I funerali di Soleimani come esempio dell’uso pubblico (e politico) della morte

Tre giorni di lutto, milioni di persone ai funerali: questa la reazione dell’Iran al decesso del generale Qasem Soleimani, perfetto esempio per illustrare quanto la ritualità della morte sia centrale nella nostra società.

Ali Khamenei commemora Qasem Soleimani; fonte: ispionline.it

La morte è da sempre un evento cruciale nella ritualità civile, al di là delle connotazioni religiose. In un secolo denso di Storia (e di morti) come il Novecento, l’uso pubblico della morte ha spesso avuto un impatto decisivo, non di rado sottovalutato. Dalla figura del Milite Ignoto nella costruzione dei totalitarismi ai funerali di Falcone e Borsellino, diamo uno sguardo da vicino ad alcune modalità di impiego pubblico, talvolta al limite della strumentalizzazione, della morte, con un particolare riferimento alla storia italiana.

Più di un funerale

3 gennaio 2020: un attacco americano uccide, a Baghdad, il generale iraniano Qasem Soleimani. Da quanto trapela, la decisione è stata presa con grande determinazione dal presidente Donald Trump, in quella che possiamo definire una vera e propria svolta neocon. Abbandonando la politica di disimpegno in Medio Oriente dell’amministrazione Obama, il facoltoso repubblicano è infatti tornato nel (disastroso) solco tracciato da George W. Bush. Le ragioni di un tale gesto, che potrebbe avere pesantissime ripercussioni sul piano geopolitico, sono forse da cercare, almeno in parte, nella prossima tornata presidenziale: con un basso gradimento popolare, aggravato dalla minaccia di impeachment, Trump ha giocato la carta dello “scontro di civiltà” (citando Huntington), tanto caro a Bush Jr. Questo duro interventismo militare viene infatti giustificato, come già è accaduto, in un’ottica di guerra preventiva, nei confronti di quegli “stati canaglia” parecchio invisi alle fazioni neocon. Predire le reazioni, e le controreazioni, è molto difficile al momento, e ora più che mai sarà decisiva la mediazione dell’UE, soprattutto sulla questione nucleare. Nella narrazione di questi giorni densi, colpiscono però le immagini del funerale di Soleimani. Il generale, che era deputato alla diffusione del khomeinismo fuori dai confini iraniani, non era certo una figura equiparabile all’ayatollah Khomeini, per il quale era invece scontata una numerosissima partecipazione popolare alle celebrazioni funebri. La natura del decesso di Soleimani ha caricato però le esequie di un forte significato politico ed emotivo.

Ruhollah Khomeini, ayatollah artefice della Rivoluzione iraniana; fonte: timesofisrael.com

Sono ben noti i ruvidissimi attriti tra Washington e Teheran, sopratutto dopo la rivoluzione del 1979, con le tensioni che si erano relativamente allentate solo negli anni recenti, con la presidenza di Rouhani. Un gesto di portata politica, e simbolica, come quello di Trump non poteva però non avere risvolti. Dopo la morte del generale, la guida spirituale suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei (successore di Khomeini), ha infatti proclamato tre giorni di lutto nazionale. Il primo giorno, il 4 gennaio, le celebrazioni hanno avuto luogo a Baghdad, in Iraq, luogo dell’uccisione: come riporta l’ANSA, più volte si è levato il grido “morte all’America” da parte delle migliaia di iracheni partecipanti. La seconda giornata ha avuto luogo ad Ahvaz, in Iran, mentre l’ultima, la più trionfale, ha intasato le vie di Teheran. Fonti iraniane, confermate anche dall’ANSA, parlano di milioni di iraniani per le strade: ad accomunarli, più che il cordoglio per Soleimani, è il forte anti-americanismo, riemerso prepotentemente dopo anni di parziale quiescenza. Le esequie per lo “shahid” (il “martire”) sono diventate una vera e propria manifestazione politica (tenendo ben presente il singolare connubio iraniano tra religione e politica), un corteo per rinsaldare la coesione della popolazione e per giurare vendetta all’eterno nemico statunitense. Parlare di semplici funerali è quindi decisamente riduttivo.

