Robocop. Megaman. Iron Man. Terminator. L’immaginario collettivo, da mezzo secolo a questa parte, si è riempito di figure che precedentemente erano impensabili: quella dei robot umanoidi.

Per i non esperti del settore, va subito fatta un’importante distinzione, quella tra cyborg ed automi. Questi ultimi sono infatti una pura e semplice macchina: possono anche avere un’intelligenza artificiale come HAL 9000 o una struttura umanoide come C3PO, ma rimangono comunque un insieme di circuiti, schede madre, componenti elettroniche. I cyborg invece sono un concetto più avanzato, e si basano sulla fusione tra uomo e macchina. Essi sono persone che, per scelta o per necessità, si sono trovati a vivere con una parte del corpo elettronica. Che siano arti, sensori o armi, questi apparecchi sono collegati direttamente al sistema nervoso dei soggetti, e ne sono quindi parte integrante.

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Il miliardario, genio e filantropo Tony Stark, AKA Iron man, il cyborg più famoso di tutti. Nel suo petto è presente un elettromagnete che impedisce che la scheggia di una bomba conficcata nel suo petto raggiunga il cuore (Syfy)

Anello di congiunzione tra robot e cyborg sono gli androidi. Essi non nascono come esseri umani, ma sono dei robot in cui vengono integrati dei tessuti biologici. Sono quindi la fusione tra il mondo dell’elettronica e quello della vita vera e propria. L’esempio decisamente più famoso è quello di Terminator, che possiede una struttura ad immagine e somiglianza di un essere umano (che assomiglia a Schwarzenegger), ma il cui scheletro è propriamente quello di un robot.

Ma nella vita reale?

Tutti gli esempi che ho finora citato sono tratti da film, libri o serie TV. Frutto di fantasia, di invenzione e di immaginazione. Ma se vi dicessi che c’è chi invece crede fortemente nell’esistenza dei cyborg e nella loro possibilità di diffusione?

Si sa, la tecnologia ha compiuto passi di gigante negli ultimi decenni. In particolare il settore della nanotecnologia e della biomeccanica si sono ingranditi a dismisura, sperimentando e creando manufatti di incredibile importanza. Pensiamo al mondo delle protesi, per esempio: dove prima un arto veniva sostituito con un semplice pezzo di plastica, ora alcune funzioni possono essere ripristinate. Una mano può tornare a stringerne un’altra, una gamba può far correre di nuovo.

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Uno dei modelli più avanzati di protesi per mano e avambraccio (amputech)

Allo stesso modo, in un certo senso si potrebbe definire cyborg persino ogni persona a cui venga impiantato un pacemaker. Si tratta pur sempre di un corpo elettronico (necessario peraltro alla sopravvivenza dell’individuo), installato in un tessuto biologico, in un essere umano.

Protesi, pacemaker e apparecchi simili hanno funzioni diverse, ma un concetto comune: tutti si propongono di ripristinare una capacità del nostro corpo che abbiamo perduto, che sia la mobilità di un arto o il battito del cuore. C’è chi si è chiesto, però, se non sia possibile andare oltre, cercando non solo di recuperare abilità comuni a tutti, ma anche di cambiare completamente il nostro modo di percepire la realtà.

La Transpecies Society

Alcune di queste persone si sono riunite in un club, la Transpecies Society, nato nel 2017 a Barcellona. I suoi membri fondatori (in ordine da sinistra a destra nelle foto sottostanti) sono Manel Munoz, Moon Ribas e Neil Harbisson.

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Sul loro sito, leggiamo che la Transpecies Society

GIVES VOICE TO NON-HUMAN IDENTITIES; RAISES AWARENESS OF THE CHALLENGES TRANSPECIES FACE; ADVOCATES FOR THE FREEDOM OF SELF-DESIGN AND OFFERS THE DEVELOPMENT OF NEW SENSES AND ORGANS.

