Evoluzione dei concetti di libertà, odio e confine nell’epoca del muro di Trump.
Donald Trump e il muro

La nuova politica americana, portata avanti dai sostenitori di Trump, sta ridimensionando l’ideale storico di libertà degli USA.

President Donald Trump

Con le recenti vicende legate alla presa di posiziona da parte dell’amministrazione Trump, in rapporto al fenomeno dell’immigrazione illegale di migliaia di messicani, che sfruttano la porosità del confine tra i due stati per raggiungere il sogno americano, si osserva un innalzamento di barriere, non solo fisiche ma soprattutto psicologiche che vanno ad amplificare l’odio e l’avversione nei confronti della diversità.

Confine Messico-USA

Trump e il muro dell’odio

L’anno 2016 è stato un anno pieno di eventi da ricordare. Gli attacchi terroristici in Francia e Germania, la Brexit, il putsch fallito in Turchia. Questi sono alcuni degli eventi che non ci faranno mai dimenticare quell’anno, ma ci sono ancora due eventi che hanno caratterizzato anche gli anni a seguire e continuano a farlo. Donald Trump diventa the 45th President of the United States of America, ma non solo, anche la grande crisi migratoria che ha portato alla sospensione delle regole di Schengen, al risorgere dello spettro populista in Europa. Trump ha usato lo slogan “make America great again”, sostenendo quest’ultimo, con una immigration policy rigida ma soprattutto, incentrata sulla costruzione del muro che divide gli Stati Uniti dal Messico, un muro che protegga l’America dagli immigrati messicani che cercano di insediarsi nel territorio americano illegalmente. Trump sostiene che le spese per la costruzione del muro saranno pagate dai messicani stessi, scatenando una serie di animate proteste e preoccupazioni da parte di tutto il mondo. L’amministrazione di Trump ha separato ai pressi del confine Messico – USA più di 5.400 bambini migranti dai loro genitori, mentre le loro famiglie tentavano di entrare nel territorio statunitense. Nel 2018 Trump ha attuato una policy per l’immigrazione con zero tolerance, condannando gli immigrati illegalmente come criminali. Ma gli effetti del muro si ripercuotono anche sugli americani che hanno supportato e votato Trump. La richiesta del presidente Trump di 5.6miliardi di dollari per finanziare il muro ha causato 35 giorni di shutdown del governo con effetti devastanti, come gli 800.000 impiegati dei dipartimenti federali che hanno lavorato senza essere pagati e danni all’economia americana pari a 11 miliardi di dollari, cioè il doppio richiesto da Trump per il muro. Questo gesto ha fatto registrare il più lungo shutdown del governo americano della storia. La questione della deportazione degli irregolari è stata uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Trump, facendo da base sulla quale ha costruito il suo successo con i settori più estremisti dell’elettorato, quest’ultimo desideroso della deportazione immediata di tutti quanti, con l’apporto di un corpo speciale (deportation force). Se questa deportazione di massa venisse attuata, gli ostacoli di natura giuridica, i costi di attuazione, le difficoltà logistiche, le lesioni dei diritti umani sarebbero enormi.

I benefici di un confine poroso e la malattia incivile del muro

Lo psicanalista Massimo Recalcati, nel suo libro “La tentazione del muro”, espone la rappresentazione psicoanalitica del confine, la cui assenza farebbe precipitare la vita umana nel caos dell’indifferenziato. Freud spiega come il primo compito della vita sia quello di costruirsi una nicchia protettiva per ripararsi dalle impetuose pulsioni interiori e da un mondo vissuto come fonte di minacce. Spinti dalla pulsione securitaria, da sempre gli uomini hanno tentato di delimitare il proprio territorio per difendersi dalla forza della natura e dalla minaccia dei nemici. La creazione di un confine avrebbe anche permesso di circoscrivere la propria identità, proteggendo le sue radici. Nella schizofrenia è possibile osservare i danni generati dalla perdita di un confine: una vita radicalmente smarrita, disgregata e frammentata. Però da un altro lato essa è dominata da un desiderio di libertà, di avventura, del superamento del confine, che risulta indispensabile per la sua esistenza. Un irrigidimento del confine comporta la chiusura su sé stessi, la massificazione e l’esclusione della differenza. Invece l’eccesso di erranza comporta la perdita del sentimento di identità e delle proprie radici, lo smarrimento e può culminare nella perdita di sé stessi. Se sulla libertà prevale un forte senso di appartenenza, totalmente conformista alla propria cultura, ciò genera un sacrificio della propria libertà in favore della propria sicurezza. In questo caso tutto ciò che si trova oltre il proprio confine rappresenta una forma di minaccia permanente. Si può osservare un esempio di quella che può essere definita “la malattia del muro” nell’opera di Kafka “Durante la costruzione della muraglia cinese”. L’autore analizza i motivi della costruzione di questo possente baluardo, realizzato per tenere a bada la minaccia dei “popoli del nord”. Essi incarnano la figura dello straniero, inteso come un’entità maligna e crudele capace di violare la propria intimità. Questo si configura come il principio basico dello sviluppo patologico della paranoia. Questa patologia securitaria si scatena da un delirio di contaminazione, dove ogni straniero porta con sé il rischio di una contaminazione pericolosa per la nostra identità. Ciò porta ad una sclerotizzazione del confine che si trasforma da una semplice staccionata o filo spinato fino ad arrivare alla costruzione di un’immensa muraglia, come quella imposta dalla politica del presidente americano Donald Trump, ossessionato dalla pericolosità dell’immigrazione degli stranieri messicani. Questa mutazione patologica dimentica di considerare l’importante funzione simbolica del confine. Esso non ha solo il compito di delimitare la nostra identità, ma anche quella di garantire uno scambio e una comunicazione con lo straniero. Un’identità si può definire solamente in relazione ad un’altra differente. È quindi fondamentale, per il grande psicoanalista Bion, mantenere quella “porosità” del confine che permette una relazione positiva e di scambio con lo straniero. Ricordandoci che lo straniero non è solo colui che abita oltre la frontiera, ma anche colui che abita in noi. 