Il Milite Ignoto verso il totalitarismo

Come è ben noto, la diffusione a macchia d’olio dei nazionalismi è stata una delle cause scatenanti della Prima Guerra Mondiale. È relativamente semplice capire come questo tipo di ideologia abbia portato ad un conflitto, vista la crescente aggressività che si diffondeva tra gli Stati, soprattutto in Europa. È bene comunque sottolineare come il fanatismo nazionalista sia un’ideologia non priva di contraddizioni: esso si basa infatti su un forte sentimento identitario, che come tale si configura solo in relazione ad altre identità, ma osteggia il diverso (che paradossalmente è proprio ciò che consente al nazionalismo di esistere). Riprendendo sopra, come molti nazionalismi abbiano continuato a sopravvivere alle diverse disfatte della guerra non è invece altrettanto chiaro. Essi si sono radicati soprattutto nelle nazioni sconfitte, come la Germania, ma anche nei paesi insoddisfatti come l’Italia. Vari sono stati i fattori, dalla voglia di rivincita al bruciante sentimento di sconfitta, e non è un caso che su queste ceneri siano nati due totalitarismi, nazismo e fascismo, perseguendo quella che George Mosse ha chiamato la “nazionalizzazione delle masse“. Sia NSDAP che PNF, il primo espressamente nazionalista già nel nome, il secondo che aveva inglobato l’Associazione Nazionalista Italiana nel 1923, iniziarono, già prima della loro salita al potere, un lento processo di radicalizzazione politica del popolo, votata al forte nazionalismo. Una volta instaurati i rispettivi regimi, il campo è divenuto sostanzialmente libero, privo di ogni opposizione, ed è stato sfruttato nella costruzione di un sistema politico nuovo, il totalitarismo.

Il Milite Ignoto al Vittoriano, Roma; fonte: esercito.difesa.it

I germi della forte connessione popolare all’ideale di Nazione, in una sorta di evoluzione del nazionalismo pre-1914,  sono però da ricercare ancora prima dell’ascesa dei nazifascismi. Dopo la Prima Guerra Mondiale è infatti entrata nella ritualità civile di tutti i paesi una nuova forma commemorativa, quella legata al Milite Ignoto. Fino ad allora infatti la monumentistica era quasi esclusivamente riservata ai grandi nomi della storia, se non addirittura a figure mitiche o allegoriche (come la Marianne francese). Il trauma del primo conflitto mondiale aveva cambiato però i termini della rappresentabilità: nacque così la figura del Milite Ignoto, anonimo e solo, somma incarnazione della figura della Vittima. La facile riproducibilità di un simile paradigma monumentale è pregna di significato, ed è un elemento non secondario nel rafforzamento di certi nazionalismi. Nei paesi sopracitati, e nelle loro difficili condizioni economico-politiche, era fertile il terreno per l’ampia proliferazione del nazionalismo. Nei riti pubblici, che diventeranno poi parte fondamentale di quella che Mosse chiamerà “religione laica” (riferendosi ai totalitarismi), si crea un’occasione di standardizzazione del sentimento politico ed emotivo. Moltissimi furono i monumenti dedicati al Milite, sparsi in ogni angolo dei paesi, sopratutto in Italia, vista la diffusa retorica sulla guerra. Anche le piccole comunità potevano dunque riunirsi di fronte al proprio Milite, e cementare la loro appartenenza nazionale, unendosi nel cordoglio: alta era la coesione in merito, che divenne poi una delle leve utilizzate dai nazifascisti, che furbescamente (e non senza intelligenza) seppero approfittarne. Naturalmente le ragioni storico-politiche dell’affermazione di nazismo e fascismo sono molteplici, e molto più profonde di un semplice uso pubblico della morte. È innegabile però che anche un aspetto del genere, sicuramente secondario, abbia avuto la sua rilevanza nel tragico cammino verso i totalitarismi. Coesione nazionalistica e standardizzazione ideologica (non solo a livello politico): queste le parole d’ordine, che richiamano non poco la situazione iraniana . E non a caso il khomeinismo, soprattutto quello del suo fondatore, è stato trattato dagli addetti ai lavori alla stregua di un totalitarismo.

