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I soliti sospetti ci mostra perché il Diavolo dantesco ci assomiglia

La rappresentazione del Diavolo è un complesso intreccio di storia, religioni e culture, che parte dai politeismi, confluisce nel Cristianesimo e muta periodicamente. E arriva, dopo un percorso plurimillenario, al Verbal Kint/Keyser Söze, interpretato da Kevin Spacey, de “I soliti sospetti”.

Il Lucifero di Dante rappresentato da Joseph Anton Koch; fonte: kuenstlerleben-in-rom.de

Diavolo, Satana, Lucifero, Belzebù: quattro epiteti per indicare la personificazione, o il concetto stesso, di Male assoluto, almeno nella terminologia cristiana. Ma le origini storiche del Maligno biblico sono però parecchio antiche, e sono la viva testimonianza dell’egemonia cristiana nel mondo occidentale. Dall’Antico Egitto alle culture mesopotamiche, le divinità negative sono state infatti fagocitate dall’iconografia biblica. Ma anche nella storia del Cristianesimo il cammino è stato tortuoso: dall’Antico al Nuovo Testamento, dal Medioevo all’Età contemporanea, le rappresentazioni sono profondamente variate, tra novità e ritorni al passato.

Da molti a uno: la condensazione medievale nel Lucifero dantesco

In Egitto era Ammit, l’animalesca “divoratrice di morti”, negativa a differenza di Seth “il distruttore”. In Mesopotamia, nella cultura babilonese, era Tiāmat, drago marino, madre del cosmo. Su questi e altri innumerevoli esempi si modellò l’iconografia ebraica del Nuovo Testamento. Nell’Antico Testamento, di tradizione ebraica, infatti il Diavolo non era ancora stato completamente inquadrato iconograficamente, ma era piuttosto uno dei due termini, assieme a Dio, dell’eterna dialettica tra Male e Bene (derivata dallo Zoroastrismo). Le sue rappresentazioni, metaforiche e non, sono infatti il serpente della Genesi ed altri demoni minori (come Lilith). Nel Nuovo Testamento la situazione cambia: nei Vangeli, Satana non appare mai fisicamente, ma è solo un’entità ingannatrice e tentatrice, mentre nell’Apocalisse di Giovanni fa il suo ingresso trionfale nell’immaginario comune. Viene presentato come “il grande drago, il serpente antico”, poi come una Bestia uscita dal mare ed infine come una Grande Prostituta (Babilonia la Grande), seduta su un’animale mostruoso con sette teste e dieci corna. È facile rivedere in questa varietà di rappresentazioni l’eredità dei vari Maligni del passato, tra dragoni, mari e mostruosità varie. Tutte queste figure subirono però, con il passare del tempo, un lento processo di concentrazione, con l’aggiunta di altri elementi delle religioni pagane scomparse. L’apice della condensazione si ebbe nel Medioevo, dove finalmente l’unificazione fu completata. E l’esempio sommo di questa evoluzione arrivò nel Tardo Medioevo, per opera di un fiorentino in crisi di mezz’età, Dante Alighieri.

“Giudizio universale” di Giotto, 1306; fonte: illuminationschool.wordpress.com

La sua “Comedìa”, che poi sarebbe stata “divinizzata”, tratteggiò infatti, nella cantica infernale, l’empio Lucifero. Dopo aver incontrato altri demoni minori, non assimilabili alla figura/concetto di Satana, e delegati del Maligno (come Minosse), il Sommo Poeta incontra infatti, nel trentaquattresimo canto, l’Angelo caduto. Il Re degli inferi (visto che oramai la tradizione cristiana aveva confinato il Diavolo nel sottosuolo) viene presentato come una mostruosa creatura, “ch’ebbe il bel sembiante” essendo stato un serafino, conficcata nel lago ghiacciato del Cocito. Egli, “lo ‘mperador del doloroso regno”, è gigantesco ma impotente, con tre facce (parodia della Trinità) che maciullano Giuda, Bruto e Cassio, i tre grandi traditori. Presenta poi tre coppie di ali di pipistrello, che con il loro battito tengono ghiacciato il lago infernale. La sua orrida imponenza è però solo ripugnante, non chissà quanto spaventosa. In altre raffigurazioni coeve, come quelle di Coppo di Marcovaldo e Giotto, troviamo poi altre combinazioni di elementi mostruosi, in una sorta di puzzle infernale: nei mosaici del Battistero di Firenze e negli affreschi della Cappella degli Scrovegni (Padova), troviamo infatti corna, artigli, serpenti che escono dal capo ed altri attributi animaleschi. Sono evidenti i rimandi a numerose confessioni pagane, dal satiro greco Pan ad altre divinità minori di origine etrusca e celtica. L’egemonia culturale del Cristianesimo aveva quindi trovato espressione nella condensazione immaginifica di tutte le religioni sconfitte, con un Satana costruito, non in modo chiaro e univoco, su una serie di furti iconografici.

