Einstein, Dalì e da Vinci: tre modi diversi dell’essere un genio
Intelligenza

Non essere bravi in matematica non vuole dire essere meno intelligenti. Gardner sfata il concetto di intelligenza unica.

Cervello creativo

Da sempre ci domandiamo perché alcune persone siano più brave in matematica di altre, altre capaci di diventare dei mostri sacri della musica e dell’arte, per non parlare di personalità come quella di Einstein, Dalì e da Vinci che grazie alle loro geniali intuizioni hanno lasciato un segno nella storia dell’umanità. Conosciamo persone che in qualunque ambito si applicano riescono a raggiungere dei risultati eccezionali, tanto dall’essere definiti dei veri e propri geni. Tutto può essere ricondotto ad un’abilità tipicamente umana: l’intelligenza. Ma essa può esprimersi in un’unica forma o è infinitamente mutevole?

Brain

Le varie interpretazioni dell’intelligenza

Lo studio dell’intelligenza è un argomento molto complesso, per la mole di ricerche e approcci teorici. Due sono i punti salienti del dibattito teorico intorno al concetto di intelligenza: il primo problema riguarda i contenuti dell’intelligenza, con studiosi che considerano l’intelligenza come un fattore globale, un’unica capacità responsabile di tutti gli “atti intelligenti”, il secondo punto si concentra sulla sua genesi e vede contrapporsi i sostenitori dell’influenza determinante dell’ambiente e i sostenitori dell’ereditarietà. Lo scienziato britannico Sir Francis Galton fu uno dei primi studiosi dell’intelligenza. Galton mostrò un forte interesse per la genialità, e per altre forme di superiorità, sviluppando metodi statistici per ordinare gerarchicamente gli esseri umani sulla base delle loro doti fisiche e intellettuali e per correlare tali misure tra loro. Successivamente fu il francese Alfred Binet che assieme al collega Théodore Simon, escogitò i primi test sull’intelligenza, per individuare i bambini che mostravano prestazioni cognitive basse in ambito scolastico, in modo da poterli inviare a scuole differenziali e per collocare gli altri bambini su una scala di età mentali appropriate. Ben presto test e compiti furono disponibili per un uso molto vasto, come la valutazione delle persone a fini specifici negli ambiti scolastici, militari, lavorativi delle grandi organizzazioni industriali o addirittura per la scelta delle dame di compagnia. Un altro aspetto molto significativo che ha portato allo sviluppo della concezione di intelligenza è quello del dibattito tra lo psicologo cognitivo Spearman, che sosteneva l’esistenza di un fattore “g”, un fattore generale di intelligenza che sarebbe misurato da ogni compito in un test di intelligenza. Dall’altro lo psicometrista americano Thurstone, che credeva nell’esistenza di un piccolo insieme di facoltà mentali primarie relativamente indipendenti l’una dall’altra e misurate da compiti diverse. Nessuna delle due è riuscita ad affermarsi sull’altra. La maggior parte dell’informazione esaminata nei test d’intelligenza riflette conoscenze acquisite vivendo in uno specifico contesto sociale e scolastico. Raramente i test di intelligenza danno una valutazione della capacità di assimilare nuove informazioni o di risolvere nuovi problemi. Un individuo può perdere per intero i lobi frontali diventando una persona radicalmente diversa, incapace di risolvere nuovi problemi, e continuare ciò nonostante a presentare un QI vicino al livello genio. Con Piaget possiamo vedere come la concezione di sviluppo cognitivo cambia. Piaget ha il merito di aver preso sul serio i bambini. Per lo psicologo svizzero, l’individuo costruisce di continuo ipotesi e tenta in tal modo di generare conoscenza, egli si sforza di capire la natura degli oggetti materiali del mondo, in che modo interagiscano tra loro, come pure la natura delle persone nel mondo, le loro motivazioni e il loro comportamento. Anche se Piaget ha delineato un quadro di sviluppo molto eccellente, si tratta pur sempre solo di un tipo di sviluppo, che non tiene conto di aspetti contestuali non occidentali. In tempi più recenti la teoria dell’elaborazione delle informazioni cercò di imporsi come paradigma. Questa teoria è un insieme di modelli psicologici che concepiscono l’essere umano come un processore di stimolo attivo (informazioni o “input”) che ottieni dal tuo ambiente. Questa visione è contraria alla concezione passiva delle persone che caratterizza altri orientamenti, come il comportamentismo e la psicoanalisi. Questi modelli sono racchiusi nel cognitivismo, un paradigma che difende quei pensieri e altri contenuti mentali influenzano il comportamento e devono essere distinti da esso. Divennero popolari negli anni ’50 come reazione all’atteggiamento comportamentale, prevalente all’epoca, che concepiva i processi mentali come forme di comportamento. Sternberg, psicologo statunitense, uno dei maggiori studiosi attuali dell’intelligenza e dello sviluppo cognitivo elabora, all’interno di questo paradigma, la sua teoria triarchica che ipotizza l’esistenza di tre fattori: capacità di performance, le componenti di acquisizione della conoscenza e le meta-componenti. Queste ultime sono considerate i processi esecutivi usati nella pianificazione, monitoraggio, decision making ed esecuzione del compito. Tali meta-componenti sottostanno a tutta l’attività cognitiva e sono misurate implicitamente dal QI. Potrebbero stare alla base della correlazione tra test di intelligenza.

