Boy Scout d’America falliti per accuse di pedofilia: il Nixon di Roth aveva previsto tutto?

Un capitolo a sfondo sessuale della satira ‘La nostra gang’ racconta del massacro a una manifestazione dei BSA voluta dal Presidente

I Boy Scout d’America, nella bufera delle accuse di pedofilia che coinvolgerebbero 12.000 casi nell’arco di un secolo, hanno dichiarato bancarotta per creare un fondo di risarcimento per le vittime. Una fine ingloriosa, leggermente diversa a quella immaginata da Philip Roth in un capitolo de La nostra gang, una feroce satira politica sull’allora Presidente USA Richard Nixon. Un capitolo nel quale però i ruoli fra accusatori e accusato erano leggermente invertiti.

Scout me in, Scout in me

New York, 18 febbraio 2020 – La Boy Scouts of America verso la bancarotta per le tante cause legali in corso per abusi sessuali. Il più grande movimento scout degli Stati Uniti, conta 2,2 milioni di membri tra i 5 e i 21 anni, ha presentato istanza di fallimento per poter continuare la sua attività, e creare un fondo di compensazione per le vittime di abusi sessuali, secondo quanto dichiarato. L’organizzazione è stata accusata di aver coperto per anni gli abusi inflitti a migliaia di suoi giovani membri, e di non aver fatto abbastanza per sradicare i pedofili che usano il movimento giovanile per avvicinare i minori. Lo scandalo era esploso per la prima volta nel 2012 in un caso giudiziario. “La BSA si preoccupa profondamente di tutte le vittime di abusi e si scusa sinceramente con tutti coloro che sono stati danneggiati durante il loro periodo in Scouting”, ha dichiarato l’amministratore delegato Roger Mosby. Secondo l’avvocato delle vittime, Jeff Anderson, più di 12.000 membri dei Boy Scout hanno subito abusi sessuali dal 1944. Inoltre il legale ha reso noto l’esistenza una documentazione in seno all’organizzazione, chiamata “file di perversione”, in cui sono elencati più di 7.800 presunti autori di abusi sessuali, e i nomi dei capi scout o i capi delle truppe accusati di abusi sessuali.

La nostra gang

Spingendosi fino ai limiti dell’assurdo, Roth mette in scena la meschina retorica del governo Nixon, immaginando il presidente intento a promuovere una campagna a favore del diritto di voto ai feti, impegnato a escogitare un modo efficace e sicuro per reprimere nel sangue una rivolta di boy scout o a definire una strategia di attacco nucleare contro il popolo danese, reo di aver occupato e sfruttato per turisticamente per secoli il castello di Amleto – il capitolo più divertente e riuscito, a mio avviso. Alla fine, ormai morto in circostanze non ben chiarite, lo ritroviamo all’Inferno a contendere il trono nientemeno che a Satana. Più di un anno prima dell’effrazione nella sede dei democratici al Watergate e ben tre anni prima delle dimissioni di Nixon, Roth ci regala una parodia costruita con sapienza, nella quale possiamo divertirci a rintracciare i corrispondenti personaggi reali dietro i ridicoli nomignoli di fantasia. Tra i riferimenti storici e sociali più immediati c’è il Vietnam, l’assassinio di Kennedy, il clima di tensione della guerra fredda e l’ombra lunga del maccartismo, il tema dell’aborto e dei diritti civili. La nostra gang è un romanzo brillante, divertente e illuminante, riletto oggi sicuramente anche profetico.

C’è del marcio fra i BSA

In un capitolo dell’assurdo il Tricky E. Dixon del pamphlet di Roth viene rappresentato nel momento in cui un gruppo di boy scout lo accusa violentemente di aver avuto un rapporto sessuale fedifrago. Quali sono le possibili ipotesi vagliate da Dixon e dalla sua gang per discolparsi e permettere al Presidente di arrivare a un secondo mandato? Tra le soluzioni, esilaranti, una dichiarazione in cui Dixon si dica «Da sempre incapace di raggiungere il coito». L’avvocato è contrario: «Lei ha due figli, Presidente». Si potrebbe dire che sono stati adottati. Ancora meglio – ipotesi cui però è contrario il chierico: «Si potrebbe dire che io sono gay». Ma anche i gay hanno rapporti sessuali, Presidente. Ma davvero? Dixon trasecola: una cosa del genere è impossibile in una nazione civile come l’America. «È solo un’altra crisi, non c’è nulla di cui preoccuparsi», lo rincuorano i membri della gang: ingrassiamo l’endorsement, l’impeachment è fumo. E Dixon si tranquillizza: sarebbe la seicentounesima crisi superata.

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