I nuovi razzismi spiegati da Willie Peyote e dalla psicologia sociale

Il ritornello della canzone “io non sono razzista, ma…” è solo un bel gioco di parole o rivela un cambiamento veramente avvenuto nella nostra società? La risposta ce la fornisce la psicologia sociale

 

A tutti noi credo sia capitato di sentire la frase “io non sono razzista, ma…” e talvolta ci siamo trovati noi stessi a dirlo in modo che chi ci ascoltava non fraintendesse ciò che stavamo per dire. Questa stessa frase è al centro di una nota canzone di Willie Peyote ( chi non l’avesse ancora sentita la può facilmente reperire su spotify o youtube). Nel brano il cantante dipinge un quadro del nostro paese focalizzandosi su temi sociali come quello dei cervelli in fuga, il lavoro, l’accoglienza e l’immigrazione. Particolarmente interessante è il ritornello che recita “chi dice ‘io non sono razzista,ma’ è un razzista, ma non lo sa” , è solo una simpatica rima o una effettiva verità ? La risposta ce la dà la psicologia sociale.

Copertina dell’album “Educazione sabauda” in cui è contenuto il brano “io non sono razzista, ma…”

 

Le basi – schemi e stereotipi

Per spiegare il perchè il razzismo sia presente nella nostra società vi sono più approcci possibili, ad esempio quello storico fa riferimento alle vicende passate e ai loro riflessi sul presente. La prospettiva della psicologia sociale si concentra invece sull’individuo e sui suoi rapporti con gli altri , intesi come persone concrete (la famiglia, gli amici i colleghi, ecc), non sulla società in quanto non presente a livello percettivo nell’esistenza del singolo. Tutto nasce dagli schemi definiti in letteratura come strutture cognitive che rappresentano la conoscenza di un concetto o tipo di stimolo inclusi i suoi attributi e le loro relazioni. Di questi schemi ne esistono di molti tipi ,per le persone, per le situazioni, ecc e quando incontriamo un nuovo esemplare attiviamo lo schema corrispondente. Prendiamo come esempio uno schema di situazione : quando andate a mangiare fuori nessuno vi spiega come comportarsi nel locale (  dovete prima sedervi, poi arriverà il cameriere a prendere le ordinazioni, ecc) e anche se per quella sera decidete di provare un nuovo posto saprete già come comportarvi , questo avviene in quanto attivate lo schema riguardante la situazione “ristorante”. Ovviamente lo schema è solo una struttura che va poi “riempita” con le info della situazione particolare , tornando all’esempio di prima queste potrebbero riguardare il tipo di locale (ristorante, pub, ecc) o il tipo di occasione (uscita con gli amici, primo appuntamento, ecc). Nonostante questo rimane una struttura di fondo che accomuna tutte questi casi specifici. Questi schemi sono quindi come dei moduli in cui è già tutto scritto tranne alcune info che vanno completate di caso in caso. Ci aiutano capire il mondo complesso che ci circonda con un minimo sforzo mentale, in quanto per ogni situazione o persona abbiamo già un’impalcatura che ci permette di organizzare le nuove info che otteniamo . Un particolare tipo di schemi sono gli stereotipi definiti come schemi di gruppi sociali ,ampiamente condivisi e semplificati . Lo stereotipo è quindi anch’esso uno strumento che ci permette di semplificare la realtà al fine di renderla più comprensibile a noi. Differisce però dagli schemi nel contenere un elemento valutativo che può essere positivo se lo stereotipo si riferisce ad un gruppo a cui apparteniamo o negativo se riferito ad un altro gruppo. Ci risulta ora facile comprendere come la semplificazione operata dagli schemi sia allo stesso tempo vantaggiosa, ma anche potenzialmente dannosa in quanto potrebbe snaturare completamente il suo oggetto. Questo fatto diviene doppiamente pericoloso nel momento in cui parliamo di uno stereotipo che quindi aggiunge la componente valutativa.

 

I nuovi razzismi

La pericolosità degli stereotipi è chiaramente emersa nel secolo scorso, durante il quale molti regimi hanno fatto leva su sentimenti nazionalisti per guadagnare consenso acritico. Proprio questa esperienza ha portato la società a condannare le tesi razziste e i relativi stereotipi, agendo in particolare  sull’educazione. Possiamo però renderci facilmente conto come questo processo di educazione alla diversità sia complesso e sopratutto lento. Proprio per questo molte persone oggigiorno si ritrovano in uno stato di tensione , da una parte percepiscono il razzismo come socialmente sconveniente e magari non ne condivide appieno le tesi, dall’altra vedono gli stereotipi come strumenti “comodi” e a tratti rassicuranti (senza contare che alcuni gruppi continuano a sostenere la fondatezza di questi ultimi). Da questo complesso gioco di forze hanno avuto genesi due nuove forme di razzismo. La prima è detta razzismo moderno e coinvolge coloro che sostengono l’impossibilità della convivenza con altre culture a causa dell’eccessiva differenza culturale ( non più l’argomentazione biologica in voga nel secolo scorso). La seconda è invece denominata razzismo riluttante , queste persone percepiscono il razzismo come sbagliato, ma hanno comunque dei pregiudizi nei confronti delle altre etnie, i quali emergono sopratutto in situazioni ambigue. Questo ultima classe rappresenta perfettamente chi dice “io non sono razzista, ma…” e il ritornello della canzone sopra citata ne descrive perfettamente lo stato. Sempre riconducibili alla tensione sopracitata sono numerosi fenomeni comportamentali che celano pregiudizi (derivanti da stereotipi) di fondo, un chiaro esempio è sicuramente il Tokenism , pratica consistente nel fare piccole pubbliche concessioni a un gruppo di minoranza per sviare le accuse di pregiudizio e discriminazione.

Cosa possiamo fare noi ?

Ritengo necessario concludere con una precisazione. Con questo articolo non intendo mettere sotto accusa chiunque dica o pensi “non sono razzista, ma…” , ma semplicemente portare chi legge a riflettere sul fatto che molto spesso il linguaggio e il comportamento che ad esso segue possono dirci molto più di ciò che sappiamo sulle motivazioni che guidano il nostro agire. Sta poi a noi verificare che queste motivazioni siano fondate su dati reali e non su mere sensazioni inconsistenti. Essere consci della natura strumentale degli stereotipi ci permette di saper soppesare i vantaggi che ne ricaviamo coi rischi che corriamo utilizzandoli. Solo così potremo vedere quanta realtà vi è dietro i nostri atteggiamenti verso gli altri gruppi e potremo riconoscere dove abbiamo semplificato eccessivamente la multiformità della realtà e dove invece la semplificazione ci aiuta a comprendere il mondo senza stravolgerlo.

Per chi volesse approfondire la tematica consiglio il TED talk che potete trovare qui sotto.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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