Il grande Lebowski e Italo Svevo: non fare di tutta l’inettitudine un fascio

L’inettitudine è un tema tipico della letteratura del primo ‘900, ed ha avuto come eminente portavoce Italo Svevo. In campo cinematografico è invece emblematico “Il grande Lebowski”, pellicola del 1998. Le analogie si fermano però all’apparenza, in quanto l’inettitudine è intesa in due accezioni quasi opposte.

John Goodman (sx) e Jeff Bridges (dx), in una scena de “Il grande Lebowski”, 1998; fonte: justwatch.com

Fede incrollabile nel progresso scientifico e positivismo hanno segnato indelebilmente tutto l’Ottocento, con una diffusa atmosfera di ottimismo, ingenuo. Con l’avvicinarsi del nuovo secolo, le fondamenta del pensiero comune ottocentesco iniziarono però a vacillare: la crisi della filosofia positivista gettò l’individuo in un vero e proprio panico esistenziale. Il crollo delle certezze lasciò infatti non pochi in completo disarmo dinnanzi al “nuovo” mondo, ora non più completamente conoscibile e comprensibile. Proprio in questo contesto, il mondo culturale, soprattutto nel primo Novecento, iniziò a raccontare il disagio, in fondo atavico, dell’uomo moderno.

Passività involontaria, ma consapevole, nella triade sveviana

Proprio in questo contesto, un’autore che, senza dubbio, ha fatto dell’inettitudine e della riflessione esistenziale, spesso pessimistica, la propria cifra contenutistica distintiva è Italo Svevo, pseudonimo di Aron Hector Schmitz. Nato a Trieste, allora austriaca, nel 1861, Svevo è il maggiore rappresentante italiano di una cultura di derivazione mitteleuropea. La formazione culturale di Svevo è molto complessa e variopinta, e subisce numerosi influssi, che sono testimoniati proprio dalla scelta del suo pseudonimo, volto a sottolineare la sua doppia matrice italo-germanica. In questo quadro singolare, egli entra in contatto, ideale o fisico, con numerosi personaggi spesso germanofoni, che in Italia erano conosciuti in maniera marginale. Impossibile sarebbe non citare Sigmund Freud, padre della psicanalisi, o i grandi filosofi tedeschi (Schopenhauer e Nietzsche su tutti), o lo stretto rapporto con l’irlandese James Joyce. Tutti questi vari elementi confluiranno in una produzione letteraria che indubbiamente rappresenta un unicum: pur scrivendo in italiano, Svevo mutua numerosi costrutti e aspetti stilistici dal tedesco, al punto da non essere ben considerato dalla critica italiana primo-novecentesca, ed è inoltre inevitabilmente influenzato anche per quanto riguarda la sfera puramente contenutistica. L’analisi psicanalitica e la fine rappresentazione psicologica sono elementi fortemente caratterizzanti della sua produzione romanzesca, che ha però come punto cardine un’altro elemento: l’inettitudine.

Italo Svevo, scrittore triestino attivo a cavallo tra ‘800 e ‘900; fonte: museosveviano.it