Confine USA – Messico

La genesi dell’odio e la proiezione sullo straniero difforme

L’odio è una delle emozioni più pervasive che ci spinge a compiere gesti impensabili. Per Freud esso è più antico dell’amore e si manifesterebbe principalmente come un rifiuto, da parte dell’apparato psichico, del mondo straniero come fonte di stimolazioni ingovernabili. Di solito tendiamo a considerarlo come un sentimento impulsivo e che magari si scatena durante un conflitto, scambiandolo così per l’aggressività. In realtà è generato dal rifiuto di affrontare un’angoscia interiore, legata ad un aspetto del proprio io, preferendo individuare un oggetto su cui scaricarla. Così l’odio da un volto ed un’identità al male che pervade il soggetto, identificando il pericolo in un oggetto esterno. A differenza dell’aggressività che si dissolve in breve tempo, esso si consolida in maniera stabile e incarna una passione lucida e razionale che mira a distruggere, cancellare e infangare la dignità umana dell’odiato, fonte della sua infelicità e del suo profondo malessere. Spesso l’odiato viene raffigurato come il difforme e l’impuro, come accade nell’odio nazista nei confronti degli ebrei. Qui si osserva la manifestazione dell’odio feroce del puro che giustifica la sua violenza nel carattere indegno dell’impuro, odiato non per ciò che dice o fa ma per ciò che è, per la sua esistenza differente e difforme da quella pura. Per la psicoanalisi esso potrebbe generarsi anche dall’incapacità di elaborare un lutto, di fronte all’esperienza tragica e irreversibile di una perdita. Nei casi di femminicidio, invece di elaborare la ferita narcisistica provocata dalla separazione e il lutto doloroso della morte di un amore, gli uomini ricorrono alla follia della violenza, scatenata dall’odio cieco verso chi li ha abbandonati. Esiste anche un sottile odio invidioso che colpisce chi incarna “l’io ideale” che vorremmo essere ma che non riusciamo a raggiungere. L’odio non scaturisce soltanto dall’invidia di una qualità o una proprietà dell’invidiato, ma dalla ricchezza della sua vita. Esempio mitologico è l’episodio biblico di Caino e Abele. Caino, consumato dall’odio invidioso, finisce con l’uccidere il fratello che incarna il suo ideale narcisistico, irraggiungibile. Abbiamo compreso come questo sentimento rappresenta un tentativo di difesa nei confronti del proprio straniero interiore e per fare ciò si scaglia contro lo straniero esterno. L’espulsione dell’ingovernabilità interiore può essere paragonata all’espulsione, ampiamente fomentata dal presidente Trump, degli immigrati messicani presenti sul suolo statunitense, accusati di essere la causa scatenante del caos e della criminalità nello stato. Freud avrebbe interpretato questo gesto come lo sputare fuori, come il proiettare sull’altro quello che non si è disposti ad accettare di sé. 

Statua della Libertà

La psiche umana e le varie interpretazioni della libertà

“Nothing then is unchangeable but the inherent and inalienable rights of man” – Thomas Jefferson

