Cent’anni dopo, cosa lega indie e crepuscolarismo? Inconsueto e intimismo

Un secolo separa due esperienze artistiche che presentano, sorprendentemente, tratti comuni, il crepuscolarismo e la scena indie italiana. Cosa li accomuna? Sicuramente una gran dose di intimismo e un forte interesse per l’inconsueto.

Calcutta; fonte: zero.eu

Un accostamento certamente curioso quello tra crepuscolarismo e indie nostrano, che rivela però diversi punti di contatto. Le sovrapposizioni sono parecchie, soprattutto a livello concettuale, e rientrano in una particolare tendenza, il postmodernismo, che ci porta a compiere diverse riflessioni.

Le piccole cose crepuscolari

Il crepuscolarismo è una corrente letteraria che, di norma, trova poco spazio nei manuali scolastici, fagocitati, nel periodo storico di riferimento, da grandi nomi e grandi avanguardie. Siamo infatti nei primi anni del Novecento, anni estremamente densi, anche vista la particolare condizione storica. Il mondo culturale è in fermento, e vive un momento complesso: tra poco nasceranno, infatti, le avanguardie storiche, in netta contrapposizione con il sistema di valori ottocentesco. Tra queste non rientra però, almeno convenzionalmente, il crepuscolarismo, per diversi motivi. Esso, infatti, non si tradusse mai in un movimento coerente, e non vide mai una regolazione rigida dei propri principi, non stilando un manifesto fondante. Proprio per questo il nome, che indica metaforicamente il declino della storia della poesia italiana, non presenta la maiuscola. La disomogeneità della corrente è evidente già solo considerando un semplice aspetto geografico, visto che diversi furono gli epicentri e che non furono mai, comunque, strettamente connessi. Il crepuscolarismo visse dunque di singoli interpreti, espressioni spontanee del coevo contesto socioculturale. Tra i più noti citiamo il torinese Guido Gozzano ed il romano Sergio Corazzini, oltre al quasi-crepuscolare Aldo Palazzeschi, che si avvicinò alle istanze crepuscolari solo per una fase transitoria. Il crepuscolarismo fu comunque una corrente temporalmente limitata, esauritasi intorno al 1911, dalla produzione tutt’altro che copiosa. Ciò che colpisce è come diverse personalità, ovviamente inclini all’espressione artistica, abbiano dato vita, in maniera indipendente, a quello che noi, oggi, consideriamo una corrente. Forse, a tal proposito, visti i ridotti legami tra crepuscolari non concittadini, sarebbe meglio parlare di una tendenza, termine che rende bene l’idea dell’importanza del contesto. Contesto che, naturalmente, determina l’espressione di una qualsivoglia espressione artistica, e non, ma che è particolarmente decisivo in un caso come questo.

Guido Gozzano; fonte: fanpage.it

Vediamo ora alcuni tratti distintivi della nostra corrente, o meglio, tendenza. Ai fini della nostra inedita connessione, come già detto, sono particolarmente rilevanti due aspetti, l’attenzione per l’inconsueto ed il profondo intimismo. Oltre a ciò, è fondamentale anche l’allontanamento dalla tradizionale figura del poeta-vate, oltre che dalle tradizioni in generale. Rinnegando esempi come quelli di Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio, i crepuscolari ridimensionano pesantemente, riprendendo le istanze del maledettismo baudelairiano, il ruolo del poeta. E lo ridimensionano talmente tanto da provare vergogna, come scrive Gozzano, che compone l’emblematico verso “mi vergogno d’essere un poeta!”. La poesia, che perde così il suo valore sociale, diviene una malinconica espressione del poeta “sentimentale”, come si definisce Corazzini, il quale rifiuta in toto il classico pathos lirico. Alcune delle tematiche si avvicinano non poco al Decadentismo, ma vengono decisamente esasperate in questo vortice di auto-negazione artistica. I crepuscolari non hanno infatti nulla di particolare da comunicare nelle loro opere, non i grandi sentimenti o le grandi storie. Ci pensa il critico Giuseppe Antonio Borgese, che per primo parlò (su “La Stampa”) di crepuscolarismo, a definire questa corrente-tendenza, fatta di uomini che danno l’impressione “di non aver nulla da dire e da fare”. Da qui la particolare attenzione per “le piccole cose“, per l’inconsueto, elevato, non per chissà quale ragione, a materiale poetico. Questa tendenza letteraria si colloca inoltre a metà strada tra due correnti centrali per la nostra analisi, la Scapigliatura ed il postmodernismo. La prima, nata negli anni Sessanta dell’Ottocento, presenta infatti diverse anticipazioni delle tematiche crepuscolari, nonostante alcune differenze siano sostanziali. Gli scapigliati si pongono infatti in netta contrapposizione, quasi in modo eversivo, con i modelli del passato (in quel caso il Romanticismo italiano), e manifestano un forte gusto per il particolare. La discriminante interessa però la concezione dell’arte, filo-positivista e pseudo-scientifica per gli scapigliati e tendente al postmoderno per i crepuscolari. Postmodernismo del quale parleremo in seguito.

