Il Superuovo

Cassazione: stupro senza aggravante se la vittima è ubriaca per sua volontà

Cassazione: stupro senza aggravante se la vittima è ubriaca per sua volontà

La sentenza con cui la Cassazione dispone un nuovo processo su un caso di violenza sessuale, ribalta il dispositivo d’appello incentrandosi sull’aggravante di ‘aver commesso il fatto con l’uso di sostanze alcoliche’. Per la Suprema Corte non ci si può avvalere dell’imputazione qualora la vittima abbia assunto alcolici volontariamente. Le prime reazioni:‘Torniamo indietro di decenni’.

Veduta tribunale

Se la vittima di uno stupro abbia ecceduto nell’utilizzo di alcolici per sua volontà, il reo non è passibile dell’aggravante del ricorso a sostanze alcoliche o stupefacenti. È quanto stabilito dalla Cassazione a seguito delle motivazioni con cui nel dispositivo della sentenza depositata ieri si giustifica il rinvio su un caso di violenza sessuale di gruppo. Mentre nel condannare i due imputati la Corte d’Appello di Torino aveva applicato l’aggravante, la Suprema Corte ha stabilito che lo stato di ubriachezza incide sulle facoltà mentali al punto da non poter garantire che la vittima presti un valido consenso, difatti è presente l’accusa di stupro di gruppo. Tuttavia, una riserva sull’applicazione dell’aumento di pena stabilisce come possa essere esperito solo se la vittima abbia assunto sostanze alcoliche contro la sua volontà. Dal dispositivo emerge con chiarezza l’attenzione rivolta non alla componente alcolica in sé, quanto più al nesso d’imputazione che legherebbe la somministrazione di sostanze alcoliche alla commissione dell’illecito cosicchè l’impiego dell’alcool possa essere sanzionato solo se utilizzato come strumento di facilitazione della violenza sessuale.

Nel caso oggetto del processo due 50enni avevano cenato a casa in compagnia di una ragazza, e lei aveva ‘volontariamente’ assunto una quantità eccessiva di vino tanto da non riuscire ad autodeterminarsi. A quel punto i due l’avevano condotta in camera da letto dove si era consumato un rapporto non consenziente, facendo scattare l’accusa di abuso sessuale a seguito del referto del pronto soccorso dove la ragazza si era recata il giorno successivo alla vicenda di cui conservava qualche reminiscenza confusa. Assolti in primo grado dal gip di Brescia a seguito della dichiarata inattendibilità della donna, i due erano stati condannati dalla Corte d’Appello di Torino a 3 anni di reclusione con l’accusa di violenza sessuale di gruppo correlata da attenuanti generiche e l’aggravante di aver commesso il fatto con l’uso di sostanze alcoliche. Un dispositivo che faceva leva sulla resistenza opposta dalla donna, come evidenziato dai segni sul corpo emersi nel referto medico. L’ulteriore impugnazione ha condotto il processo alla terza sezione penale che ha sottolineato come non ci possa essere alcuna attenuante a giustificare una sottomissione di soggetti con alterate condizioni fisiche e psichiche, a prescindere dalla volontarietà o meno dell’atto che abbia determinato l’insufficente capacità di valutazione. Malgrado le prime considerazioni, si conclude evidenziando come l’assunzione volontaria escluda la sussistenza dell’aggravante che invece scatta nella misura in cui è il corpo attivo del reato a somministrarlo alla vittima impedendone la valutazione degli eventi successivi.

Atti di violenza

Le reazioni non si sono fatte attendere. La vicepresidente vicaria dei deputati PD Alessia Rotta, manifesta chiaramente il proprio sgomento asserendo che la decisione degli Ermellini conduce l’italia indietro di decenni. Stessa linea seguita da Annagrazia Calabria, leader di Forza Italia Giovani, che considera la scelta come ‘un passo indietro nella cultura del rispetto e nella punizione di un gesto ignobile come quello dello stupro’.

Violenza sessuale: tra paura e colpa

La sentenza numero 32462 con la quale la Cassazione ha rinviato a nuovo processo il caso della violenza sessuale sulla ragazza per abbassare le pene, accende nuovamente i riflettori sugli abusi sessuali rivalutando il rapporto tra vittima e carnefice. Nel dispositivo emerge di riflesso una colpa della donna sottesa all’atto di bere alcolici, come potesse essere una presa di coscienza individuale sulla valutazione della vulnerabilità cui ci si espone. Gli interrogativi aperti dalla sentenza rimangono numerosi: come discernere le buone intenzioni di un soggetto che offre ripetutamente da bere alla ragazza da quelle moleste dello stupratore?

Il reato di abuso sessuale presente nell’ articolo 609 bis del codice penale punisce con la reclusione da cinque a dieci anni chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringa taluno a compiere o subire atti sessuali. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto o traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. L’articolo 609 ter c.p. punta invece l’attenzione sulle aggravanti del reato di abuso, tra le quali si riscontra anche una punizione rafforzata per chiunque compia una violenza «con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa». Da qui si deduce il fine strumentale che collega l’alcool alla violenza, come evidenziato dal dispositivo della Cassazione.

Tuttavia lo scenario aperto dalla decisione della Suprema Corte non manca di particolari rilevanti ai fini della valutazione oggettiva delle circostanze antecedenti all’illecito. Appare poco chiara la distribuzione del peso dell’accaduto tra le parti chiamate in causa: poiché infatti non sempre ci si trova dinanzi allo scioglimento di sostanze stupefacenti nelle bevande, come si stabilisce se subentra una colpa della donna? Ma, in particolare, è possibile attribuire una colpa alla vittima della violenza per essersi resa vulnerabile in una situazione potenzialmente ‘normale’ come può essere una cena tra amici? Emerge in tal modo un quadro a tinte fosche che vede la torsione degli apparati che gestiscono il concetto di normalità e stranezza, al punto da ritenere un atto di ‘normale amministrazione’ la circostanza per cui un uomo possa essere incentivato alla violenza sfruttando l’autoindotto stato di ubriachezza di una donna senza subire aggravanti di pena. Stessi interrogativi che si presentarono alla frase del carabiniere coinvolto nello stupro di Firenze: «Abbiamo fatto i maschietti», come fosse una giustificazione del cinismo profittatore con cui un soggetto lucido (peraltro pubblico ufficiale in servizio) si è avventato sulla preda incapace di intendere e di volere per sua inappelabile volontà.

violenza sessuale

Mentre gli interrogativi restano numerosi, si delinea sullo sfondo il profilo di una donna più colpevole che vittima: come già ampiamente dimostrato da studi psicologici, la tendenza delle vittime di abusi sessuali è di autocolpevolizzarsi, affogando nella vergogna e nell’umiliazione di cui si sentono in parte complici, e il dispositivo della sentenza numero 32462 non sembra opporsi a questa ipotesi.

 

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