Da Montale a Taxi Driver: tra Nobel e Oscar nel segno dell’Esistenzialismo

L’Esistenzialismo è una corrente filosofico-culturale che ha avuto la sua piena maturità nel Novecento e che ha influenzato, non poco, il panorama artistico mondiale: è proprio questo il fil rouge che accomuna il premio Nobel Eugenio Montale ed il premio Oscar Martin Scorsese.

Martin Scorsese e Robert De Niro sul set di Taxi Driver (1976); fonte: cinephiliabeyond.org

E’ difficile non pensare al Nobel quando si pensa ad un’onorificenza per meriti culturali o scientifici, così come è difficile non pensare agli Academy Awards (ovvero agli Oscar) quando si pensa ad un riconoscimento cinematografico. Di norma, tali onori coincidono con le massime espressioni culturali ed artistiche del panorama internazionale. Prestigio e fama consacrano i vincitori, innalzandoli a sommi rappresentanti del proprio dominio di azione. E quando una forte, e non pianificata, connessione ideologica si instaura tra diversi campi del sapere, soprattutto a così alto livello, è doveroso compiere un’analisi approfondita.

Esistenzialismo tra disomogeneità e riflessione alienante

Jean-Paul Sartre, filosofo e scrittore francese attivo nel Novecento; fonte: artspecialday.com

Non sempre le correnti culturali o filosofiche sono organiche e ben definite, ma, al contrario, talvolta perdono completamente ogni componente sistematica. Il fatto che certe correnti non dipendano da un manifesto fondante, da un’adesione dogmatica o da un coordinato manipolo di individui, può addirittura risultare un plus. Ciò è infatti sintomo esplicito che quelle idee, quelle convinzioni, sono diretta espressione della coscienza collettiva dell’animo umano. Un filosofo infatti non è un inventore di fantasiose teorie che tentano di risolvere i problemi di senso, ma piuttosto è l’espressione, mediata dal linguaggio “tecnico”, della percezione comune in un dato periodo storico. Ovviamente le variabili sono molte, e molti sono stati coloro che hanno anticipato, anche di gran lunga, certe tendenze, ma generalmente le correnti filosofiche sono frutto della piena maturità del contesto storico-culturale. Ottimo esempio di corrente filosofica disomogenea e irregolare è, senza dubbio, l’Esistenzialismo. Già nel secondo Settecento, e poi per tutto l’Ottocento, questa corrente era vissuta di singoli interpreti, le cui idee si erano sviluppate autonomamente e senza troppe contaminazioni reciproche. Possiamo citare come precursori Schopenhauer, Kierkeegard e Nietzsche per la produzione prettamente filosofica, Leopardi, Dostoevskij e Kafka per quella letteraria. Ma è solo nel pieno Novecento che l’Esistenzialismo si afferma come corrente filosofica a sé stante, conservando comunque un elevato grado di disomogeneità tra i propri esponenti. I due massimi rappresentanti novecenteschi presentano infatti profonde differenze: Martin Heidegger ed il suo esistenzialismo ontologico (e fenomenologico) si distanzia infatti non poco dall’esistenzialismo ateo di Jean-Paul Sartre. Analizzare singolarmente tutte le varie accezioni storiche e filosofiche della corrente esistenzialistica sarebbe però superfluo per un’indagine di questo tipo, rivolta per lo più ad un’applicazione artistica e culturale, e non solo speculativa. Possiamo però individuare delle caratteristiche generali che appartengono a tutte le figure sopracitate, che proprio in virtù di ciò sono riconducibili a questo movimento. L’elemento condiviso è senza dubbio l’analisi dell’individuo ed il suo rapporto con il mondo. Assurdità ed insensatezza sono elementi distintivi del nuovo individuo, che percepisce la propria finitezza ed impotenza. Lo sguardo è prevalentemente pessimistico, e conduce il soggetto, come risultato della proverbiale crisi dei valori novecentesca, all’alienazione.

Montale ed il male di vivere

Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura nel 1975; fonte: laboratoripoesia.it

Un poeta che, senza dubbio, ha saputo tratteggiare il sentimento di alienazione di matrice esistenzialistica, è Eugenio Montale, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1975. Nella sua produzione il poeta ligure ha infatti ben delineato l’aridità esistenziale tipicamente novecentesca. Come risultato anche dei due conflitti mondiali, infatti, era ben evidente il crollo di un sistema di valori, morali e non, figlio di secoli e secoli di storia. Ed in Montale tutto ciò prefigura un nuovo approccio, un nuovo concetto: quello del male di vivere. Esso è divenuto il tratto distintivo del poeta, che ne ha fatto un vero e proprio leitmotiv della propria produzione. In particolare, ritroviamo insistentemente tale concetto nel primo Montale, quello degli “Ossi di seppia“. Pubblicata nel 1925, essa è molto probabilmente la raccolta montaliana più celebre. L’arido paesaggio ligure fa da sfondo alla maggior parte dei componimenti, e simbolicamente assume grande significato. L’atmosfera infatti è opprimente, pesante, con Montale che costruisce un mondo poetico dai molteplici significati allegorici. Le scelte stilistiche sono straordinariamente calzanti, con una musicalità aspra e disarmonica che si oppone completamente, per esempio, ad una ricerca esasperata dell’armonia sonora come quella dannunziana. L’obbiettivo di Montale è infatti quello di “torcere il collo all’eloquenza“, come lui stesso dichiara, avvicinandosi per certi versi ad una concezione ermetica della poesia (anche se ne prenderà poi pubblicamente le distanze). Rappresentativo per il nostro discorso è il componimento “Spesso il male di vivere ho incontrato“. Il titolo già fa intendere l’approccio del poeta, che, concretamente, raffigura il male di vivere con tre diverse immagini: un ruscello che scorre con difficoltà, una foglia secca che si accartoccia ed, infine, un “cavallo stramazzato”. Questa climax è di facile comprensione, ed incarna in pieno il sentimento angosciante che prova Montale. A queste tre immagini seguono altrettante tre, salvifiche: una statua, una nuvola ed un “falco alto levato”. Ebbene Montale compie un vero e proprio elogio alla “divina Indifferenza“, che diviene l’unica soluzione possibile. Come la statua se ne sta immobile, come la nuvola ed il falco vagano lontani nel cielo, così l’uomo deve ricercare il distacco, e ridurre il grave peso del male di vivere. Quel male di vivere che diviene, quindi, un vero e proprio manifesto poetico dell’Esistenzialismo.

