Guerra fredda in terre calde: La conquista del Medio Oriente tra Yemen e Siria

C’è un filo rosso che collega la guerra in Yemen e la guerra in Siria. Un filo, anzi una linea rossa sospesa da cui dipende il destino del Medio Oriente.

 

Un civile combattente sulle macerie fotografato in Yemen

Il fumo si alza scuro sopra i cieli dell’impianto di Buqyak, il più grande al mondo tra quelli per la stabilizzazione del petrolio. Centro vitale per l’economia saudita.

A rivendicare la responsabilità del “peggiore attacco militare” subito dall’Arabia Saudita sono gli Houti, i ribelli yemeniti, a Sud, ma la monarchia più potente della penisola arabica guarda a Nord-Est, all’Iran; anzi, a Nord-Ovest, in Turchia, nella capitale Ankara dove il Presidente Rouhani è ospite, insieme a Vladimir Putin, di Erdogan. Tra i tre si sta tenendo un vertice per decidere le sorti della Siria, ennesimo Stato fallito, come lo Yemen, che come lo Yemen è ancora lacerato da una guerra civile devastante. Un altro Paese il cui destino resta sospeso sui continui cambiamenti negli equilibri mediorientali. Proprio come accade per lo Yemen.

Perciò, per guardare a Sud, l’Arabia Saudita deve guardare a Nord-Ovest, in definitiva per guardare a Nord-Est: una torsione intricata, in nome dell’interesse nazionale e di un primato sull’area messo irrimediabilmente in discussione dall’Iran. Il secondo arrivato, che per la Storia è il primo: la Persia, un Impero più che uno Stato.

Questo emerge nella confusione della “guerra per procura” combattuta da Iran e Arabia Saudita tra l’Iraq e il Bahrein, tra lo Yemen e la Siria e fino in Tunisia, Marocco e Libia: una rivalità antica, radicata nella geopolitica di un’area- il Medio Oriente- dove i vuoti di potere spesso generano poteri vuoti, e insieme ad essi le ambizioni e le speranze di chi ragiona in maniera transnazionale. Secondo una prospettiva da Impero.

Per lo storico, si pone il problema di pensare da storiografo: a partire dalla particolarità dei conflitti per risalire alle origini della conflittualità di una popolazione, indossando una lente geopolitica ed una filosofica per leggere le mappe di quella che viene liquidata come una piccola Guerra fredda in Medio Oriente. Ma che sembra essere qualcosa di più.

Un momento della Primavera araba in Egitto

Guerre calde

Il 2011 è ricordato come l’anno delle Primavere arabe: movimenti di protesta, anti-monarchici e filo-democratici. che scossero molti regimi del Medio Oriente e del Nord Africa. Era la piazza che si raccoglieva per chiedere una riforma. Meglio ancora: era una parte della società, composita e articolata a diversi livelli, che si mobilitava per alterare gli equilibri politici e spesso istituzionali del proprio Paese.

Quasi ovunque, nella nazioni interessate, ciò significò la guerra civile.

In Siria, i primi colpi furono sparati per ordine di Assad, Presidente “ereditario” contestato dalla popolazione, e la protesta assunse i tratti della rivoluzione: si costituì l’Esercito Siriano Libero, formato da truppe dell’esercito regolare, civili e militanti jihadisti, le cui file andarono ingrossandosi in seguito alla decisione del regime di aprire le carceri. In questo modo, pensava Assad, le altre potenze dell’area- leggi l’Arabia Saudita- e i grandi osservatori internazionali- leggi gli USA- avrebbero avuto non poche difficoltà nel sostenere la protesta senza finanziare i “terroristi”.

E’la rilevanza della Siria nella regione, infatti, a rendere il conflitto locale immediatamente internazionale: l’Iran accorse a sostegno dell’autocrate e, per un gioco di pesi e di contrappesi, l’Arabia Saudita, in testa alle monarchie del Golfo, iniziò a finanziare la rivolta. Ma senza intervenire direttamente, bensì sfruttando gli attori di volta in volta coinvolti nello scontro: i ribelli e le milizie estremiste, la Turchia che mirava ad indebolire Assad, la Giordania, entrata nella lizza dopo che Hezbollah, una milizia di ispirazione kohmeinista emersa dalla stagione delle guerre in Libano, una trentina di anni addietro, aveva raggiunto il regime siriano suo alleato. Con l’ingresso di Hezbollah nel conflitto, si rafforza l’apporto dell’Iran alla guerra.