La teologia cristiana modificò ampiamente la concezione classica della libertà rapportandola non più alla libertà politica e alla libertà personale ma contrapponendola a quella schiavitù interiore derivante dal peccato originale di Adamo. La buona volontà, e non più la razionalità, è quella che origina la libertà, che non è possibile avere senza l’intervento divino procacciatore della grazia, mezzo essenziale di liberazione dell’uomo. Nell’ambito della concezione religiosa della libertà il pensiero moderno ha assunto una visione razionalista con Cartesio che definisce la libertà non come un puro e semplice “libero arbitrio d’indifferenza” ma come impegnativa scelta concreta di cercare la verità tramite il dubbio. Leibniz osservava che “quando si discute intorno alla libertà del volere o del libero arbitrio, non si domanda se l’uomo possa far ciò che vuole, bensì se nella sua volontà vi sia sufficiente indipendenza”. Una delle domande più controverse di sempre è quella che chiede come sia possibile che l’uomo commetta gli stessi errori anche dopo eventi catastrofici che hanno segnato l’umanità come la prima e la seconda guerra mondiale. Com’è possibile che ci siano ancora persone che supportano il totalitarismo, idee razziste, la supremazia di una nazione sulle altre. Molti intellettuali hanno cercato di trovare una risposta a queste domande, analizzando i possibili fattori che possono influenzare il comportamento e il pensiero dell’uomo. Analisi sulla concezione e aspetti della libertà umana e il totalitarismo ci porta a considerare un problema generale, il ruolo che i fattori psicologici hanno come forze attive nei processi sociali. Ogni tentativo di comprendere come il Fascismo riesca ad influenzare il pensiero di grandi nazioni, ci porta a tenere in considerazione le relazioni tra i fattori psicologici, economici e ideologici che si intersecano nei processi sociali. Scrittori come Hobbes, il quale credeva che, visto che gli uomini sono tutti uguali e quindi desiderano tutti la felicità, e visto che non ci sono abbastanza ricchezze per soddisfarli tutti in maniera equa, gli uomini hanno la necessità di combattere tra di loro per arrivare al potere che assicurerà loro il benessere. Freud andò oltre più di chiunque altro prima di lui nell’analizzare le forze irrazionali e inconsce che determinano e condizionano il comportamento umano. Freud scoprì che queste irrazionalità insieme a tutta la struttura caratteriale di un individuo erano reazioni all’influenza generata dal mondo esterno e in particolare dagli eventi significanti presentatisi nell’infanzia. Freud sosteneva anche che l’uomo è per natura antisociale e che la società ha il compito di addomesticarlo e controllare i suoi impulsi. L’analogia del mercato che usa lo psicanalista austriaco per evidenziare il comportamento umano nelle relazioni è una dei concetti chiave per poter comprendere come gli esseri umani continuano a commettere certi errori. Per Freud le relazioni umane sono come un mercato, dove avviene uno scambio di bisogni biologici per arrivare alla soddisfazione individuale, quindi si può affermare che le relazioni interpersonali sono sempre uno strumento per arrivare ad uno scopo ma mai lo scopo in sé. Da questi studi si è arrivati alla concezione che gli esseri umani possono preferire le catene alla libertà per evitare la responsabilità di dover prendere decisioni. Esiste infatti una natura fascista del desiderio umano che, per non incaricarsi della responsabilità etica della libertà, tende a consolidare rapporti di dipendenza e di sottomissione. Ma fanatismo significa anche cancellazione di tutto ciò che evoca la dimensione del negativo: la malattia, l’ebreo, la donna, l’imperfezione, infatti il miraggio di ogni fanatismo è quello di offrire come contropartita di un’obbedienza assoluta, un futuro senza mancanze dove nulla deve risultare impossibile. Come spiega Eco, eliminare l’intruso, la contaminazione, il pluralismo, le differenze, l’infezione dell’alterità. Un libro che evidenzia i concetti fondamentali per comprendere i meccanismi che portano all’annientamento dell’individualismo e della singolarità, dell’odio per l’intruso e qualsiasi cosa sia diverso, è senza dubbio “Fuga dalla libertà” di Fromm dove lo psicologo fa un’attenta introduzione storica dal medioevo all’umanesimo, con l’avvento del protestantesimo che ha consolidato il concetto di individualismo e libertà, per poi analizzare i vari aspetti psicologici che hanno guidato l’umanità agli orrori che da sempre ci hanno guidato fino alla nostra epoca moderna. Fromm afferma nel suo libro che la libertà positiva, l’assegnazione all’individuo di diritti di libertà inviolabili, la possibilità dell’iniziativa individuale, la crescente illuminazione razionale – si è dunque associata a quella negativa – l’ansia, l’insicurezza, l’isolamento, l’impotenza. L’aumento del tenore di vita, il possesso dei beni, il prestigio sociale hanno in parte compensato gli effetti negativi della libertà, ma solo nel senso di aiutare gli individui a rimuoverli, a mascherarli. Di fatto, “la solitudine, la paura e lo sgomento rimangono: le persone non le possono sopportare indefinitamente. Non possono continuare a portare il peso della “libertà da” debbono cercare di fuggire del tutto dalla libertà, se non possono progredire dalla libertà negativa a quella positiva. Nel nostro tempo le principali vie sociali di fuga sono la sottomissione ad un capo, come è accaduto nei paesi fascisti, e il conformismo ossessivo, che prevale nella nostra democrazia.” Se la democrazia era in crisi all’epoca in cui Fuga dalla libertà è stato scritto, oggi la crisi è più acuta per quanto mascherata da istituzioni che, nei Paesi occidentali, sono solide. I segnali più inquietanti della crisi provengono dagli Stati Uniti, laddove un popolo traumatizzato dall’attacco terroristico dell’11 settembre ha consegnato la sua sorte ad un uomo che promette di difendere con ogni mezzo la sua sicurezza e il suo tenore di vita: la guerra preventiva, il misconoscimento della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra, la violazione della privacy dei cittadini statunitensi, l’indifferenza nei confronti dell’inquinamento climatico, il mantenimento di un enorme debito pubblico.

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