Il Superuovo

Il caso “Chicago 7” e “J’accuse” di Zola: quando un processo assume un valore politico

Il caso “Chicago 7” e “J’accuse” di Zola: quando un processo assume un valore politico

Il film di Aaron Sorkin e lo scritto “J’accuse” di Emile Zola, riferito al processo contro Alfred Dreyfus, sono due esempi di come alcuni processi giudiziari assumano una valenza tale da divenire veri e propri casi politici. 

Emile Zola (1840-1902)

Spesso, se si guarda alla semplice realtà dei fatti, non si vede che una piccola parte di ciò che abbiamo di fronte. E detto all’inizio di un articolo che parla di due importantissimi processi giudiziari della storia occidentale può risultare stridente. Ma certe volte si dimentica di considerare anche il lato simbolico dei fatti o delle parole, quello che corrisponde alle suggestioni astratte e che colpiscono direttamente cuore e sentimenti. Questo è il caso del maxi processo ai “Chicago 7” e sempre questo è il caso del cosiddetto “Affaire Dreyfus“. Due processi in sé diversi, ma che, nelle due aule di tribunale, raccontano una storia che va molto oltre le toghe nere dei giudici, le arringhe degli avvocati o le sedie della giuria popolare. Nei due processi confluisce molto di più di quanto pensiamo: si parla di pace, dell’orrore delle guerre, di razzismo, di rivoluzione culturale, di paura e terrore, di politica. E vedremo che, dentro quei tribunali, ad essere processati non sono solo gli imputati. Perché sotto accusa ci sono delle idee, non semplici uomini. Sotto accusa c’è un’intera popolazione, di cui una manciata di imputati è (per chiudere il cerchio del discorso) il simbolo in carne ed ossa.

Il Premio Oscar della protesta

Partiamo dal film diretto da Aaron Sorkin, ambientato in quella che forse è la pagina più controversa della storia contemporanea americana (recentissimo assalto al Campidoglio escluso): gli anni Sessanta. Quel decennio in cui, tra Guerra Fredda, embargo a Cuba, uccisione di J. F. Kennedy e Martin Kuther King, era in atto quella cosuccia da niente come la Guerra del Vietnam. Una guerra che ha diviso profondamente l’animo degli americani e che ha dato il via ad una grandissima ondata di protesta da parte di migliaia di manifestanti.

Quella protesta che è culminata poi con il rivoluzionario ’68 e che ha saputo unire tante menti e idee diverse contro un unico grande nemico: una inutile, sanguinosa guerra lontana da casa. Studenti pacifisti, ragazzi Yippie ed esponenti della sinistra radicale, persino delle Black Panthers si sono ritrovati tutti insieme a protestare contro soprusi, ingiustizie e repressioni di cui la guerra era forse la punta dell’iceberg. Alla Convention democratica di Chicago del 28 agosto 1968, di poco precedente alle elezioni per il futuro presidente, giungono in massa questi manifestanti a chiedere soltanto di essere ascoltati. Ma nessuno li autorizza a fare nulla, nessuna autorità concede loro uno spazio dove poter stare. Nessuno dà loro il diritto di potersi esprimere. Da qui parte la narrazione del film, che si presuppone di fare luce su ciò che è avvenuto durante quelle manifestazioni e le relative reazioni delle autorità.

Gli animi si scaldano e ben presto si arriva agli scontri con la polizia, che a colpi di manganelli e lacrimogeni provoca una grande quantità di feriti tra i manifestanti, nonché decine di arresti. E un anno dopo, come il film mostra chiaramente, vengono portati in tribunale i capi dei vari movimenti di protesta che quel giorno, a Chicago, sono rimasti coinvolti negli scontri. L’accusa di cui devono rispondere è proprio quella di aver attaccato per primi la polizia. Già dall’inizio del film si capisce quale sia la natura del processo. Tutti questi imputati, anche se uniti dal comune impegno contro la Guerra del Vietnam, sono molto diversi tra loro come carattere e come idee politiche e sociali. Ma in tribunale viene fatta di tutta l’erba un fascio, dall’inizio alla fine.