La follia di Travis Bickle come esasperazione esistenzialistica

Travis Bickle, interpretato da Rober De Niro; fonte: artspecialday.com

Per quanto riguarda la Settima Arte, ad alto livello, se si parla di tematiche affini all’Esistenzialismo il rimando è piuttosto scontato: “Taxi Driver“. Diretto dal premio Oscar Martin Scorsese, il film è esplicitamente correlato alle idee esistenzialistiche. Soggetto e sceneggiatura, entrambi opera di Paul Schrader, sono molto condizionati, come dichiarato da Schrader stesso, dalla produzione letteraria di Jean-Paul Sartre e di Fëdor Dostoevskij. La rilevanza artistica del lungometraggio ha evidenziato brillantemente concetti come quello dell’alienazione o della follia, che sono perfettamente integrati nel profilo psicologico del protagonista, Travis Bickle, interpretato da un monumentale Robert De Niro. Travis è un ventiseienne reduce del Vietnam che vive a New York, e lavora come tassista notturno a causa di un’insonnia cronica. Travis è un corpo estraneo rispetto alla società, ed è profondamente colpito dall’amoralità e dall’ipocrisia dilaganti. La sua vita è vuota e grigia: perennemente solo, spende il suo tempo libero in cinema a luci rosse o guardando la televisione. Unico, ma limitato, sfogo è la scrittura di un diario. La svolta arriva quando, una notte, una prostituta tredicenne, Iris (interpretata da una giovanissima Jodie Foster), sale sul suo taxi cercando di sfuggire al suo protettore. Travis cerca di salvarla, ma la giovane il giorno dopo torna inspiegabilmente dal suo protettore, vanificando la buona azione del protagonista. La frustrazione porta Travis a gravi disturbi psicologici, che lo conducono alla scelta di uccidere un senatore, simbolo dell’ipocrisia della società. Il suo piano fallisce, e Travis sfugge fortunosamente alla cattura. Sempre più frustrato, ed al culmine di un’escalation di follia, egli trova Iris ed il suo protettore. L’epilogo finale è drammatico, con un’immane e cruenta carneficina che culmina con il tentato suicidio di Travis, ferito dopo aver ucciso brutalmente tre uomini, tra cui il protettore di Iris. Travis, senza munizioni, fallisce però ancora una volta nei suoi intenti, e si accascia sfinito aspettando la polizia. Le sue azioni lo trasformano però inaspettatamente agli occhi della società, da lui tanto criticata, che lo vede ora come un eroe metropolitano. Il finale sembra incoraggiante, con Travis che, sereno, riprende il suo lavoro da tassista. Ma, a pochi secondi dai titoli di coda, viene inquadrato Travis che, nevroticamente, aggiusta lo specchietto del taxi, sintomo di una stabilità psicologica forse non ancora ripristinata. La pellicola è un concentrato di pathos psicologico, è una lenta ed inesorabile parabola che conduce il protagonista all’autodistruzione, più mentale che fisica. L’atmosfera è pesante, a tinte noir, ed è incorniciata dalla New York notturna, illuminata dai neon, accecanti, che donano un carattere sinistro e nevrotico alla vicenda. La critica alla società statunitense è tagliente e diretta, e va ben oltre la vicenda personale del protagonista. Protagonista che diviene simbolo assoluto dell’alienazione più profonda, quella morale. Questa esasperazione si trasforma inevitabilmente in follia, unica possibile valvola di sfogo. Follia che è sostanzialmente insanabile, come testimonia l’ambiguo finale. Follia che si trasforma in impetuosa azione, che tramuta Travis in uno spietato omicida, ironicamente percepito come eroe. Ricondurre tutte questi aspetti ad una visione esistenzialistica è, tutto sommato, semplice, alla luce anche della diretta connessione a livello di sceneggiatura. Come possa ciò coesistere però con una visione come quella di Montale non è altrettanto chiaro. Se infatti per Montale l’indifferenza e la passività divengono comportamenti risolutori, lo stesso non si può dire per la direzione filosofica di questa pellicola. Alla passività montaliana fa infatti da contraltare un eccesso di attività, che è ben rappresentato nella trama dal massacro finale. Ovviamente entrambe le strade non hanno come risultato l’annullamento delle riflessioni esistenziali, ma cercano piuttosto di lenire il malessere da esse provocato. Su un piano concettuale tutte e due le scelte potrebbero anche avere la stessa dignità, tenendo però ben presente che la trama della pellicola è un ovvia esasperazione della questione. Perché, alla fine, chi vorrebbe essere Travis Bickle?

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