Grandi proteste popolari in Cina: da Hong Kong a Piazza Tienanmen

Da alcuni giorni circola una notizia che sembra riportarci indietro nel tempo: in Cina, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza a protestare. Perché? E, soprattutto, cosa ci ricorda?

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La portata della protesta in Cina (Google immagini)

 

Ad essere precisi, la manifestazione si tiene ad Hong Kong, ed è iniziata il 28 aprile di quest’anno. Tutto è nato dal Fugitive Offenders and Mutual Legal Assistance in Criminal Matters Legislation Bill, un emendamento che consentirebbe al governo cinese di estradare dal territorio di Hong Kong criminali che ritiene di alta pericolosità, per poi processarli su territorio più propriamente cinese. La portata di questa protesta è veramente ampia, a dimostrazione dell’importanza che riveste per i cittadini di questa città il suo status di regione amministrativa speciale.

Sì, perché in realtà Hong Kong fa parte della Cina solo dal 1997. Precedentemente, era stata per lungo tempo una colonia britannica (fin dalla metà dell’Ottocento), e, per un breve periodo, sotto il dominio giapponese. Al momento dell’accordo con lo Stato cinese, perciò, a questa città fu concesso uno statuto del tutto particolare: non solo un sistema di governo differente da quello cinese, ma anche un apparato legislativo basato sulla Common Law, a riprova della grande influenza inglese nella storia di Hong Kong.

In manifestanti scesi in piazza sono tanti, tantissimi: alcune stime parlano di quasi mezzo milione di partecipanti. Stando alle ultime notizie, in questi giorni è stato occupato persino il Parlamento della città. Fortunatamente, per ora, non ci sono state azioni veramente violente.

Oggi, no. Ma in passato, nello stesso Paese e nella stessa situazione, di azioni violente ne sono state commesse un bel po’.

La protesta di Piazza Tienanmen

Una delle foto più famose del mondo ritrae quest’uomo, un “Rivoltoso Sconosciuto” che, a braccia allargate, si frappone all’avanzata di una fila di carri armati. Siamo in Cina e più precisamente a Pechino, nel 1989. Ma cosa sta succedendo?

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Ancora oggi, l’identità di quest’uomo rimane sconosciuta. Si ipotizza che sia stato giustiziato dai militari cinesi (Vimeo)

Innanzitutto, contestualizziamo questa immagine, propria di un’epoca in cui molti di noi non erano nemmeno nati. Nel 1989 il World Wide Web non era ancora nato, i cellulari avevano ancora le antenne, nessun bambino giocava a Fortnite e, soprattutto, il mondo intero stava per uscire dalla guerra potenzialmente più devastante di sempre. L’anno in questione è infatti anche quello della caduta del Muro di Berlino, evento che sancisce la fine della Guerra Fredda, che per decenni aveva contrapposto USA e URSS. Il sistema russo aveva fallito in tutti i sensi, e poco alla volta tutti gli Stati europei precedentemente sotto il controllo sovietico si “occidentalizzeranno”, anche se la differenza tra i due blocchi è tutt’oggi, a distanza di trent’anni, ancora molto marcata.

Cosa c’entra la Cina in tutto questo? In realtà, il colosso comunista ha giocato un importantissimo ruolo durante la Guerra Fredda. Nel 1949, pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il più grande Impero dell’estremo oriente vedeva terminare una lunga guerra civile, da cui uscirono vincitori i comunisti di Mao Zedong. Per vicinanza geografica ed ora anche ideologica, fu naturale per loro allearsi con l’URSS, la madre di tutti i sistemi politici che si definivano comunisti. Per qualche anno, perciò, questo colosso rosso asiatico formato da Cina e Russia spaventò tremendamente gli Americani, che si vedevano fronteggiare un territorio ed una popolazione immensi.

