Da Antoine Roquentin a Patrick Melrose: la schiavitù della nausea

Nella bolgia infernale della nostra realtà la vita scorre pesante, spesso angosciosa, nichilista, difficile da digerire o da accettare. Patrick Melrose– magistralmente interpretato da Benedict Cumberbatch- lo sa bene, e ha scoperto che l’unico modo per oltrepassare l’abisso invalicabile tra l’uomo e le cose che lo circondano è la droga.  Ognuno dei cinque romanzi del ciclo “I Melrose” di Edward St. Aubyn colpisce sempre in pieno il lettore, che si insinua in una vita non sua, facendo proprie abitudini di un’aristocrazia inglese decadente, ma che si ostina a combattere contro il tempo. La sua prosa, caratterizzata da un superbo controllo dell’ironia, estrae con eleganza la nausea della realtà.

Benedict Cumberbatch nei panni di Patrick Melrose- Episodio 1

 

Patrick Melrose e il dramma dell’essere uomo

“Patrick Melrose” conta infinite inquadrature perfettamente simmetriche alla Wes Anderson, una colonna sonora sempre adatta alle varie situazioni, il portamento e lo stile di Cumberbatch che dà il meglio di sé in questo ruolo- valsogli la nomination ai Golden Globe come miglior attore protagonista- e dialoghi brillanti; ma non è solo un esercizio di stile per narrare la parabola di un tossico vittima degli abusi del padre durante l’infanzia.

Patrick Melrose è una serie tv capace di catturare il peso dell’essere uomo in un totale di cinque ore, vissute a pieno, che ripercorrono i momenti salienti della vita del protagonista, dall’infanzia all’età adulta. C’è una specie di insufficienza o di inadeguatezza dovuta alla scarsità della realtà che sembra cucita addosso alle giacche di Benedict in ogni sequenza portata in tv. Ci troviamo dinanzi all’avvizzimento degli oggetti, all’oscura consapevolezza del mancato rapporto tra l’uomo e ciò che lo circonda.

Una diagnosi scientifica, curata quasi con perizia medica, maturata in anni di silenzi strazianti nei quali l’urlo del bambino abusato diviene sempre più silenzioso, spento dall’alcool e dalla droga. Parallelamente all’accanirsi del magnifico Hugo Weaving (interprete del padre di  Patrick) verso il figlio, si staglia il sadismo di Patrick nei confronti di un sé stesso adulto, vittima non tanto della tirannia paterna, quanto della soffocante nausea dell’élite alla quale lui stesso appartiene.

L’ambiente posh della serie tv conferisce la sfumatura claustrofobica dell’incomunicabilità di un dramma soffocante, tamponato da una nausea devastante, asfissiante- portatrice di ideali vacui ed effimeri, come l’intero leitmotiv della vita dei Melrose: “Il meglio o niente”.

Un giovane Patrick che viene sgridato dal padre (Hugo Weaving)- Episodio 2

La nausea: ontologia esistenzialista

È esattamente sul filo dell’incomunicabile che si muove la storia di Antoine. Pubblicata nel 1983, “La nausea” spalanca le porte ad un nuovo genere: il romanzo esistenzialista.

Antoine Roquentin, il protagonista, è preda di frequenti attacchi di nausea, ma fin da subito percepisce che non si tratta di un problema fisiologico. Nel corso del romanzo la verità gli si disvela progressivamente. La nausea colpisce colui che coglie l’essenziale contingenza e assurdità della realtà. Non vi è nessun motivo perché le cose siano ciò che sono: ogni cosa è gratuita. Questa è la radice della nausea: tutto ha la consistenza del nulla, il nulla è il senso stesso delle cose. La realtà è priva di scopo, assurda, non vi sono punti di riferimento. La vita del protagonista si rivela così priva di senso, senza alcuna ragione d’essere e senza possibilità di attribuire legittimamente un significato alle singole cose.

Gli oggetti semplici della quotidianità sono la scintilla dell’alienazione. Per lo storiografo di Sartre sono il ciottolo, la pagina ingiallita per strada, o il bicchiere di birra di cui l’uomo non sostiene lo sguardo; lo stesso bicchiere che vediamo spaccato prima nella mano di un Patrick di 8 anni e che poi ritroviamo intriso di sangue nella mano di un Patrick adulto. Lo sguardo stralunato, maniacale, di Benedict si sposa perfettamente con il senso di straniamento e di inettitudine causato prima dall’urna contenente le ceneri paterne, dal ricordo delle pesche mature della residenza estiva dei Melrose e infine dall’alcool nel quale Patrick si lava durante un bagno, come se così facendo potesse affogare nei suoi stessi peccati.

Patrick Melrose mentre si lava con l’alcool- Episodio 1 

 

Il masochismo della nausea

Patrick ci prova, si sottrae al meccanismo dell’assurdo e si rifugia in un episodio pilota di 60 minuti deliranti, nella droga.

Quale altra forma di punizione era più direttamente espressiva dell’abbraccio androgino di un’iniezione, un braccio che bloccava l’ago nell’altro, ponendo il dolore al servizio del piacere e costringendo il piacere a tornare al servizio del dolore? -Patrick Melrose, “Bad news”

Una serie di sequenze che sembrano provenire direttamente da Trainspotting si sussegue per un’ora ansiogena dove lo spettatore ha il fiato sospeso e si trova prima negli appartamenti del giovane Melrose che si accinge a consumare una dose di eroina, per poi ritrovarsi sballottato nei vicoli luridi del Bronx alla ricerca di un certo “Pierre”, lo spacciatore con la “roba di serie A”.

Eppure, tra tutte le innumerevoli droghe provate, quella che paralizza di più il nostro protagonista durante l’intera serie tv è sicuramente quell’incessante, paralizzante, avvilente nausea.

 

 

 

Sara Paolella

 

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