La distruzione siriana dopo 8 anni di guerra

Il quadro del conflitto va tenuto presente anche quando, considerando i suoi sviluppi, si osserva il coinvolgimento di attori del peso degli Stati Uniti, intervenuti nel 2013 a sostegno della ribellione dopo la denuncia dell’impiego, da parte di Assad, di armi chimiche contro la popolazione civile, e della Russia, formalmente in campo per combattere l’ISIS, più propriamente in funzione di supporto ad Assad.

USA e Russia hanno certo determinato importanti sviluppi del conflitto, ma non ne sono stati i promotori nè i principali antagonisti: lo dimostra l’ambigua situazione in cui si è ritrovata l’America. Da una parte a sostenere i curdi nel Nord della Siria in funzione anti-ISIS, dall’altra ad appoggiare in funzione anti-Assad Erdogan, che sembrava però più interessato ad eliminare la minaccia di un Kurdistan a cavallo di Turchia, Iraq e Siria. In un vortice che ha assorbito molto denaro e un po’ della credibilità della presidenza Obama.

Tuttavia, l’annunciato disinteressamento degli USA di Trump nei confronti delle questioni siriane, ha impoverito la posizione saudita, che deve arretrare: ne è testimonianza il vertice di Ankara, tra una Turchia sempre più filo-russa ed un Iran sempre più vessato dall’Occidente americano, sotto l’egida di Putin, sempre più occidentale nel suo progetto zarista.

E’ chiaro: la discesa in campo di Stati Uniti e Russia sposta i pesi sui piatti della bilancia. Ciò, però, non deve confonderci circa le origini della disputa.

Un conflitto più chiaro, e per molti aspetti più atroce di quello siriano è lo scontro, apertamente esploso nel 2015, ma già covato nella Primavera yemenita del 2012, tra gli Houti sostenitori del vecchio Presidente Saleh, e i sostenitori di Hadi, succeduto alla presidenza. I primi, finanziati dall’Iran, tentavano di rovesciare Hadi, nuovo campione dello status quo nel Paese e, perciò, gradito alla monarchia saudita: la minaccia era palese per l’Arabia Saudita, e consisteva nella possibilità di rimanere accerchiata da Sud, nello Yemen, e da Nord, in Iraq, da regimi filo-iraniani.

Perciò, l’Arabia Saudita cominciò una campagna militare contro gli Houti, per danneggiare l’Iran nella sua strategia di contenimento della potenza saudita: fu l’inizio di una guerra civile nel Paese più povero della regione, che ancora non accenna a terminare.

Leader a confronto: Arabia Saudita ( a sinistra) vs Iran ( a destra)

Guerra fredda

Ciò che lega la guerra civile siriana e quella yemenita è la loro portata nella regione, cioè la rilevanza che esse hanno, come conflitti locali e insieme internazionali, nella disputa tra il mantenimento e la ridefinizione dello status quo del Medio Oriente.

Come in Iraq negli anni ’80, ciò che è in giovo in questi Paesi sono gli equilibri di potere determinati in seguito alla disgregazione dell’Impero ottomano nell’area, da cui sorgeranno, dalla polvere di antiche e anche antichissime egemonie, il Regno dell’Arabia Saudita, nel 1932, e l’Iran moderno, prima occidentalizzato dallo Shiah, poi riformato dall’Ayatollah Kohmeini, e reso una Repubblica islamica. E’ su queste due entità politiche che si impernia la geopolitica mediorientale: ora propensa a conservare un assetto politico definito, cioè ad accomodarsi sui desideri dell’Arabia Saudita, ora disposta a trasformarsi drasticamente, spinta dalle ambizioni iraniane.

Sebbene sia riduttiva questa divisione dei fronti, dal momento che per ogni caso particolare i due grandi attori geopolitici mediorientali rintracciano le proprie convenienze e sottolineano i propri timori, essa non è figlia di un semplice manicheismo: è dalla rivoluzione kohmeinista in Iran, infatti, che trasformò lo Stato in un regime popolare islamico anti-occidentale sacralizzato, che Iran e Arabia Saudita si contendono la guida del mondo musulmano. Almeno, in età contemporanea.

Senza risalire all’epoca subito successiva all’età dei Quattro Califfi, seguita alla morte di Maometto, possiamo riconoscere nella regione continue tendenze alla riconfigurazione geopolitica, determinate dal raccoglimento della leadership da parte di personalità e gruppi sociali differenti, ciascuno con la sua forza politica, cioè con la sua posizione strategica nel territorio. Così, gli Omayyadi della penisola araba hanno trionfato e poi ceduto il posto agli Abbasidi persiani, prima che i turchi Ottomani ne raccogliessero l’eredità.