Einstein-Dalì-da Vinci

Cosa rende “geniale” un genio

Quando si parla di intelligenza non si può evitare di chiamare in causa la figura del “genio”. Questo termine viene utilizzato per indicare una persona con un quoziente intellettivo superiore alla media, con un punteggio compreso tra 130 e 140 o addirittura superiore. I risultati ottenuti nelle diverse discipline praticate rappresentano qualcosa di straordinario e difficilmente replicabile da un’intelligenza normale. Quando parliamo di geni la prima persona a venirci in mente è sicuramente il fisico tedesco Albert Einstein. Con un QI stimato attorno ai 160, è stato una delle menti più brillanti mai esistite. Eppure, nonostante la sua intelligenza, gira voce che da ragazzo avesse problemi in matematica e altri problemi nell’apprendimento. Sfatiamo questo mito spiegando come in realtà il principale problema del piccolo Einstein fossero i professori, con cui aveva un spesso un rapporto conflittuale a causa della sua tendenza a mettere in discussione la loro autorità. Le sue più importanti scoperte furono realizzate dopo pochi anni dalla laurea in fisica. Il suo genio è stato in grado di mettere in discussione e stravolgere numerose teorie scientifiche, divenute capisaldi nella fisica dello scorso secolo. Grazie all’utilizzo di numerosi esperimenti mentali, dove immaginava molti aspetti delle sue teorie, generò importanti teorie come: la teoria della relatività, l’equivalenza massa-energia, gli studi sul moto browniano e quelli sulla bomba nucleare. Nel 1921 ricevette il premio Nobel per il suo studio sull’effetto fotoelettrico, premiando così il suo genio logico-matematico. Ma con questo termine non ci si riferisce esclusivamente ad un grande scienziato o ad un visionario inventore. È ampiamente dimostrato come una straordinaria intelligenza sia correlata ad un’immensa creatività. Il pittore Salvador Dalì è un esempio di questo mix intelligenza-creatività. Le sue opere lo incoronarono come il genio del surrealismo. Caratterizzato da un forte carisma e una grande eccentricità, rivoluzionò il concetto di surrealismo attraverso i suoi quadri, nei quali era solito rappresentare scene provenienti dal misterioso mondo dei sogni, mondo che sarà successivamente analizzato da un altro grande genio come il dottor Freud attraverso la scoperta dell’inconscio. La sua sconfinata immaginazione e creatività furono espresse anche attraverso i suoi lavori da scultore, scrittore, fotografo, designer e sceneggiatore cinematografico. La sua grande sensibilità lo portò costantemente ad oscillare tra la follia e la genialità. Il mito del genio ha avuto origine da colui che viene definito il “genio universale”. Stiamo parlando di una persona che sicuramente è l’italiano più famoso al mondo, Leonardo da Vinci. Nato e cresciuto durante lo storico periodo del Rinascimento italiano, si mette subito in mostra grazie al suo immenso talento che sfrutta in qualunque ambito di occupazione. Da molti considerato l’uomo più straordinario mai esistito, Leonardo fu pittore, scultore, architetto, matematico, ingegnere, astronomo e fisico, con un QI compreso tra i 180 e 190. Il suo lato artistico generò opere che sono diventati pezzi di storia viventi come la “Gioconda”, “L’ultima cena”, “L’uomo vitruviano”, la “Dama con l’ermellino” e la “Vergine delle rocce”. Fu un attento osservatore che per primo si occupò di studiare l’anatomia umana direttamente sui cadaveri, lasciando delle precise descrizioni del suo funzionamento. Manifestò un grande interesse per la natura, individuando per primo la disposizione regolare delle foglie sui rami e scoprì che il numero degli anelli nel tronco corrisponde all’età dell’albero, e per l’astronomia, dove precedette l’astronomo Copernico nell’affermazione del principio eliocentrico secondo il quale la nostra Terra fa parte di un sistema astronomico che ha per centro il sole, e lo fece in un’epoca in cui tutti erano convinti che la Terra fosse immobile al centro dell’Universo. Amava la matematica, in particolare la meccanica, e la considerava la forma più pura di ragionamento. Costruì con la massima precisione liuti, lire e viole, e si preoccupò di perfezionare gli strumenti musicali allora esistenti, diventando compositore e musicista. Molto conosciute sono le sue invenzioni, come il carro armato e la mitragliatrice, e i numerosi progetti che miravano a meccanizzare la tutte le attività manuali e i trasporti, oltre a voler creare reti di comunicazione aerea e subacquea. È fondamentale sapere che tutte queste straordinarie intuizioni si verificarono in un periodo storico precedente a quello della grande rivoluzione scientifica, avvenuta nel ‘6oo. Questo dimostra l’ineguagliabile genialità di da Vinci e lo colloca in cima all’olimpo dei geni. Dobbiamo sottolineare come anche il contesto storico e sociale svolgono un ruolo fondamentale per la nascita di un genio, evidenziando come un elevato QI non è sufficiente se la persona si trova in un ambiente privo di stimoli e lontano dalla cultura.