Un nuovo crepuscolarismo musicale?

Quando usiamo la parola indie, solitamente, ci riferiamo ad un preciso genere musicale. In realtà, il termine indica quelle realtà che, per l’appunto, sono indipendenti e non si associano alle major discografiche, non dando quindi nessuna connotazione di genere. Dunque, quando parliamo di indie, nell’accezione comune, ci riferiamo al genere musicale dell’indie pop, nato in terra britannica negli anni Ottanta. Indie pop che ha avuto un particolare successo proprio qui, in Italia, nell’ultimo decennio. La parabola nostrana si presta però, non senza eccezioni, ad una macro-divisione. Parliamo infatti di indie pop italiano per le esperienze artistiche più datate, come gli Ex-Otago e i Baustelle, con alcuni avvicinamenti all’indie rock. In questa prima macro-sezione possiamo includere anche Brunori Sas, che, nonostante sia in attività dal 2009, si distanzia dalla nuova scena degli anni Dieci. In quest’ultima, che è stata ribattezzata itpop, contiamo invece alcuni degli artisti di successo recente, da Calcutta a Gazzelle, dai Coma Cose ai Thegiornalisti. Come abbiamo già detto, i confini tra i generi sono molto liquidi, e, fondamentalmente, solo convenzionali, ma volendo definirli a tutti i costi, vedremmo un Coez affine anche al rap e dei Pinguini Tattici Nucleari vicini all’indie rock e al pop puro. Cerchiamo però di rimanere fluidi anche nella nostra analisi, seguendo il normale inquadramento dato dal senso comune e considerando il grande ed eterogeneo calderone dell’indie. Andiamo quindi a segnalare quelle caratteristiche, generali, che rendono possibile l’accostamento al crepuscolarismo, riflettendo in particolare sull’itpop, vista la sua recente esplosione.

Gazzelle; fonte: rollingstone.it

Innanzitutto, prendiamo in esame la figura del cantautore, o del gruppo considerato come soggetto coeso. L’approccio del cantautore è simile a quello del poeta crepuscolare, visto che egli si pone come individuo assolutamente normale, non privilegiato, fatto delle sue debolezze e delle sue peculiarità. Considerato ciò, è abbastanza semplice comprendere il profondo intimismo che pervade molte delle opere del genere, e che si tramuta in un accurato scandaglio emozionale. Le emozioni non sono però i grandi sentimenti della storia della musica, fatta, spesso, di canzoni dai toni quasi mitici. Riprendendo Corazzini, l’elemento centrale è l’amore per le “gioie semplici” e per le “tristezze comuni“. Tutto è, infatti, già stato cantato secondo i canoni tradizionali, e non si può far altro che dar voce alle minime sfumature della propria soggettività. Visto che, inevitabilmente, ogni prospettiva personale è unica, ciò si configura come uno dei modi per sfuggire al già detto e al già fatto. Sul piano stilistico, questa concezione della musica si traduce nella scelta di un lessico quotidiano, tutt’altro che elevato e lontano dai classici parametri poetici. Sul piano contenutistico le cose non cambiano, visti l’interesse per tematiche poco nobili, secondo una visione tradizionalista, e l’attenzione a ciò che, di norma, viene considerato inconsueto, perlomeno in una canzone. A tal proposito, per rendere l’idea basta citare il titolo di una delle canzoni più famose del genere, “Paracetamolo” di Calcutta. La parola, di per sé, non ha nulla di inconsueto, ma è chiaro come sia normalmente considerata estranea alla rosa dei termini cosiddetti poetici. Sono dunque parecchi i rimandi al mondo crepuscolare, dal rifiuto dei canoni tradizionali ad un approccio intimista, dalla svalutazione della figura dell’artista alla centralità dell’inconsueto, ma ciò non è affatto un caso…