Questi intenti, condensati in un solo periodo, vanno analizzati a fondo, perché trasmettono un messaggio fortissimo dietro un linguaggio molto comune. Le prime due frasi dicono di voler “dare voce alle identità non umane” e “aumentare la consapevolezza delle sfide affrontate dai transpecies”. Insomma, in queste parole i membri della Transpecies Society danno per scontato che esista la possibilità di un’esistenza non pienamente umana, ma a metà tra una specie ed un’altra. Va detto, però, che per transpiecies non si vuole intendere una contaminazione tra umano e animale (questi ultimi non vengono mai menzionati) ma tra umano e macchina.

E qui entra in gioco la seconda parte dello statuto della società in questione. Esso “predica per la libertà di auto-costruzione e offre lo sviluppo di nuovi sensi ed organi”. E quest’ultima frase dà la risposta alla fatidica domanda “ma cosa fa la Transpecies Society?”. In parole semplici, essa progetta e costruisce apparecchi elettronici che vengono collegati direttamente al sistema nervoso del soggetto e gli danno un certo tipo di capacità, generalmente in campo sensoriale. Neil, completamente daltonico fin dalla nascita, nel 2004 ha collegato al suo cervello un’antenna in grado di trasformare i colori che percepisce in suoni, che sente nella sua testa. Moon ha un apparecchio che le consente di percepire le vibrazioni causate dai terremoti. Manel è in grado di sentire le variazioni di pressione atmosferica con un congegno che ha impiantato nella nuca.

Nuovi cyborg, quindi, che non puntano a recuperare una capacità umana perduta ma a modificare il proprio approccio al mondo.

Dove andremo a finire?

…dicono tutti i nostri nonni, vedendo come la società di oggi cambia rapidamente. Ma a volte la saggezza degli anziani va ascoltata, perché questa domanda deve essere assolutamente affrontata. Altrimenti il rischio è di fare la fine della popolazione umana nel futuro di Terminator, sterminata a milioni dalla ribellione delle macchine.

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La copertina di Terminator 6 (Wired)

Al momento non esiste legislatura che possa contenere il fenomeno dei cyborg. Facciamo un’ipotesi (non così lontana dalla realtà): mettiamo caso che la tecnologia biomedica migliori ancora, e si riesca a costruire una mano bionica in grado di svolgere tutte le funzioni di una in carne ed ossa. Bene, ma questa mano meccanica sarà tendenzialmente in grado di esercitare una forza molto maggiore di quella umana, e potrebbe quindi fungere addirittura da arma. Come comportarsi in questi casi?

Ancora più complesso il caso riguardo la libertà di “self-design” predicata dalla Transpecies Society: questa libertà può sì portare ad esplorare nuove frontiere nel mondo della percezione, dell’arte, della sensorialità, ma, se davvero si vuole lasciare la possibilità incontrollata di installare apparecchi elettronici su di sé, quanto tempo ci vorrà prima che qualcuno cominci ad usarli per scopi scorretti, come captare conversazioni altrui, influenzare le percezioni degli altri, o mille altri applicazioni criminose? Possiamo davvero fidarci del fatto che l’uso di questa potenziale nuova possibilità venga fatto solo a scopi scientifici e mai per fini personali?

La sfida del futuro

Insomma, la questione va studiata ed affrontata. Non solo personalmente, ma dagli Stati, dalle associazioni, dalle leggi. Molto spesso, ci si accorge della sfida a cui siamo di fronte quando è già troppo tardi. Si realizza che la nicotina causa dipendenza solo dopo che mezzo mondo è già sotto il suo giogo. Ci si rende conto dei problemi di privacy a cui l’internet ci espone solo dopo scandali di enorme portata. Si capisce che la deriva climatica è un problema serio solo quando tornare indietro è quasi impossibile.

Forse, per una volta, dovremmo fare il contrario. Visto che la sfida lanciata dalla Transpecies Society riguarda non solo la nostra cultura, ma la nostra stessa essenza di esseri umani, magari stavolta sarebbe prima il caso di decidere chi o cosa vorremmo essere come umanità, e poi puntare in quella direzione, invece di vagare alla cieca sperando che Madre Natura ci salvi come ha sempre fatto.

Isaia Boscato

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