Howard Gardner: Intelligenze multiple

Gardner insegna scienze cognitive e dell’educazione e psicologia alla Harvard University, noto in tutto il mondo per i suoi studi sull’intelligenza, pubblicando libri come: La nuova scienza della mente. Storia della rivoluzione cognitiva, Educare al comprendere. Stereotipi infantili e apprendimento scolastico, Intelligenze creative. Fisiologia della creatività attraverso le vite di Freud, Einstein, Picasso, Stravinskij, Eliot, Gandhi e Martha Graham. Gardner ha concepito la “teoria delle intelligenze multiple”, teoria che ha rivoluzionato il modo di studiare e valutare l’intelligenza. Nel suo celebre saggio sulla pluralità dell’intelligenza: “Formae Mentis”, lo psicologo dimostra che il fenomeno dell’intelligenza può essere scomposto in una serie finita di abilità umane distinte, di distinte intelligenze: linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, personale e interpersonale. Un aspetto importante che Gardner sottolinea è quello che ogni intelligenza è relativamente indipendente dalle altre, e che le doti intellettuali di ogni individuo, per esempio in musica, non possono essere definite dalle sue abilità matematiche o linguistiche o dalla sua capacità di comunicare con altre persone. Gardner critica i test di intelligenza attuali, lo psicologo lamenta la loro tendenza ad appellarsi principalmente alla facilità linguistica e logica, facilitando chi possiede queste abilità e discriminando chi è in possesso di abilità musicali o spaziali. Una misura dell’intelligenza corporea dovrebbe implicare l’uso del corpo in attività come l’apprendimento di un gioco o di una danza e non una batteria di domande su tali attività. Gardner afferma che nella vita quotidiana solo la combinazione di intelligenze presente in un individuo reale rende possibile la soluzione di problemi e la creazione di prodotti che abbiano una qualche importanza. Infatti la caratteristica che contraddistingue un genio, differenziandolo de una persona normodotata, sta nel manifestare la tendenza verso diverse tipologie d’intelligenza e la capacità di utilizzarle contemporaneamente nella risoluzione dei problemi. Nel libro Gardner fa un excursus sull’evoluzione del sistema scolastico arrivando così anche ad una critica all’istruzione contemporanea. Gardner afferma che si è ridotta l’importanza relativa dell’intelligenza interpersonale nel mondo dell’istruzione moderno, oggi si sta perdendo quella capacità di formare uno stretto legame con un singolo maestro, l’abilità di intrattenere rapporti con altri, di leggere i loro segnali e di rispondere in modo appropriato. Con l’avvento di computer e di altre tecnologie contemporanee, persino la parola stessa perde importanza, l’individuo oggi può compiere gran parte del suo lavoro attraverso la semplice manipolazione di simboli logici e numerici. La scuola moderna attribuisce un’importanza crescente all’abilità logico-matematica e le altre capacità intellettuali sono consegnate per lo più ad attività post-scolastiche o ricreative, se non ignorate del tutto. Non stupisce che gli individui con un’istruzione tradizionale provino grandissime difficoltà ad integrarsi in una società con un sistema d’istruzione fondato sui computer.

 

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