Il personaggio inetto, spesso connesso all’attività impiegatizia, diviene la costante dei tre romanzi di Svevo: “Una Vita“, pubblicato nel 1892, “Senilità“, dell’89, e il celebre “La coscienza di Zeno“, edito nel 1923 dopo una ventennale pausa produttiva. I tre protagonisti sono evidenti “fratelli” letterari: Alfonso Nitti, frustrato impiegato bancario, Emilio Brentani, impiegato assicurativo, e Zeno Cosini, agiato commerciante. Tutti e tre sono attori non protagonisti della propria vita, perennemente mossi da forze esterne, ma tristemente consapevoli della loro inettitudine. Tutti e tre sono dei veri e propri antieroi, caratterizzati da una profonda senilità, concetto talmente esplicativo da diventare titolo del secondo romanzo. Alfonso Nitti ed Emilio Brentani condividono moltissimi aspetti, così come i due rispettivi romanzi da un punto di vista stilistico: le loro parabole, raccontate con una narrazione piuttosto classica, sono segnate dal continuo auto-inganno, che è soluzione apparente e temporanea di fronte all’imprevedibilità e alle scelte della vita. Il loro totale immobilismo, a tutti i livelli, è un’accettazione passiva della realtà, che essi non sono in grado di vivere pienamente o, quantomeno, normalmente. L’unico spazio di azione è quello mentale, fatto di una serie infinita di elucubrazioni improduttive, che mai si traducono in azione concreta e che aggravano man mano l’instabilità psicologica dei protagonisti. L’epilogo di Alfonso è la morte, o meglio il suicidio, dopo avere preso coscienza del suo totale fallimento; Emilio invece si sottrae alle vicende del romanzo, ed ai rapporti con i vari personaggi, e prosegue nella sua non-vita in solitudine. Il caso di Zeno Cosini è invece differente, figlio anche di una visione più matura ed articolata dell’autore. “La coscienza di Zeno” è infatti un romanzo profondamente innovativo, soprattutto per il panorama italiano, che rinnega la narrazione classica e la rimpiazza con una narrazione temporalmente mediata dalla coscienza soggettiva del protagonista, di matrice bergsoniana, avvicinandosi in certi frangenti al flusso di coscienza dell’amico Joyce. Per Zeno la vita diventa inevitabilmente incomprensibile, caratterizzata da un profondo rapporto di alienazione con il mondo esterno e dai continui tentativi di auto-inganno: in sostanza, la vita diventa una malattia, insanabile e condizione intrinseca dell’essere umano. L’unica magra consolazione è la consapevolezza, che non addolcisce comunque la dura e aspra verità. In questo senso Zeno è quindi un passo avanti rispetto ai suoi “fratelli”, che, ingenuamente, non si pongono domande circa il rapporto con la realtà e restano immobili nelle loro errate convinzioni, precludendosi un possibile miglioramento interiore. Si assiste dunque ad una sovversione del rapporto malattia-sanità, con Zeno che, ironicamente, risulta essere l’unico malato sano in un mondo di sani malati, pur rimanendo un inetto.

Passività volontaria: il Drugo Lebowski

Inetto, ma in ben altro modo, è anche Jeffrey Lebowski, detto il Drugo (in inglese “The Dude”, ovvero l’amico). Il Drugo, interpretato da Jeff Bridges, è il protagonista de “Il grande Lebowski“, commedia del 1998 scritta e diretta dai fratelli Coen. Ambientata nella Los Angels dei primi anni Novanta, la pellicola ha assunto negli anni lo status di film cult, dopo una tiepida accoglienza all’uscita. Il film è una scorpacciata di MacGuffin, termine hitchcockiano che sta ad indicare un espediente narrativo che ha come unico scopo il mettere in moto una determinata vicenda (l’esempio per eccellenza, almeno nella cinematografia recente, è la valigetta di “Pulp Fiction“). La sinossi della commedia è semplice: Jeffrey Lebowski è un perdigiorno disoccupato che occupa il suo tempo tra ozio e partite di bowling con gli amici Walter, reduce del Vietnam, e Donny, ingenuo ex-surfista, interpretati rispettivamente da John Goodman e Steve Buscemi. Un giorno come gli altri, due squilibrati irrompono a casa del Drugo, e, per un caso di omonimia con un milionario locale, lo aggrediscono, cercando dei soldi per conto di un magnate del porno. Una volta resisi conto del fraintendimento i due si dileguano, dopo aver, tra le altre cose, urinato su un tappeto (primo MacGuffin). Spinto dagli amici, il Drugo cerca un risarcimento per il tappeto dal milionario suo omonimo. Negatogli l’indennizzo, Jeffrey ruba un pregiato tappeto persiano e lo porta a casa, dove verrà misteriosamente aggredito una seconda volta e privato del nuovo tappeto. Pochi giorni dopo viene contattato dal milionario, che lo incarica di consegnare una valigetta (secondo MacGuffin) contenente un milione di dollari ai rapitori di sua moglie. Inizia così un’interminabile serie di peripezie: tra rapimenti farsa, incomprensioni, furti, scambi di valigette, partite a bowling e scene indimenticabili (come quella del viaggio onirico-allucinatorio del Drugo), la vicende arriva ad un’apparente ripristino dello status quo iniziale. Jeffrey, Walter e Donny, tornati alle loro abitudini, vengono però rintracciati da un gruppo di squilibrati, convinti che essi abbiano i soldi del riscatto. Pur sbagliando, essi cercano lo stesso di rapinare il trio, ma mentre vengono sconfitti da Walter, Donny muore di infarto, spaventato dalla situazione. Dopo il funerale, Jeffrey e Walter si recano su una scogliera per spargere le ceneri: Walter recita un discorso confuso, riferendosi ossessivamente alla guerra del Vietnam, e sparge poi le ceneri, che, a causa del vento, finiscono addosso al Drugo, creando una situazione grottesca e tragicomica. Dopo un alterco, con Walter che finalmente si scusa per i suoi comportamenti, i due tornano, riappacificati, al solito bowling, cattedrale della loro abitudine.

