Essere curdi: il destino del Rojava tra Hannah Arendt e geopolitica

Inizia l’offensiva turca per eliminare la minaccia curda. E, di nuovo, la “schiuma della terra” viene calpestata. Anche per il suo ambiguo carattere geopolitico.

Copertina di Zerocalcare comparsa sul numero dell’Espresso dedicato ai curdi

Nessuno può fermare l’avanzata di Erdogan nel Nord-Est della Siria. Perché nessuno vuole. Eccetto i curdi del Rojava, rimasti isolati: abbandonati dagli Stati Uniti, ma disconosciuti anche dai curdi iracheni.

Perché “Kurdistan” è il nome ambiguo di un sogno di pochi che a molti infesta il sonno. Ma, al mattino, cosa resterà?

Due sopravvissuti si aggirano sulle macerie di una città siriana

L’alba del Rojava

Il Rojava nasce per riempire un vuoto geopolitico: quello lasciato in campo da Assad, in ritirata per sedare la rivolta di Aleppo 1 anno e 4 mesi dopo lo scoppio della guerra civile siriana.

Alla guida del governo del “Kurdistan occidentale” si pose il Partito dell’Unione democratica (Pyd), che poteva contare sul sostegno e sull’addestramento della sua ala militare, le Unità di protezione popolare (Ypg), e soprattutto sul supporto del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Organizzazione, quest’ultima, che dagli anni ’80 lotta armi alla mano contro Ankara per l’indipendenza dei curdi nella regione e che, oltre alla Turchia, anche USA e UE considerano un gruppo terroristico.

Se la guerra civile gli offrì un territorio, il Rojava, l’incremento della minaccia islamista nell’area e, da lì, verso Stati Uniti ed Europa, diede al “Kurdistan” del Pyd l’opportunità di elevarsi ad interlocutore internazionale: le Forze democratiche siriane (Fds), egemonizzate dall’ Ypg, infatti, divennero il reparto di fanteria più efficiente nella lotta all’ IS, e l’alleato più apprezzato dagli USA, che ne armavano i combattenti.

Da una parte, quindi, gli Stati Uniti sostenevano sul piano bellico i curdi in funzione anti-IS, congelando le ostilità tra questi ed Erdogan. Senza fare nulla per conquistare al Pyd un ruolo politico nei tavoli di pace.

Dall’altra la Russia, che invece premeva per l’inserimento del Pyd nei colloqui di Ginevra: così, pensavano a Mosca, ai negoziati il fronte anti-Assad sarebbe stato meno compatto, vista la presenza del Partito curdo e di altre formazioni che non hanno mai richiesto la rimozione dell’autocrate siriano.

Un apparente allineamento dei pianeti che ha fatto la fortuna del Rojava fino al crollo dello Stato Islamico. Poi, il Kurdistan divenna una cosa inutile, e, anzi, ingombrante: prima per Putin, riavvicinatosi ad Erdogan, ora per Trump, in ritirata da “ridicole guerre tribali”, cioè da un fronte in cui le alleanze ormai sono fatte.

Privi del sostegno internazionale, i curdi sono tornati ad essere gli indesiderati.

Hannah Arendt, autrice, tra le altre opere, di Lo origini del totalitarismo e Noi profughi

Eliminare i curdi

Di cosa parliamo quando diciamo “curdi”?

Trascurando la storia otto e primonovecentesca, quella dei curdi usati da Costantinopoli in funzione anti-zarista, quella del piano inglese per un Kurdistan in funzione anti-ottomana, prima, e anti-kemalista, poi, e tralasciando anche le origini della divisione dei curdi tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, risalente al Trattato di Losanna del 1923, definiamo curda una popolazione fatta di distinte comunità che vive a cavallo del confine tra i quattro Stati di Losanna.

“Curda” è una questione aperta, di donne e uomini che, senza un posto, si uniscono in comunità solo in quanto minoranze di Stati più o meno affermati. Ma senza riconoscersi come autori di un medesimo attore politico.

Ne “Le origini del totalitarismo”, Hannah Arendt, descrivendo il processo di formazione degli Stati-nazione che si ritagliano i propri confini sul mondo, parlò degli ebrei, apolidi, come della “schiuma della terra” che ovunque, prodotto superfluo della spartizione del globo, ricacciata è calpestata e si moltiplica, con disgusto e impotenza degli Stati.

Senza un posto nel mondo, gli ebrei, i curdi non hanno una realtà in base a cui far valere i propri diritti, innanzitutto il proprio “diritto ad avere diritti”, perché sono una comunità non-localizzata, irrilevabile dunque irrilevante.

Così, anche la comunità si disgrega, ed i suoi pezzi vanno ad ingrossare il ventre molle degli Stati nazionali come loro minoranze, singole interferenze nell’omogeneità etnica dei cittadini fatte di singoli che presto perdono il contatto tra di loro. Fino q smarrire il senso stesso del far comunità, come accade all’ebreo “assimilazionista” di “Noi profughi”.

Lo spettacolo cui assistiamo, in Siria, è quello della (ri?)nascita di uno Stato, che crea la sua maggioranza, riconosce le sue minoranze, ed elimina i gruppi superflui. O più difficili da assimilare.

La copertina del numero di Limes dedicato al Kurdistan

Tramonto e fine

Un’ultima cosa resta da chiedersi: è la fine del “Kurdistan occidentale”? Una domanda apparentemente fanciullesca, che però cela una questione rilevante, in essa implicata: che cosa rischia di finire? In altri termini: quali condizioni e limiti, dunque quali possibilità sorreggono l’entità politica nata nel Rojava?

Innanzitutto la sue condizioni: il “Kurdistan occidentale” è stato possibile perché un vuoto di è creato in Siria nordorientale, e le guide della gente curda hanno saputo fare dell’interesse di questa, attraverso la guerra all’ IS, una forza gradita ai grandi osservatori internazionali. Ma proprio questa condizione è anche un limite: il Pyd, infatti, ha legato totalmente l’efficacia della sua azione di governo agli USA ed alla loro presenza nell’area, vincolandosi ad uno status quo rigido in un territorio fluido per definizione. Senza saper sviluppare una vera autonomia politica, per il rapporto con il Pkk, ed economica, per l’isolamento in cui si è ritrovato il Rojava a causa delle frizioni con i curdi iracheni, sul cui appoggio l’area deve contare per rimanere connessa con nazioni non apertamente ostili.

Ci sono, però, altre condizioni che in una situazione quale è quella dei curdi siriani costituiscono limiti interni alla stessa creatura politica del “Kurdistan”: essa, infatti, nasce in Siria come esperimento di governo del Pyd, e come tale si organizza in maniera centralizzata intorno al partito, concedendo ben poco spazio di partecipazione a quella fetta di popolazione araba che da un paio d’anni almeno è diventata la maggioranza in quel territorio.

Tener conto di questi limiti, legati alle condizioni in cui il “Kurdistan occidentale” è nato, consente di valutare le possibilità d’azione che ancora possiede il Rojava per raggiungere gli obiettivi del “confederalismo democratico” e dell'”autonomia democratica” che il Pyd si è posto e che fanno da tessuto ideologico dei tanti progetti e delle conquiste dei curdi siriani.

Perché possa resistere alle invasioni straniere, il Kurdistan deve farsi attore geopolitico essenziale nella ricostruzione e nella ridefinizione dello Stato della Siria, a partire da una interlocuzione aperta con le varie popolazioni e comunità che abitano la zona.

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