A Natale è tradizione scambiarsi dei doni, preferibilmente in modo disinteressato. Seneca nel “De beneficiis” definisce proprio cosa significa elargire un beneficio e come andrebbe fatto. 

È la vigilia di Natale e si parla di amore, di amicizia, ma anche di regali. Nella definizione di amicitia presso i romani, elargire quel che viene definito beneficium è di fondamentale importanza. Quest’idea di beneficio viene spesso erroneamente scambiata per un do ut des, per un debito oppure ancora per un semplice regalo assimilabile ai nostri. Scopriamo insieme che cosa significa elargire davvero un beneficio e saperlo accettare con gratitudine.

Scartiamo i regali

Chi la notte tra il 24 e il 25 Dicembre, chi la mattina del 25, ognuno di noi a Natale scarta i regali. Questa pratica è da molti considerata un sintomo di un’idea consumistica del Natale, in cui si è perso di vista la vera natura della festa. Naturalmente ciò a volte accade, dipende dal modo in cui ognuno di noi dentro di sé vive la festività. Sarebbe auspicabile che chi dona lo facesse per generosità e non per obbligo o per ricevere qualcosa in cambio, così come chi riceve accettasse con gratitudine quanto gli viene elargito. Un regalo non è semplicemente un oggetto, ma è anche un pensiero, una cura che qualcuno mostra verso di noi, ancora di più se si tratta di un regalo fatto con cura. Un regalo può anche stabilire un legame tra le persone, generando non semplicemente un “obbligo” di ricambiare, ma stabilendo una relazione di amicizia più forte.

Seneca ci insegna la gratitudine

Il beneficio presso i romani aveva una valenza del tutto diversa e più socialmente importante rispetto ai nostri regali o doni. Si tratta di una vera e propria pratica con valenza sociale ma anche politica, che serve a costituire e costruire rapporti di amicitia in ambito sia personale sia ancora una volta politico. Seneca ha scritto un trattato in sette libri per spiegare nello specifico che cosa significhi dare ac reddere beneficia (dare e ricambiare benefici). Fin dal primo capitolo del libro Seneca spiega il suo scopo, ovvero spiegare il modo giusto di dare e di ricevere benefici. Infatti, l’autore latino spiega che tra gli errori più gravi vi è il fatto che molti non sanno dare né ricevere benefici. Seneca muove alla sua società critiche che sicuramente anche noi oggi abbiamo sentito riguardo alla nostra epoca. Innanzitutto, come osserva Giusto Picone nel suo saggio “Le regole del beneficio” (un commento tematico al primo libro del De Beneficiis), un difetto sostanziale di chi dà un beneficio è repetere beneficium ovvero pretendere subito qualcosa in cambio. D’altra parte chi lo riceve commette l’errore di infitiari beneficium ovvero di negare di averlo ricevuto. A questo proposito Seneca condanna l’ingratus (l’ingrato), ma afferma anche che l’ingratitudine non è un sentimento che nasce per forza spontaneamente nella persona ingrata, ma spesso siamo noi a provocarlo. Ad esempio concedendo un favore perché costretti o rinfacciando il dono oppure ancora pretendendo subito un contraccambio. Chi riceve non deve fare di tutto pur di non ricambiare, magari fingendosi in difficoltà, così come chi dona non deve tenere il conto di ciò che ha donato, perché il beneficio non è un debito. Andrebbe ricambiato spontaneamente. È importante tuttavia ricambiare, in quanto il beneficio costituisce un sistema circolare che stabilisce relazioni tra le persone.

Tra molti e vari errori di coloro che vivono in maniera sconsiderata e con leggerezza, carissimo Liberale, direi che quasi nulla è più indegno del fatto che non sappiamo dare e ricevere benefici. Ne consegue pertanto che si è cattivi debitori di ciò che viene donato male; ci lamentiamo troppo tardi dei benefici non restituiti: infatti, nello stesso momento in cui li abbiamo donati erano già perduti. E non c’è da stupirsi che tra i molti e più grandi vizi nessuno sia più diffuso dell’ingratitudine.

– Seneca, Incipit del De Beneficiis

Seneca con questo suo trattato vuole insegnare ai suoi contemporanei proprio come stabilire un legame attraverso questa pratica, prova ne sia che tutto il saggio è dedicato ad Ebuzio Liberale, che funge da fittizio discepolo. Il lettore in primis è colui che deve imparare da quanto Seneca vuole diffondere, nella speranza che la società in cui vive sappia donare con più generosità.

L’exemplum di Socrate

Un altro importante principio che Seneca espone nel De beneficiis è la differenza tra qualità e quantità del dono. Infatti, l’importante non è cosa si dona, ma con quale animo lo si fa. Per questo non occorre per forza elargire un beneficio di grande valore monetario, purché lo si doni in maniera sincera e disinteressata. A questo proposito l’autore racconta un aneddoto, tecnica tipica del genere didascalico a cui appartiene questo trattato: un discepolo di Socrate, di nome Eschine, non avendo nulla da donare al suo maestro, gli disse che gli avrebbe donato se stesso in quanto era tutto ciò che possedeva.

Dal momento che ognuno offriva a Socrate molte cose secondo le proprie possibilità, Eschine, un allievo povero, disse: “Non trovo nulla degno di te che possa darti, e solo per questo motivo mi sento povero. Quindi ti dono l’unica cosa che ho: me stesso. Gradisci questo dono, te ne prego, per quello che può valere, e considera che altri, pur offrendoti molto, hanno tenuto molto di più per se stessi. E Socrate gli rispose:“Perché mai non dovrebbe essere un grande dono quello che mi hai fatto? A meno che tu non abbia poca stima di te stesso! Avrò, quindi, cura di restituirti a te stesso migliore di quando ti ho ricevuto”. Con questo dono Eschine superò l’animo di Alcibiade, che era pari alle sue ricchezze, e tutta la munificenza dei giovani ricchi.

– Seneca, De Beneficiis, 1.8

In questa narratio vengono contrapposti due tipi di donatori: Eschine, povero, ma che pur non avendo nulla elargisce un dono e Alcibiade, che pur essendo ricco, non aveva donato con lo stesso animo. In un’epoca in cui parliamo molto di materialismo, specie a Natale, Seneca ci illumina su ciò che è davvero importante.

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