Fortunatamente per loro, la comunione di interessi non durò a lungo: nel 1959 il presidente russo Kruscev criticò aspramente Mao Zedong per il suo Grande Balzo in Avanti, il nome dato ad un piano calato dall’alto che prevedeva una forzata e repentina riforma del sistema economico e sociale. Questo progetto consisteva in una fortissima industrializzazione del Paese attraverso la creazione di Comuni popolari. Si trattava cioè di obbligare i contadini sparsi per l’immenso territorio cinese ad unirsi in collettività ed a cedere tutta la loro produzione allo Stato, che avrebbe dovuto poi restituirlo per provvedere al sostentamento di ciascuno, ma ricavandone un guadagno tale da finanziare la costruzione di grandissime industrie. Il Grande Balzo in avanti fu però un disastro sotto ogni aspetto, tanto che negli anni Sessanta scoppiò una grave carestia uccise tra i 14 e i 43 milioni di cittadini.

 

Negli anni successivi, le cose cominciarono a cambiare: morto Mao Zedong, il suo successore Den Xiaoping era di linea molto più moderata, tanto che si tornò ad una limitata possibilità di avere proprietà private e le Comuni vennero abolite nel 1984.

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Mao Zedong e Bush Senior (Google immagini)

La famosa immagine della protesta di Piazza Tienanmen va perciò inserita in un contesto di questo tipo: dopo molti anni di sottomissione al Partito, i giovani della nuova generazione si stavano mobilitando non solo in Cina, ma in tutti quei Paesi oppressi dalle dittature comuniste.

 

Cosa chiedevano gli studenti?

Inizialmente, in realtà, la protesta era pacata e pacifica: si chiedeva solamente che il Governo prendesse posizione sulla morte dell’ex segretario del Partito, Hu Yaobang. L’uomo era considerato un riformatore, ma era stato destituito qualche anno prima del decesso, avvenuto per arresto cardiaco.

La situazione, a poco a poco, divenne sempre più tesa. Gli studenti sentivano che il governo cinese, temporeggiando e ignorandoli, stesse cercando di fare marcia indietro e tornare ad un regime ancora più duro, invece di seguire l’onda di liberazione dai regimi che stava investendo tutto il mondo, e che di lì a poco avrebbe fatto cadere il Muro di Berlino. Le proteste iniziarono il 22 aprile. Ad esse si unirono poi professori universitari, tanto che il 4 maggio scesero in piazza Tienanmen ben 100.00 persone.

Si cercò allora di trovare un accordo tra studenti e Partito, ma all’interno di quest’ultimo non c’era una linea univoca. Non riuscendo perciò a vedere una soluzione, Den Xiaoping (senza alcuna carica formale ma ancora la persona più influente della Cina) scelse la repressione militare: il 19 maggio venne indetta la Legge Marziale, e il 3 giugno l’esercito si mosse. Appena trovavano delle resistenze, i soldati aprivano il fuoco sui civili. I manifestanti non tardarono a rispondere, con molotov e bastoni. Ma la lotta si concluse, com’è logico pensare, con la vittoria dei militari, che, il 5 giugno, sgomberarono ed occuparono completamente piazza Tienanmen, fucilando chiunque cercasse di tornare al suo interno.

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L’enorme folla presente in piazza prima dell’attacco dei militari (Corriere)

Cosa è cambiato?

In realtà, molte cose. Nonostante siano passati trent’anni, il tempo di una generazione, il mondo è cambiato fatalmente, e, con esso, anche il modo di reagire agli eventi. E anzi, da questa storia possiamo trarre (almeno per ora) due note positive. Uno, che le persone non hanno smesso di scendere in piazza per ciò che vogliono. Al di là del nostro condividere o meno i valori della protesta, possiamo almeno essere felici nel vedere che, tutto sommato, anche le nuove generazioni hanno un corpo e un cuore, oltre che un cellulare al quale, secondo i loro genitori, stanno attaccati tutto il giorno.

Secondo, se nel 1989 il governo cinese si sentiva ancora piuttosto sicuro nel poter fucilare impunemente centinaia o migliaia (le stime variano da 200 a 12.000 morti, a seconda della fonte) di civili, ora è tutto diverso. Ora, una interconnessione nuova e potentissima lega buona parte del mondo e gran parte degli Stati di diritto. Ora, decidere un intervento militare comporterebbe ben più di qualche telegramma indignato degli USA. Ora, forse per la prima volta nella storia, in molti Stati del mondo (ma purtroppo non in tutti) ci si può far sentire senza la paura di essere uccisi, o peggio, espulsi.

 

Isaia Boscato

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