Lo sfogo ai funerali di Falcone e Borsellino

Concentriamoci ora sulla storia italiana. L’uso pubblico della morte, in varie forme, è stato spesso una potente valvola di sfogo, soprattutto vista la complessa storia italiana. Ai fini della nostra riflessione sono particolarmente rilevanti le vicende dei funerali di Falcone e Borsellino. Il 23 maggio 1992 la Mafia uccide il magistrato Giovanni Falcone, la moglie e i tre uomini della scorta, a Capaci. Il 19 luglio 1992, poco meno di due mesi dopo, viene colpito Paolo Borsellino, assieme alla sua scorta, nella strage di via D’Amelio. I rispettivi funerali assumono una valenza simbolica quasi epocale. Alle esequie di Falcone partecipano diversi politici, tra i quali Giovanni Spadolini (ex premier), che sono fortemente contestati dai palermitani, stretti attorno al proprio martire. I funerali di Borsellino vedono la situazione ulteriormente esasperata: è presente il presidente della Repubblica Scalfaro, così come il presidente emerito Cossiga. La cerimonia funebre è privata per volontà della famiglia, che accusa duramente lo Stato, negligente e colpevole. Palermo si raccoglie ancora una volta intorno al proprio figlio, Borsellino, con diecimila persone che accompagnano il feretro. Sia quel giorno che il precedente, durante i funerali dei membri della scorta, la folla si scaglia contro i rappresentanti del potere politico, al grido di “fuori la Mafia dallo Stato“. Gli umori sono infatti a terra, ma non dipendono solo dalle morti dei due magistrati. È il 1992, e la fiducia del popolo nella politica è ai minimi storici. Dal ’68 in poi è cresciuta esponenzialmente la disaffezione nei confronti nel ceto politico, in un crescere di individualismo e di abbandono della tradizionale partecipazione alla vita dei partiti. È passato poco più di un decennio dai duri “anni di piombo”, ma la coscienza collettiva è irrimediabilmente segnata. Nel Mezzogiorno le violenze cambiano bandiera, e da politiche (sempre se si può definire politica quella degli estremisti) diventano solo mafiose, con una tremenda escalation, un vero e proprio “attacco allo Stato“.

Giovanni Falcone (sx) e Paolo Borsellino (dx); fonte: focusjunior.it

Sempre nel ’92 inizia ad essere manifesta la dilagante corruzione del ceto politico: il 17 febbraio viene infatti arrestato il socialista Mario Chiesa, ed inizia la stagione di Tangentopoli, che vedrà coinvolti la maggior parte degli apparati statali. Le morti di Falcone e Borsellino sono letteralmente le gocce che fanno traboccare il vaso. Pur essendo opera di Cosa Nostra, la scollatura tra Nazione e Stato è sempre più profonda. Crescono i sospetti, che saranno in parte confermati dall’inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia, e appare insufficiente l’azione di Roma. Sono problemi legati anche alla questione meridionale, vecchia quanto l’Italia unita. La svolta di centro-sinistra dei primi anni Sessanta aveva fatto intravedere progressi, ma (come spesso accade) la burocrazia italiana si era persa per strada: il divario con il Nord aveva continuato ad aumentare, così come l’insoddisfazione del Sud. Tutti questi fattori, considerando almeno i più rilevanti, confluiscono quindi nel teso clima politico dei primi anni Novanta. Clima che, giocoforza, trovava espressione anche nelle più semplici forme della ritualità civile. Un momento che avrebbe dovuto essere di lutto e silenzioso raccoglimento, come quello dei due funerali, si trasforma quindi in un qualcosa d’altro. Un qualcosa che si avvicina concettualmente al caso di Soleimani. Un qualcosa che testimonia l’importanza della ritualità della morte nella società contemporanea.

 

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.