Da sinistra, Jeffrey (Jeff Bridges), Donny (Steve Buscemi) e Walter (John Goodman); fonte: aboutbologna.it

Tutto il film è, in estrema sintesi, la parabola di un uomo che viene sballottato dagli eventi, o meglio, che si lascia sballottare dagli eventi (o dai MacGuffin). Di un uomo che è un inetto, sa di esserlo, sceglie di esserlo ed è felice di esserlo. Il Drugo vive infatti, prima della vicenda della pellicola, una vita all’insegna dell’edonismo, un edonismo tutto suo, fatto di piaceri tutto sommato frugali: una partita a bowling con gli amici, un paio di spinelli di marijuana e magari un bel bicchiere di White Russian. Il tutto non lo turba, anzi, l’opposto, lo sottrae alle comuni logiche di ricerca di piacere e felicità, che troppo spesso conducono invece a infelicità e delusione. L’importante è essere uno qualunque, uno dei tanti, un “the Dude”, traducibile anche in “un Tizio”. La passività diventa una scelta ponderata, quasi una virtù, accompagnata nel caso del Drugo da una convinta positività. Positività che non per forza si traduce in uno sguardo ottimistico, che estremizzato sarebbe indubbiamente ingenuo, ma che diventa una risposta soddisfacente a tutte le imprevedibili vicissitudini della vita umana. Il tutto diventa una rivisitazione moderna, e molto personale, del carpe diem, locuzione oraziana della quale vale citare anche la seconda parte: quam minimum credula postero (confidando il meno possibile nel domani). Fare programmi non ha più senso, la vita fa e disfa, al di là del controllo di ogni singolo, e tutto passa, tutto scorre, tutto è in continuo divenire, giusto per rimanere in tema. Ma tanto… “Drugo sa aspettare“.

Dudeismo: filosofia goliardica o credo geniale?

Sulla scorta di questo cult movie, è nato nel 2005 il Dudeismo, una corrente di pensiero che riprende le istanze più profonde della pellicola. Fondato da Oliver Benjamin, giornalista americano, il movimento conta ad oggi quasi mezzo milione di adepti, o meglio, di preti dudeisti. Il Dudeismo, in sostanza, riprende moltissimi aspetti dal Taoismo, eliminando però la componente metafisica. Il vivere alla Lebowski diventa soluzione sia per accettare l’imprevedibilità degli eventi che per superare le classiche logiche consumistico-capitalistiche. Questo “take it slow” si oppone infatti alla frenesia del mondo contemporaneo, al mito del successo a tutti i costi, predicando un approccio lebowskiano, di assoluto relax, e anche, perché no, di menefreghismo. La pigrizia diventa una virtù, e ci spinge forse ad apprezzare i piccoli piaceri della vita, spesso inghiottiti dal marasma della iper-veloce società moderna. Come al Drugo bastavano una canna od un cocktail, anche a noi può bastare poco per raggiungere un minimo grado di felicità, forse non più così fugace ed effimero come prima.

Iconografia goliardica del Drugo; fonte: imgur.com

Ma quanto può valere questo neo-taoismo nel concreto? Può veramente essere un’inettitudine vantaggiosa o è solo un burlesco ritrovo di cosplayer? E’ una filosofia goliardica, una celebrazione spensierata della poltroneria, o un credo geniale, un culto di una lentezza anti-contemporanea? Forse la verità sta nel mezzo.

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