La semplificazione iconografica tra Marlowe e Milton

Con il passare degli anni, finito il Medioevo e giunta l’Età moderna, le rappresentazioni del Diavolo iniziarono un graduale processo di semplificazione. La sua figura divenne, per certi versi, più malvagia e subdola di quella medievale, spogliandosi delle mostruosità fisiche a favore di un aspetto sempre più umano. Di pari passo cambiò anche la concezione morale del Diavolo, che da statico totem del Male si trasformò in un pericoloso tentatore, arguto e calcolatore. Intravediamo i primi segni di questa fase nell’opera teatrale di Cristopher Marlowe “La tragica storia del Dottor Faust”, portata in scena per la prima volta nel 1594. Al protagonista della dramma, Faust, appare infatti Mefistofele, intermediario per conto di Lucifero. Il demone gli propone l’assoluta conoscenza ed il suo personale servizio, per 24 anni, in cambio della sua anima. Quando egli però compare dinnanzi a Faust per la prima volta, viene pregato di mutare aspetto, poiché troppo mostruoso: si trasforma quindi, su richiesta del protagonista, in un docile (all’apparenza) frate francescano. Successivamente (nel secondo atto) compaiono anche Lucifero e Belzebù, i due ministri infernali, la cui forma è descritta come “orrenda”. Se nell’immaginario comune Mefistofele, Lucifero e Belzebù sono tre appellativi, dalle sfumature e derivazioni diverse, per indicare Satana, ora le cose cambiano, ma non esulano dalla nostra analisi. Tutte e tre le figure sono infatti mostruose, ma Marlowe decide di non indugiare sui particolari estetici. Mefistofele addirittura, incarnando l’anima ingannatrice del Demonio, assume la forma di un innocuo frate. L’esagerata carica iconografica medievale, decisamente kitsch e sovrabbondate, inizia a svanire, a favore di un processo di semplificazione rappresentativa.

Illustrazione di Gustave Doré del “Paradiso perduto”; fonte: pinterest.nz

Questa evoluzione arriva poi fino al “Paradiso perduto” di John Milton, poema epico pubblicato nel 1667. Il Maligno viene eletto addirittura a protagonista dell’opera, non senza una buona dose di fascino. Il Satana miltoniano è infatti quasi un eroe romantico, decaduto e affascinante, già lontano dalla severa triade di Marlowe. La conturbante ambiguità del Diavolo nel poema farà addirittura dire a William Blake che Milton “era un vero poeta, e stava dalla parte del diavolo senza saperlo”. La figura di Lucifero è indubbiamente molto complessa, sia nel suo profilo psicologico che per l’aspetto teologico, e subisce una peculiare evoluzione estetica. Il poema infatti si apre con la mitica cacciata dal Cielo, con il serafino Lucifero scagliato nell’abisso. Disceso negli Inferi, egli organizza una temibile vendetta (con l’aiuto degli altri demoni) nei confronti di Dio. Si trasforma quindi prima in cherubino (per sfuggire al controllo dell’Arcangelo Uriele) e poi in cormorano, per poter entrare indisturbato nell’Eden. Lì, alla presenza degli ignari Adamo ed Eva, si trasforma in rospo, per cercare di avvicinarsi ai due e corromperli fatalmente. Il suo piano viene però sventato dall’intervento dell’Arcangelo Gabriele, avvisato da Uriele. Una settimana dopo, Satana assume però la forma di un serpente, e finalmente assolve al suo compito: convince Eva a cogliere il frutto proibito, condannando al peccato l’intera umanità. Queste trasformazioni assumono diversi significati: se la forma simil-umana da serafino e cherubino è un classico, comunque spesso accantonato dall’iconografia medievale, il resto non si può dire per le sembianze animali (escluso il serpente). Il cormorano infatti viene scelto da Milton in quanto simbolo di avidità e fame insaziabile, alla stregua di un corvo, proprio quella fame che ha portato Lucifero alla dannazione eterna. Il rospo invece diviene un’ulteriore corrispondenza estetica del decadimento morale di Satana, disposto a tutto pur di infettare Adamo ed Eva. Conclude la serie l’immancabile serpente, personificazione della falsità, della menzogna e dell’insidiosa doppiezza, rappresentata concretamente dalla tagliente lingua biforcuta. Al di là di queste scelte metaforiche, l’iconografia del Maligno si è quindi definitivamente staccata dall’eredità passata, con un notevole alleggerimento rappresentativo, anche in virtù della sua evoluzione concettuale.