E’ uno schema, quello della conquista del ruolo di guida della popolazione musulmana, che opera sulla base del principio secondo il quale, in Geopolitica, “il vuoto non esiste”, ed è solo lo spazio che viene occupato da chi riesce ad affermare un potere: così, mentre l’Arabia Saudita si considerava, anche in virtù della presenza, nel suo territorio, di Medina e della Mecca, il faro dei musulmani in Medio Oriente, (ri)sorgeva negli anni ’80 uno Stato dichiaratamente islamico, guidato da un predicatore ostile alle monarchie secolarizzate, figlie del demonio occidentale, con amizioni di leadership sul resto del mondo islamico.

Siria, Yemen, Iraq, Libia, Bahrein, Tunisia, Marocco sono opportunità, per ciascuno dei due contendenti, per affermare il proprio ruolo, in attesa che l’avversario lasci spazi vuoti sul suo cammino. Una “guerra per procura” che a molti ricorda la “nostra” Guerra fredda.

Ma Iran e Arabia Saudita non ambiscono al controllo del mondo, bensì alla leadership nel Medio Oriente. Tenere presente questo punto, ci consente di leggere la rivalità tra i due Stati-imperiali senza deviazioni.

La “nostra” Guerra fredda, tra USA e URSS

Cosa accade in Medio Oriente?

I sostenitori dell’interpretazione che legge il rapporto tra Iran e Arabia Saudita come un Guerra fredda mediorientale si avvalgono, spesso, della divisione in seno all’Islam tra sunniti e sciiti, e fa delle due famiglie religiose altrettante fazioni, ciascuna portatrice di interessi strategici, l’una incarnata nel Regno saudita, l’altra nello Stato persiano. Come una sorta di riproposizione del conflitto tra USA e URSS nel mondo del secondo dopoguerra.

Cedendo a questa interpretazione, però, si dimentica che quasi ovunque la convivenza tra sunniti e sciiti è stata felice, e che i fedeli islamici si riconoscono come parte di una medesima confessione: un popolo che ha nella religione il fondamento della propria identità. Perciò, se vogliamo parlare di un conflitto tra due poli in Medio Oriente, dobbiamo rintracciare altrove il termine di confronto.

In Europa, al termine della Seconda Guerra Mondiale, si affermarono come contrapposti due diversi modelli politici: quello americano e quello sovietico, ciascuno dei quali ambiva ad espandere il raggio della propria influenza sui Paesi lambiti dalla guerra e, poi, interclusa la via dell’Europa, ad indebolire l’avversario attaccandolo ovunque esso avesse interessi nel mondo. Ben presto divenne una guerra di logoramento, e l’URSS risultò sconfitta.

Ma, a ben guardare, la “nostra” Guerra fredda fu uno scontro tra opposte configurazioni economico-sociali: il Liberalismo e il Comunismo; obiettivo era la conquista, ideologica e politica, dell’egemonia in società varie, storicamente dissimili, sulla base di paradigmi tanto più efficaci quanto più estesi. “Egemonia”, però, secondo il detto gramsciano, è il concetto che dirige la contesa tra le parti in un sistema dialogico, democratico, dove la vittoria di una della due non è mai annichilimento dell’altra.

Ciò significa che il mondo del Liberalismo trionfante, il mondo post Guerra fredda, non può non tener conto del concetto di eguaglianza sociale, cardine del Comunismo, se vuole conservare l’egemonia: perché una libertà priva di eguaglianza nelle possibilità è una libertà di pochi, cioè un’astrazione e una ipocrisia. Che conduce alla vittoria dei populismi, che invece fanno di una certa eguaglianza il proprio credo.

Non è, quella descritta, una situazione traducibile in Medio Oriente: il motivo è che il modello politico di riferimento, lì, è quello della teocrazia, il cui senso è l’esistenza di un’autorità indiscutibile, legittima in virtù del suo potere naturale, intorno alla quale la comunità si raccoglie a prescindere dai confini nazionali. Per fede, si potrebbe dire. Il potere, in questo caso, non va conquistato ma stabilito come principio ordinatore di una popolazione politicamente disgregata, ma socialmente coesa.

Si tratta di affermarsi come guida di una collettività transnazionale, proseguendo la tradizione di un’erea di mondo in cui gli Imperi, sepolti nella sabbia, non hanno mai smesso di esistere.

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