Postmodernismo senza età

Quando parliamo di postmodernismo possiamo intendere cose molto diverse tra loro. Di norma, ci riferiamo ad un periodo successivo all’era della modernità, tipicamente caratterizzata dal positivismo ottocentesco. Cerchiamo però di accantonare le considerazioni di ordine socioeconomico, virando verso un’analisi più filosofica. In estrema sintesi, il postmodernismo si oppone al modernismo. Il modernismo, inteso come concezione filosofica, vede, generalmente, una decisa centralità delle idee di progresso e oggettività, visto il sostrato illuministico. Moderniste sono le avanguardie storiche primo-novecentesche, come il Futurismo. Ma come? Il crepuscolarismo non era un’avanguardia mancata a causa della sua non-coesione e dell’assenza di un manifesto? Procediamo con calma, e ricorriamo alla Treccani, che definisce il postmoderno come “in contrasto con il carattere utopico, con la ricerca del nuovo e l’avanguardismo tipici dell’ideologia modernista”. È proprio qui il vero scarto, in quella “ricerca del nuovo”. I crepuscolari non tentano infatti di inventarsi un nuovo stile, di strabiliare per la loro novità, ma concepiscono la loro arte in maniera molto più disillusa, e la Treccani parla infatti di “disincantata rilettura della storia”. Le tradizioni diventano infatti delle catene dalle quali è difficile liberarsi, assillanti ed onnicomprensive. La soluzione diventa così una, come dice ancora una volta l’enciclopedia online, “una sorta di estetica della citazione e del riuso, ironico e spregiudicato, del repertorio di forme del passato, in cui è abolita ogni residua distinzione tra i prodotti ‘alti’ della cultura e quelli della cultura di massa”. Quella cultura di massa che è l’inconsueto, il non-poetico, di crepuscolari e cantautori indie, lontanissimi dalle vette auliche di altri periodi storici.

Umberto Eco; fonte: doppiozero.com

In quest’ottica, è chiaro che il crepuscolarismo sia ben diverso dalla classica definizione di avanguardia, configurandosi come un vero e proprio movimento, per quanto poco organizzato, postmoderno. Già, postmoderno. Ma come può essere postmoderna un’esperienza dei primi anni del Novecento? Arriva in nostro soccorso Umberto Eco, che ha proposto una particolare, e lungimirante, concezione del postmodernismo. Prima di tutto, egli abolisce i termini temporali: “credo […] che il postmoderno non sia una tendenza circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale, […] un modo di operare”. Si spinge poi oltre, sostenendo “che ogni era abbia la sua postmodernità”, e, riprendendo le “Considerazioni inattuali” di Friedrich Nietzsche, il filosofo italiano conclude riflettendo sulla “sensazione che il passato ci stia incatenando, confondendo, ricattando”. Ecco, proprio in questi termini possiamo tracciare un parallelo sensato, almeno a parer mio, tra crepuscolarismo e indie pop italiano, con le dovute accortezze e le dovute proporzioni. Due esperienze quindi sotto la grande, e non univoca, cappa del postmodernismo.

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