad essere citato, raccontato. Che, in qualche modo, rimarrà addosso, come quel trucco sbavato che proprio non vuole venir via, dopo che avete giocato davanti allo specchio – come foste il Travis Bickle di Taxi Driver – immaginando di essere qualcun altro. Mentre ballate sulle note di Frank Sinatra, e del suo inno effimero alla felicità che non esiste. “I said, that’s life (that’s life) and as funny as it may seem…”.

La Staffetta

Ci sono paragoni che fanno storcere il naso e che non hanno motivo di esistere. Nel caso di Joker, però, le cose sono un po’ più complesse. Dopo la versione di Jack Nicholson del 1989 sembrava che nessuno avrebbe mai superato quella forza espressiva, almeno fino all’arrivo di Heath Ledger che, per Il cavaliere oscuro, vinse addirittura la statuetta postuma: dopo di lui qualsiasi tentativo di dar vita al clown psicopatico di Gotham sembrava un’impresa impossibile. Ci provò Jared Leto nel 2016, ma il risultato non fu all’altezza delle aspettative. La musica, però, cambia di nuovo grazie all’interpretazione di Joaquin Phoenix che, nel nuovo film di Todd Phillips premiato con il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, sembra raggiungere un nuovo livello da eguagliare, una nuova performance a cui guardare con gli occhi grandi e commossi. La verità è che paragonare la versione di Joker di Phoenix con quella Ledger, missione che molte riviste d’oltreoceano si sono già prodigate ad approfondire, è uno sforzo inutile, che parte da un assurto su cui nessuno sembra soffermarsi: il personaggio sarà anche lo stesso, ma ad essere cambiato non è solo il modo di impersonarlo, ma anche le fondamenta della storia che si porta dietro. Se Ledger guardava alla psiche deviata alla Hannibal Lecter, ai tic nervosi che facevano capire che quelle azioni erano completamente incontrollate per via di un disagio più profondo, con Phoenix quel disagio riusciamo a toccarlo con mano perché ci viene mostrato dall’inizio fino alla fine. Nel film, infatti, assistiamo alla genesi del personaggio maturando un livello di empatia che nella versione di Nolan non ci aveva sfiorati neanche per un secondo: sapevamo che Batman era il buono e che Joker era il cattivo e tanto ci bastava per decidere per chi tifare. In Joker le cose sono diverse: con Arthur Fleck, clown fallito che sogna di diventare uno stand-up comedian ma che subisce un’angheria dopo l’altra, un’umiliazione e un reticolato di costole incrinate senza che abbia fatto niente per meritarlo, la faccenda è più complessa. I due attori mettono in scena piuttosto versioni complementari dello stesso personaggio. La storia dell’uno (Ledger) inizia dove finisce quella dell’altro (Phoenix). Perciò i due non sono certo comparabili, ma neanche incomparabili. Sono due facce della stessa medaglia, due corridori destinati a passarsi il testimone. Ma quale?

La nascita della tragedia [del Joker]

Il Joker di Philips trasmette allo spettatore un’emozione tanto disturbante quanto familiare. Solidarizzare con un’omicida o un cattivo in generale è una pratica a cui la tv ci ha addomesticato grazie a prodotti come Dexter e House of Cards, serie grazie alle quali ci chiedevamo spesso quanto fosse giusto tendere la mano al protagonista pur sapendo le cose orribili di cui si sarebbe macchiato. La stessa cosa vale per il Joker di Phoenix, un essere tanto sfaccettato e affascinante che per molti meriterebbe la nomination all’Oscar anche solo per quella camminata disarticolata che sembra lo specchio di quanto il suo cuore sia vuoto e per quella risata che cerca di trattenere in tutti i modi possibili, ma che gli esplode in bocca come un petardo. Il che vuol dire che la sua trasformazione da malato di mente ricurvo e abbandonato da una società che lo bistratta, a capo di una rivolta destinata a sovvertire il destino di Gotham, può tranquillamente assumere connotati più positivi che negativi. Gli stessi rinvenibili in quella famosa dicotomia fra spirito apollineo e spirito dioniaco trattata da Friedrich Nietzsche ne La nascita della tragedia. Il primo è sì spirito armonico, ma frutto di un’imposizione, regolato da canoni e convenzioni imposte dalla società. Quella stessa che sottopone il malato mentale alla legge più inflessibile eppur impensabile: comportarsi come se fosse sano. Che appiccica l’etichetta di ‘strano’ al diverso, e di ‘deforme’ al disarmonico. Il secondo è spirito libero, orgiastico, che vince su ciò che la società taccia di esser giusto e sbagliato facendosi danza più potente della morte. Ed è proprio attraverso la danza del Joker e della colonna sonora che l’accompagna, che Arthur Fleck segnala i momenti più importanti della sua metamorfosi. Che, in chiave nietzschiana più che mescolata, lo trasforma in nichilista prima e in oltreuomo poi, ribaltando completamente i ruoli fra buono e cattivo, fra supereroe e villain.

 

 

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