Dante e Totò: un’unica direzione verso l’unità linguistica

Il Sommo Poeta e il più grande comico legati da un unico filo capace di oltrepassare i secoli. Ecco come solennità e comicità si incontrano per una medesima causa.

Da una parte abbiamo Dante Alighieri, che con la sua opera ha gettato le basi per una lingua letteraria condivisa, dall’altra parte abbiamo invece uno tra i più grandi comici, che grazie alla sua ironia combatté l’ignoranza bruciando numerosi aulicismi sentiti ormai come arcaici.

L’eco contemporaneo di Dante

Per comprendere a fondo quanto la nostra lingua sia vicina a quella di Dante basterebbe leggere una pagina dell’Inferno e rendersi conto di quante parole siano ancora oggi rimaste in uso, nonostante ben sette secoli ci separino dal Poeta. E tutto questo non ci stupirebbe se apprendessimo che più della metà delle parole che usiamo quotidianamente circolavano già al tempo di Dante. E fu proprio quest’ultimo ad integrarle nella sua opera e a trasmetterle fino a noi. E a lui non dobbiamo solo questo, ma anche l’aver allargato il nostro vocabolario fondamentale, che alla fine del Trecento si è costituito e completato al 90%. L’esigua percentuale rimanente è stata aggiunta nei secoli seguenti. Le nostre parole, il nostro modo di parlare sono un eco dantesco che per secoli ancora si diffonderà tra le voci dei parlanti inconsapevoli. Basti pensare poi a certe espressioni che usiamo nella vita di tutti i giorni e che derivano direttamente dalla Commedia, come “senza infamia e senza lode” (seppur con significato diverso), o come “il gran rifiuto”, o ancora come “far tremare le vene e i polsi”. È Dante, insieme a Petrarca e Boccaccio, ad aver gettato le basi per la codificazione dell’italiano e per la nascita di una lingua unitaria. La Commedia rappresenta per certi aspetti l’entroterra genetico del nostro parlato: come ha affermato Tullio De Mauro, un grande linguista italiano, non si tratta di “enfasi retorica dire che parliamo la lingua di Dante. È un fatto”.

L’unità linguistica da Dante fino a Totò

Ma a partire da Dante non mancò certamente poca strada prima di arrivare a una lingua che riunisse culturalmente l’intera nazione, una lingua condivisa da tutti, non solo a livello letterario, ma anche in forma orale. Bisognerà aspettare il ‘500 per la codificazione del volgare italiano – si pensi a Pietro Bembo e alla diffusione della stampa aldina – e per la nascita di grammatiche e manuali che mettessero su carta delle norme che ogni scrittore avrebbe dovuto rispettare. E appena nel secolo seguente vennero pubblicati per mano dell’Accademia della Crusca i primi vocabolari in senso moderno. Ma fino ad allora, se davvero esisteva una lingua unitaria, essa non era altro che uno strumento d’arte letteraria o comunque finalizzata a una dimensione scritta. Solo con l’Unità d’Italia, con la rottura delle barriere politiche e con la progressiva formazione di uno Stato moderno si poteva pensare di cominciare a diffondere una lingua che sovrastasse tutte le altre varietà d’italiano. Ma nel 1861 ben oltre l’80% della popolazione era analfabeta, e tale percentuale per decenni si abbassò lentamente di poche cifre. La vera svolta in Italia ci fu solo nel Novecento con la diffusione della radio (1924), ma soprattutto del cinema e della televisione (1954), con l’entrata in scena di illustri personaggi comici come Fantozzi e Totò.

Il ruolo di Totò nella storia della lingua italiana

Nel ‘900 la televisione e il cinema dunque ebbero un ruolo chiave nella nostra storia linguistica in un mondo in cui non esistevano né internet né i social network, contribuendo a portare il tasso di analfabetismo a circa il 10% negli anni ‘50. E proprio in questo periodo venivano trasmessi molti dei film di Totò. La singolare  genialità del personaggio consisteva proprio nell’essersi servito dell’ironia come arma contro l’ignoranza. Il comico napoletano prestava infatti enorme attenzione alle espressioni e ai giochi di parola, influenzando il modo di parlare del tempo. In uno sketch aveva ad esempio ironizzato sul divieto imposto in periodo fascista di dare del “lei”, considerato femmineo e straniero, in favore del “voi”. Per “non infrangere la regola” il comico aveva dunque chiamato l’astronomo seicentesco “Galileo Galivoi”, tanto da aver suscitato al tempo una violenta reazione da parte di un gerarca fascista che si trovava in sala. Ma uno degli aspetti che più distingueva l’effetto comico di Totò era l’utilizzo di aulicismi in discorsi quotidiani e banali. Aulicismi che erano percepiti come arcaici ma che allo stesso tempo non erano ancora caduti in disuso, anzi piuttosto diffusi. Proprio quest’ironica insistenza sull’utilizzo di termini aulici e sugli usi errati della lingua favorì la loro stessa scomparsa nel parlato. E tutto questo non stupisce solo noi, ma stupì Totò stesso che, sapendo che il proprio nome era citato in Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De Mauro, non poté far altro che commuoversi. Oggi, infine, anche grazie al suo aiuto, con l’analfabetismo al di sotto dell’1,0%, la sfida si è ormai quasi completata.

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