Perché? Bisogna sapere che, nel frattempo, le elezioni presidenziali erano state vinte da Richard Nixon e dal suo partito repubblicano, decisamente favorevole alla prosecuzione dell’impegno militare contro i Vietcong. Dunque processare tutti insieme quegli uomini, o meglio, le loro idee, significa una cosa ben precisa: ribadire con forza che la nazione americana sta dalla parte del presidente e, chiunque vi si opponga, è in ogni modo da considerare una minoranza criminale. Si tratta dunque di un processo investito da subito di un valore che trascende i capi d’accusa di quella circostanza precisa. Come dice uno degli imputati durante il processo:

Questo, amico mio, è il Premio Oscar della protesta. Per me è già un onore essere candidato

Significa che gli imputati per primi comprendono il significato profondo della loro presenza in quell’aula di tribunale. Un’aula che diventa una cerimonia di premiazione per coloro che più hanno infastidito le autorità e minato lo status quo; un processo che viene condotto non contro delle persone, ma contro delle idee. Un processo che diventa scontro ideologico tra chi è al potere e vuole imporre la sua egemonia con la forza e chi vuole invece denunciare le ingiustizie sociali perpetrate dai primi. Chi vincerà?

Tutto il mondo ci guarda

Ovviamente non anticipiamo nulla sul finale, ma si può dire che la difesa fa molta fatica a trovare una via di uscita dalla situazione degli imputati. Complice il giudice, Julius Hoffman, non molto equo nel gestire e dirigere le varie fasi del processo (e che poi, si vede alla fine del film, verrà pure ritenuto inabile a ricoprire l’incarico). Tanto da far incatenare e imbavagliare, all’interno di un tribunale americano, uno degli imputati che solamente ha cercato di far valere il suo diritto di essere rappresentato dal suo avvocato. Questo imputato è Bobby Seale, capo delle Black Panthers che non c’entra assolutamente nulla con gli scontri di Chicago ma che viene portato in tribunale perché presente in città al momento in cui i fatti sono avvenuti.

O almeno questa è la motivazione reale, e non dimentichiamoci della valenza simbolica che questo processo ha assunto e di cui abbiamo parlato prima. Perché Bobby Seale è nero e combatte una battaglia difficile e dura per i diritti poco ascoltati della sua gente. E infatti anche lui, innocente ed estraneo ai fatti della Convention, viene processato insieme agli attivisti, agli studenti democratici, agli Yippies e ai pacifisti, accusati e colpevoli di rappresentare una minoranza scomoda.

Un processo che continua ad essere presentato come causa penale, ma che non sembra esserlo affatto. Sono gli imputati in primis a riconoscerlo quale il tentativo di condannare in modo univoco e inappellabile tutto quell’insieme di movimenti, diversi tra loro, che hanno come unico terreno comune quello dell’opposizione alla guerra. Guerra voluta e sostenuta da Nixon e il suo establishment. E il valore estrinseco ed intrinseco di questo processo è testimoniato dalle urla e dai cartelli dei manifestanti, accalcati all’esterno del tribunale in sostegno agli imputati. Quelle voci e quelle scritte dicono all’unisono: “Tutto il mondo ci guarda“.

Forse non è proprio vero, ma di nuovo parliamo di simboli: in quell’aula di tribunale c’è l’America spaccata in due che cerca di ritrovare se stessa, di riconoscersi in uno dei due schieramenti e di avere ragione dell’altro. Sono gli stessi funzionari di governo americani ad aver voluto che il Processo ai Chicago 7 (perché sette sono gli imputati, più Seale che risulta l’ottavo di troppo) diventasse simbolico, cioè iniziato anche per categorizzare come criminali e nemici dello Stato tutti i manifestanti che si presentano come pacifisti ma poi sono i primi ad attaccare la polizia, a fare la guerra a cittadini onesti. Quel processo, quindi, è diventato simbolico a sua volta dal lato di chi protestava, perché è stata la prova del loro essere scomodi, del fatto che la loro protesta è riecheggiata anche nello studio ovale del presidente. E presto, forse, anche nel mondo intero.

