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Da Montale a Taxi Driver: tra Nobel e Oscar nel segno dell’Esistenzialismo

Da Montale a Taxi Driver: tra Nobel e Oscar nel segno dell’Esistenzialismo

L’Esistenzialismo è una corrente filosofico-culturale che ha raggiunto la sua piena maturità nel Novecento, e che ha influenzato, non poco, il panorama artistico mondiale: è proprio questo il fil rouge che accomuna il premio Nobel Eugenio Montale ed il premio Oscar Martin Scorsese.

Martin Scorsese e Robert De Niro sul set; fonte: cinephiliabeyond.org

E’ difficile non pensare al Nobel quando si pensa ad un’onorificenza per meriti culturali o scientifici, come è difficile non pensare agli Academy Awards (gli Oscar) in riferimento al campo cinematografico. Prestigio e fama consacrano i vincitori di questi premi, innalzandoli a sommi rappresentanti del proprio dominio d’azione. E quando una forte e inaspettata connessione ideologico-filosofica si instaura tra diversi campi del sapere, soprattutto ad un livello simile, è doveroso compiere un’analisi approfondita.

Esistenzialismo tra disomogeneità e riflessione alienante

Non sempre le correnti culturali o filosofiche sono organiche e ben definite, ma talvolta, addirittura, perdono completamente ogni componente sistematica. Il fatto che certi movimenti non dipendano da un manifesto fondante, da un’adesione dogmatica o da un coordinato manipolo di individui, può addirittura risultare un plus. Ciò è infatti sintomo esplicito che quelle idee, quelle convinzioni, sono diretta espressione della coscienza collettiva dell’animo umano. Un filosofo infatti non è un inventore di fantasiose teorie, ma piuttosto è l’espressione, mediata dal linguaggio tecnico, della percezione comune (e personale) in un dato periodo storico, a grandi linee. Ovviamente le variabili sono molte, come molti sono stati coloro che hanno anticipato certe tendenze, ma generalmente le correnti filosofiche sono frutto della piena maturità del contesto storico-culturale. Un ottimo esempio di disomogeneità, in tal senso, è rappresentato dall’Esistenzialismo.

Jean-Paul Sartre; fonte: artspecialday.com

Già nel secondo Settecento questa corrente era vissuta di singoli interpreti, senza troppe contaminazioni reciproche. Possiamo citare come precursori Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche per la produzione prettamente filosofica, Leopardi, Dostoevskij e Kafka per quella letteraria. Ma è solo nel pieno Novecento che l’Esistenzialismo si afferma come corrente filosofica di assoluto rilievo (quantitativo), conservando comunque una marcata irregolarità costitutiva. Emblematiche sono le profonde differenze tra i due massimi rappresentanti novecenteschi: Martin Heidegger, col suo esistenzialismo ontologico (e fenomenologico), e Jean-Paul Sartre, col suo esistenzialismo ateo. Analizzare singolarmente le varie accezioni della corrente sarebbe però superfluo per un’indagine di questo tipo, rivolta per lo più ad un’applicazione artistica e culturale, e non solo speculativa. Nonostante tutto, possiamo comunque individuare delle caratteristiche generali che appartengono a tutte le figure sopracitate. L’elemento condiviso è senza dubbio l’analisi del singolo e del suo rapporto con il mondo. Assurdità ed insensatezza sono elementi distintivi del nuovo individuo, che percepisce la propria finitezza ed impotenza. Lo sguardo è prevalentemente pessimistico, e conduce il soggetto, come risultato della proverbiale crisi dei valori novecentesca, all’alienazione.

Montale ed il male di vivere

Un poeta che ha saputo tratteggiare questo sentimento di alienazione, è Eugenio Montale, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1975. Nella sua produzione, il poeta ligure ha infatti ben delineato l’aridità esistenziale tipicamente novecentesca, prefigurando un nuovo approccio, un nuovo concetto: quello del male di vivere. Esso è divenuto un leitmotiv delle sue opere, specie nella prima fase di carriera, ad esempio negli “Ossi di seppia“. Pubblicata nel 1925, si tratta probabilmente della raccolta montaliana più celebre. L’arido paesaggio della Liguria fa da sfondo alla maggior parte dei componimenti, e simbolicamente assume grande significato. L’atmosfera è opprimente, pesante, con Montale che costruisce un mondo poetico dai molteplici significati allegorici. Le scelte stilistiche sono straordinariamente calzanti, con una musicalità aspra e disarmonica che si oppone completamente ad una forma dannunziana. L’obbiettivo è infatti “torcere il collo all’eloquenza“, come dichiara il poeta, avvicinandosi ad una concezione ermetica della poesia.

