Il disegno di legge 735, meglio conosciuto come Ddl Pillon, è la proposta che il senatore leghista ha lanciato lo scorso agosto. Questa sta facendo discutere avvocati, psicologi, operatori per le famiglie e perfino senatrici delle Nazioni Unite, le quali hanno provveduto a mandare una lettera al governo italiano. Il Ddl Pillon, infatti, risulta essere un duro attacco a diritti che sono stati conquistati con fatica dalla donna, un’offesa alla libertà personale dell’individuo e un pericoloso strumento per la gestione della tutela del minore. Come mai se ne parla in maniera tanto negativa? Vediamone i punti principali e discutiamone gli aspetti. 

Il disegno e gli obiettivi

Il disegno di legge 735 si compone di 24 articoli che mettono in discussione quanto stabilito dalla legge 8 Febbraio 2006 n.54, la quale, si occupa di riformare quanto concerneva le questioni relative all’affidamento di minore. I 24 articoli riguardano globalmente quattro punti critici: 

  1. Per evitare che il conflitto genitoriale arrivi in tribunale si introducono delle riforme ADR (Alternative Dispute Resolution): si introduce, dunque, una mediazione civile obbligatoria, ovvero l’intervento di avvocati iscritti all’albo da almeno 5 anni, per discutere con le parti in caso di coinvolgimento di figli minorenni. Solo la prima seduta sarà, eventualmente, gratuita. La mediazione dovrà essere molto precisa, coinvolgendo tutti gli aspetti della vita del minore nel dettaglio, può durare, al massimo, sei mesi e si deve giungere ad un accordo che sarà, successivamente, omologato dal tribunale entro 15 giorni. Qualsiasi aspetto della vita del minore dovrà essere ridiscusso davanti al mediatore, ovviamente sotto compenso;
  2. Il Ddl prevede che il minore mantenga dei rapporti stabili con entrambe le parti indipendentemente dai rapporti in cui si trovano i genitori. I figli avranno il doppio domicilio e dovranno passare almeno 12 giorni al mese, compresi di pernottamento, con i rispettivi genitori. Questi possono essere eliminati solo nel caso in cui ci siano dei pericoli per la salute psico-fisica del ragazzo riconosciuti dalla legge;
  3. Il mantenimento diventa diretto per entrambe le parti indipendentemente dalla situazione economica. Ciascun genitore dovrà contribuire per tutto il tempo in cui il figlio sarà sotto la sua protezione. Inoltre, il giudice può stabilire che il figlio mantenga la residenza nella casa familiare, nella quale il genitore che non ne è intestatario non potrà continuare a vivere;
  4. In situazioni di forte crisi familiare, secondo Pillon, si possono verificare situazioni di cosiddetta “alienazione parentale”, ovvero quella condizione in cui uno dei due genitori, solitamente il padre, venga allontanato dalla controparte dal partecipare alla vita del figlio. Pillon vuole, dunque, contrastare questo fenomeno attraverso gli articoli 17 e 18, i quali sono volti a rafforzarne la presenza. Nel caso in cui, però, il figlio dovesse patire lo stesso l’alienazione, il giudice sarà autorizzato a prendere i provvedimenti ritenuti da lui necessari, che possono includere anche il collocamento in una struttura specializzata. Inoltre, nell’articolo 9, si parla anche di eventuali risarcimenti al genitore leso da un’eventuale manipolazione psichica operata sul figlio dalla controparte. Si modifica, in ultima analisi, l’articolo 572 del codice penale, il quale tratta, e punisce, la violenza domestica: si prevede che gli atti violenti debbano essere frequenti nel tempo e rivolti verso un componente della famiglia o verso un minore.

OBIETTIVI: Simone Pillon cerca di porre al centro la famiglia evitando, per quanto possibile, una giurisdizionalizzazione, ovvero che, in caso di separazione o divorzio, si arrivi ad un processo. Tuttavia, gli obiettivi del Ddl, più che cercare di salvaguardare, per quanto possibile, i diritti e la salute psichica dei componenti, sembrano più incentrati al raggiungimento degli obiettivi personali del senatore: il trionfo della famiglia tradizionale, tutta di stampo cristiano-integralista. 

Uno schiaffo ai diritti della donna

Il DDL Pillon rappresenta, nondimeno, un gravissimo passo indietro per i diritti che, nel corso degli anni e con immense fatiche, le donne si sono guadagnate. La mediazione familiare non gratuita prevista, come abbiamo visto, per tutte le famiglie in cui sono coinvolti minori, volta, secondo Pillon, a salvaguardare l’unità della famiglia, non farebbe altro che rendere più difficili, ma soprattutto costosi, sia la separazione che il divorzio stesso. Pillon non tiene assolutamente conto delle situazioni che si verificano frequentemente nel momento in cui una donna decide di diventare madre: lo stipendio, nel migliore dei casi, viene drasticamente diminuito in seguito ad una retrocessione di carriera, ma è più frequente il caso in cui la donna venga direttamente licenziata. Diversi movimenti, come il Diversity Management per la parità di genere, cercando di combattere questa abitudine cercando di venire incontro alle esigenze famigliari, non solo della donna, ma di chiunque ne abbia bisogno, cosa che Pillon sembra non riuscire a fare. Il tema della retribuzione si riallaccia ad un tema trattato dall’articolo 11, il quale tutela senza dubbio il genitore economicamente più forte. Non necessariamente ciò va ad avvantaggiare la figura maschile. Indubbiamente sappiamo che, tuttavia, in molti casi è proprio così. Il DDL, dunque, sembra, innanzitutto ledere la libertà di scelta degli individui rappresentando una forzatura soprattutto economica, un’imposizione voluta al fine di mantenere intatto l’ideale di famiglia, secondo Pillon, perfetta.

IN DISCUSSIONE LA “BI-GENITORIALITÀ PERFETTA”: nel caso in cui non siano presenti violenze comprovate a livello burocratico da parte del genitori, il bambino è costretto a passare almeno 12 giorni al mese, compresi di pernottamento, con il suddetto. La controparte vittima di violenza sarebbe, quindi, costretta a intrattenere i rapporti con l’autore delle proprie sofferenze, oltre ad essere obbligata al lasciare il bambino, o ragazzo, nelle sue mani. Ed è proprio questo che, mediante la separazione e il divorzio, si cerca di allontanare. Il tema della violenza sulle donne, che non investe solo lo stupro, ma anche, e soprattutto, la violenza domestica viene, in questo modo, calpestato e la sua importanza decisamente svalutata.

E i minori?

Soggetto ad ulteriori critiche, sicuramente, è il piano genitoriale che dovrebbe essere cambiato, sotto spese, ogni volta che il bambino cambia abitudine. Un facile esempio è dato da quando il ragazzo decide di non seguire più uno sport e prendere parte ad un’altra attività. La questione economica, sotto questo punto di vista, investe sicuramente il minore, il quale sentirebbe inevitabilmente la pressione del gravare sulle spese familiari, la quale condizionerebbe in maniera determinante la sua felicità. Inoltre, la “Questione dei 12 giorni” causa, inevitabilmente, una “spartizione” del bambino sotto la tutela di entrambi i genitori, trattandolo alla stregua di un oggetto, una parte del patrimonio familiare da spartire in parti uguali. Ciò lede, come già messo in evidenza dall’Unione Camere Minorili, i diritti del bambino, dipingendolo, così, alla stregua di un giocattolo da contendersi. 

Alice Tomaselli

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