Il Coronavirus compie la sua discesa della penisola: mal napoletano o mal francese?

Come per la sifilide nel ‘500, l’odio razziale fa perdere di vista la causa reale delle pandemie: la globalizzazione

Il nuovo anno è cominciato a suon di ottime notizie: Terze Guerre Mondiali fra USA e Iran, cestisti leggendari morti in incidenti in elicottero, fedeli presi a sganassoni dal Santo Padre. Ma la notizia dell’anno è senz’altro la diffusione a livello mondiale del Coronavirus, o SARS-CoV-2, spesso paragonato a l’epidemia di SARS che nel 2003 avrebbe colpito anche l’Italia. Ma un elemento in comune è senz’altro condiviso da tutte queste notizie: il sensazionalismo giornalistico, teso solo a fomentare il panico nonché il rimpallo di colpe, cui segue inevitabilmente l’odio razziale. 

Aggiornamento globale

SALE a 2.360 il bilancio delle vittime in tutto il mondo provocate dal coronavirus. Le cifre aggiornate sono fornite dalla statunitense Johns Hopkins University. Il totale dei casi confermati di contagi è salito a quota 77.662, mentre i pazienti guariti finora sono 21.029. C’è, però, una buona notizia: il bilancio delle vittime in Cina virus è salito di 109 morti (ieri erano stati 118), secondo i nuovi dati diffusi dalla Commissione Sanitaria Nazionale. I nuovi contagiati sono 397, molto al di sotto dei 900 registrati ieri. Prosegue, intanto, la missione congiunta guidata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che lavora sull’epidemia in Cina: la squadra di esperti composta  da personale proveniente da Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie e dagli Istituti nazionali di salute degli Usa, così come di Singapore, Corea del Sud, Giappone, Nigeria, Germania e Russia è in viaggio a Wuhan, l’epicentro dell’epidemia, ha detto il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus durante un briefing. “Dipende dal team su cosa vuole concentrarsi lì”. Finora la squadra ha lavorato a Pechino, Sichuan e Guangdong. Del team fanno parte specialisti in epidemiologia, virologia, gestione clinica, controllo delle epidemie e salute pubblica.

Aggiornamento peninsulare

Sono saliti a 650 i positivi al Coronavirus in Italia. Si registrano poi altri tre decessi in Lombardia, tutti di ultraottantenni. Lo ha detto il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, facendo il punto sull’emergenza. Sono inoltre guarite altre tre persone in Lombardia affette dal Coronavirus: nella regione sono ora in totale 40. “Tutto è nella norma, non c’è nessuna criticità nella zona rossa”, ha detto Borrelli. “Il Dipartimento ha reso disponibile e stanno arrivando oltre 35 mila mascherine in Emilia Romagna Piemonte, Lombardia e Veneto”. Intanto ricercatori dell’Ospedale Sacco di Milano hanno isolato il ceppo italiano del coronavirus. Lo annuncia all’ANSA il professor Massimo Galli, direttore dell’Istituto di scienze biomediche, che ha illustrato i risultati del lavoro di ricerca che procede ininterrottamente da domenica scorsa, coordinato dalla professoressa Claudia Balotta. Nel frattempo, la Farnesina dichiara saggioamente: “Siamo passati da un rischio epidemia a una ‘infodemia’ acclarata e in questo momento il rapporto con la stampa estera è preziosissimo”.

La febbre dei gialli

Ciò che preoccupa davvero, fra le migliaia di fake news e allarmismi con i quali veniamo bombardati ogni giorno di più per un epidemia che, a ben guardare, non sta facendo molte più vittime di un influenza un  po’ più dura a morire, è il clima di odio che sta nascendo nel nostro Paese, naturalmente sfruttato fra le frange più sovraniste e populiste dell’elettorato. La caccia al cinese è stata lanciata da tutti coloro che evidentemente ignorano che, all’infuori dei due pazienti zero di nazionalità cinese subito ricoverati allo Spallanzani di Roma, non uno dei casi di coronavirus ha infettato persone di nazionalità cinese, almeno in Italia. Se questo non fomentasse ulteriormente la caccia all’untore, direi: guardatevi dagli italiani, non dai cinesi, poiché la diffusione del virus in Italia è stata causata da turisti di ritorno dalla Cina. Quando si parla di Coronavirus, almeno nel nostro Paese, si deve dunque pensare a un male cinese o a un male italiano? I nostri connazionali direbbero il primo, quelli dall’altra parte direbbero il secondo, impauriti quanto noi di entrare in contatto con un italiano che abbia contratto il virus. Una situazione simile a quella creatasi verso la fine del XV sec. proprio nella penisola italiana con l’arrivo della sifilide, un male incurabile ancora sconosciuto che causò subito il panico dello straniero. I primi casi si registravano infatti nel 1494/95, in concomitanza con la discesa in Italia di Carlo VIII di Francia con il suo esercito. Fu proprio fra le truppe che presero parte alla Battaglia di Fornovo che si registrarono i primi infetti. I napoletani parlavano di ‘mal francese’, convinti che a portarlo fossero state le truppe di Carlo VIII. I francesi, di contro, parlavano di ‘mal napoletano’. Tutti presi al rimpallo di colpe, non si rendevano conto che la malattia aveva ben altra provenienza, deducibile dal grande evento che aveva cambiato gli assetti del mondo di lì a due anni: la Scoperta dell’America. Così come il vaiolo portato dalle caravelle di colombo stava uccidendo gli indios con un tasso di mortalità del 90%, di contro le navi provenienti dal Nuovo Mondo trasportavano nelle stive come merci e metalli preziosi, così anche nuove patologie contro le quali gli europei non avevano difese immunitarie. Un fatto di globalizzazione dunque, niente più, che oggi sostituisce semplicemente la sifilide con il Coronavirus, gli specchietti e le perline con l’ultimo iPhone prodotto in una fabbrica di Wuhan. Nella cui provincia, guarda caso, si producono anche le mascherine che dovrebbero proteggerci.

 

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