Kevin Spacey, un Diavolo zoppo e fragile

Questo sviluppo iconografico giunge poi all’estrema sintesi nel corso dell’Età contemporanea. Le raccapriccianti immagini medievali, come il Lucifero dantesco, non sono infatti più in grado di spaventare a dovere. Complici il progresso scientifico e la generale laicizzazione, un fantasioso mostro infernale non sortisce più gli effetti passati. Il Diavolo diventa quindi sempre più antropomorfo, e manifesta le sue malvagie abilità da viscido ingannatore. Possiamo trovare un perfetto esempio nella pellicola “I soliti sospetti“, del 1995, diretta da Bryan Singer. Il film racconta le vicende di cinque criminali che, pur non conoscendosi, decidono di compiere una rapina per mettere in difficoltà la polizia di New York, che li aveva ingiustamente tenuti al fresco per una notte. La loro storia è raccontata da uno di loro, Roger “Verbal” Kint (interpretato da Kevin Spacey), un criminale di piccola taglia zoppo. Le vicissitudini della banda sono quindi basate sulle parole di Kint, e il film infatti alterna sequenze ricostruite sul racconto di Verbal e scene della sua deposizione. Il cammino del gruppo è parecchio complesso, tra rapine e rapporti con un misterioso criminale, Keyser Söze: questi è una figura quasi leggendaria, presentata (senza volto) come un terribile e spietato vendicatore. I criminali sono costretti a lavorare per lui, e dopo una serie di peripezie, arrivano all’apparente epilogo: devono assaltare una nave carica di droga, per concludere il loro compito. Verbal, su consiglio degli altri, non partecipa all’operazione, in quanto zoppo e debole. Gli altri scoprono però che lo scopo dell’assalto non era la droga, bensì l’uccisione di un uomo che era in grado di identificare Söze. L’azione si conclude con la morte del testimone e dei membri della banda, per mano proprio del leggendario delinquente. Il tutto è raccontato con paura dallo stesso Kint, che arriva a dire: “io credo in Dio… e l’unica cosa di cui ho paura è Keyser Söze”. Terminata la deposizione, ed in attesa di un identikit di Söze (grazie alla descrizione di un sopravvissuto all’assalto), il fragile Verbal viene rilasciato. Dopo pochi momenti però l’agente che lo stava interrogando si rende conto di essere stato ingannato: la deposizione era infatti inventata, e Verbal si era basato (per i nomi, i luoghi ed altri piccoli dettagli) su alcuni appunti e poster appesi nella bacheca del commissariato. Arriva poi l’identikit, e si scopre la tremenda verità: lo zoppo, fragile e ingenuo “Verbal” Kint è Keyser Söze. Il film si chiude con un tronfio Verbal che, uscito dalla centrale di polizia, abbandona la sua postura insicura, perde la zoppia e si accende una sigaretta.

Locandina de “I soliti sospetti”, 1995; fonte: cinematographe.it

Con questo superbo finale si conclude la sorprendente pellicola. Il film gioca perennemente, col senno del poi, con la dualità tra Keyser Söze e Verbal Kint. Il primo infatti è rappresentato con un alone leggendario, misterioso ed inafferrabile: le sequenze che lo ritraggono, non mostrandone mai il viso, contengono spesso del fuoco, e rimandano per certi versi al classico immaginario del Diavolo. Keyser è infatti una presenza costante, anche solo nelle menti dei suoi nemici, in grado di paralizzare grazie alla sua ferocia, e incarna (pur essendo antropomorfo) il concetto di Maligno medievale. Verbal invece non ha nessun elemento classico nella sua rappresentazione: è uno qualunque, zoppo, ingenuo, fragile, costantemente intimorito. Solo la sconvolgente rivelazione finale consente di valutare tutte le sue azioni sotto una luce sinistra. Kint è quindi l’estrema condensazione, spogliata da connotati estetici tradizionali, della natura subdola e ingannatrice di Satana. Che, soprattutto al giorno d’oggi, fa quasi più paura della mostruosità e dell’imponenza (anche concettuale, come quella di Söze). Naturalmente Verbal Kint non è integralmente il Diavolo, considerando anche che non mostra poteri soprannaturali, ma vi si avvicina molto. E la parola stessa “diavolo” ritorna insistentemente, quasi come un ambiguo monito. Del resto, usando le parole di Verbal, “la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste, e come niente… sparisce”.

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