Eugenio Montale; fonte: laboratoripoesia.it

Rappresentativo, per il nostro discorso, è “Spesso il male di vivere ho incontrato“. Il titolo già fa intendere l’approccio dell’autore, che, concretamente, raffigura il male di vivere attraverso tre diverse immagini: un ruscello che scorre con difficoltà, una foglia secca che si accartoccia e, infine, un “cavallo stramazzato”. Questa climax è di facile comprensione, e seguono poi altre altre tre immagini, stavolta salvifiche: una statua, una nuvola ed un “falco alto levato”. Così facendo, Montale compie un vero e proprio elogio alla “divina Indifferenza“, che diviene l’unica soluzione possibile. Come la statua se ne sta immobile, come la nuvola ed il falco vagano lontani nel cielo, così l’uomo deve ricercare il distacco, riducendo il grave peso del male di vivere.

La follia di Travis Bickle come esasperazione esistenzialistica

Per quanto riguarda la Settima Arte, se si parla di tematiche affini all’Esistenzialismo il rimando è piuttosto scontato: “Taxi Driver“. Diretto dal premio Oscar Martin Scorsese, il film è esplicitamente condizionato dalla produzione letteraria di Jean-Paul Sartre e di Fëdor Dostoevskij, ben studiati dallo sceneggiatore Paul Schrader. La rilevanza artistica del lungometraggio ha evidenziato brillantemente concetti come l’alienazione o la follia, perfettamente integrati nel profilo psicologico del protagonista, Travis Bickle, interpretato da Robert De Niro. Travis è un ventiseienne reduce del Vietnam che vive a New York, e lavora come tassista notturno a causa di un’insonnia cronica. È un corpo estraneo rispetto alla società, ed è profondamente colpito dall’amoralità e dall’ipocrisia dilaganti. La sua vita è vuota e grigia, e unico (ma limitato) sfogo è la scrittura di un diario. La svolta arriva quando, una notte come le altre, una prostituta tredicenne, Iris (Jodie Foster), sale sul suo taxi cercando di sfuggire al suo protettore. Travis cerca di salvarla, ma la giovane torna inspiegabilmente dal suo “principale”, vanificando la buona azione del protagonista. La conseguente frustrazione porta Travis a gravi disturbi psicologici, che lo portano ad attentare alla vita di un senatore, simbolo dell’ipocrisia della società. Il piano fallisce, e il protagonista, sempre più frustrato, si reca da Iris e dal suo protettore. L’epilogo finale è drammatico, con un’immane e cruenta carneficina che culmina col tentato suicidio di Travis, che fallisce ancora e attende l’arrivo delle forze dell’ordine. Le sue azioni lo trasformano, però, inaspettatamente agli occhi della società, che lo incorona come eroe metropolitano. Il finale sembrerebbe quindi incoraggiante, ma un piccolo dettaglio svela una stabilità psicologica forse non ancora ripristinata.

Travis Bickle, interpretato da Rober De Niro; fonte: artspecialday.com

La pellicola è un concentrato di pathos, è una lenta e inesorabile parabola che conduce il protagonista all’autodistruzione, più mentale che fisica. L’atmosfera è pesante, ed è incorniciata dalla New York notturna degli anni ’70, illuminata dai neon, accecanti, che donano un carattere sinistro e ossessionato alla vicenda. La critica alla società statunitense è tagliente e diretta, e va ben oltre la vicenda personale del protagonista. Protagonista che diviene simbolo assoluto dell’alienazione più profonda, quella morale. Questa esasperazione si trasforma inevitabilmente in follia, unica possibile valvola di sfogo. Ricondurre questi aspetti ad una visione esistenzialistica è, tutto sommato, semplice, alla luce anche della diretta connessione a livello di sceneggiatura. Come possa ciò coesistere, però, con una visione come quella di Montale, non è altrettanto chiaro. All’immobilismo montaliano fa infatti da contraltare un eccesso di attività, ben rappresentato nella trama dal massacro finale. Ebbene, entrambe le strade non hanno come risultato l’annullamento delle riflessioni esistenziali, ma cercano piuttosto di lenire il malessere da esse provocato. Su un piano concettuale potrebbero anche avere la stessa dignità, tenendo comunque ben presente l’esasperazione volutamente ricercata dalla pellicola. Perché, alla fine, chi vorrebbe essere Travis Bickle?

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