La lettera di Emile Zola intitolata “J’accuse” e pubblicata sul quotidiano “L’aurore”

J’accuse

J’accuse” si intitolava una lettera aperta, indirizzata al Presidente della Repubblica francese Felix Faure, scritta da Emile Zola. Lettera che fu pubblicata sul quotidiano “L’aurore” il 13 gennaio 1898 e che rappresentava un appello dello scrittore parigino al Presidente affinché mettesse mano ad uno dei casi giudiziari “più scandalosi del secolo”: il famosissimo “Affaire Dreyfus“, un processo militare (quindi condotto da un tribunale militare) iniziato nel 1894 contro Alfred Dreyfus, colpevole di Alto tradimento. L’accusa verteva sul fatto che Dreyfus avrebbe passato alle alte cariche militari prussiane dei documenti segreti, riguardanti l’esercito francese, durante la guerra franco-prussiana, terminata nel 1870 a favore dei tedeschi. Accuse rivelatesi da subito, e in maniera piuttosto evidente, infondate, con annessi depistaggi e inquinamento delle prove da parte di importanti membri dello Stato Maggiore francese. Membri che prontamente Zola mise sotto accusa nella sua lettera (“J’accuse” appunto, Io accuso) al Presidente, elencando nome e cognome e annesse responsabilità in questa faccenda scandalosa.

Il fatto è che questi capi militari avevano trovato in Dreyfus un colpevole di cui avevano bisogno, per poter mascherare alcuni sbagli e tremendi errori di valutazione. E nel contempo si trattava di un imputato perfetto, perché Dreyfus era un ebreo, dunque una persona che, già in partenza, risultava invisa all’opinione pubblica. Non è assolutamente un segreto che, dagli ultimi due decenni dell’Ottocento fino ad arrivare alle terribili conseguenze avute durante regimi totalitari, era in atto una specie di persecuzione e ondata di discriminazione nei confronti degli ebrei d’Europa. Dopo che, nel XIX secolo, la loro posizione in società era diventata finalmente accettata e integrata, le comunità ebraiche tornarono a fare paura all’opinione pubblica. Si temeva un complotto delle loro comunità sparse per l’Europa (e il falso del “Protocollo dei saggi anziani di Sion” ne è la prova) contro gli stati sovrani, li si emarginava anche a livello religioso, fino a quando non vennero a dare un supporto decisivo le teorie sulla razza.

Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. (Emile Zola, “J’accuse”).

Dreyfus divenne dunque il perfetto rappresentante di un popolo che è nemico dello Stato, perché interessato solamente a rovesciarlo e permettere agli ebrei di arrivare al potere. Anche se innocente, il povero Dreyfus era, in poche parole, il colpevole perfetto. Con lui vennero imputati tutti gli ebrei di Francia e presto l’ondata d’odio nei loro confronti si propagò in tutti gli ambienti, i circoli, i caffè e le case dei conservatori. l’Affaire Dreyfus divenne in breve tempo, da processo per Alto Tradimento, un caso politico. Chi era contrario agli ebrei sosteneva le gerarchie militari, chi aveva a cuore le minoranze stava dalla parte di Dreyfus.

E poi c’era Zola, che cercò in ogni modo di smascherare gli imbrogli dello Stato Maggiore francese e non ebbe nemmeno vita dura, perché si trattava di inquinamento evidente delle prove. Chi ebbe vita dura fu proprio Alfred Dreyfus, innocente per nulla ascoltato che, fin dall’inizio, fu giudicato colpevole a prescindere. “Tanto lei ha già deciso” dicono i Chicago 7 al loro giudice, quando iniziano a perdere le speranze di essere giudicati con giustizia. E anche per Dreyfus era già tutto deciso. Solo grazie alla tenacia della moglie e di pochi intellettuali come Zola gli fu concessa la grazia nel 1902, onde evitare ripercussioni sull’opinione pubblica. E solamente nel 1906, quando Emile Zola era già morto da quattro anni, Dreyfus fu giudicato innocente. 

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