Ave, Cesare! dei fratelli Coen: la Hollywood degli anni ’50 tra peplum e maccartismo

Il secondo dopoguerra è stato un periodo estremamente complesso sul piano storico-politico, e la pellicola dei fratelli Coen “Ave, Cesare!” ci dà l’occasione di esaminare, da una prospettiva contemporanea, la situazione statunitense, tra Hollywood e la fase embrionale della Guerra Fredda.

George Clooney interpreta Baird Whitlock in “Ave, Cesare!” (2016); fonte: comingsoon.it

Analizzare un dato periodo politico-storico prendendo in esame, tra le altre cose, i prodotti cinematografici ad esso contemporanei è sicuramente produttivo, anche alla luce dell’ovvia discrepanza con le fonti ufficiali. Le produzioni, artistiche e non, autonome e non condizionate, almeno sulla carta, possono essere infatti vero termometro dell’andamento dei tempi. Non è un caso che la storiografia si basi, non di rado, su fonti slegate dalle sfere ufficiali, del potere o di qualsiasi altra forma potenzialmente contaminante. Ma possono anche essere rilevanti, magari non per un’analisi squisitamente storiografica, anche dei prodotti cinematografici che raccontano, e che possono anche esserci ambientati, un periodo passato, proprio in virtù di un ovvio senno del poi.

Tutti i nodi vengono a Eddie Mannix

Fa proprio il nostro caso “Ave, Cesare!” dei fratelli Coen, commedia che è un vero e proprio spaccato nella Hollywood dei primi anni Cinquanta, e che offre parecchi spunti in merito all’intricata situazione storico-politica del tempo, oltre a rappresentare, non mancando di parodizzarla, l’industria cinematografica degli “early Fifties“, anche grazie ad una natura spiccatamente citazionistica. “Ave, Cesare!” è sicuramente è una pellicola molto particolare, e non a caso è figlia delle brillanti (o malate?) menti dei fratelli Coen, già padri di un film cult come “Il grande Lebowski” e vincitori di ben quattro premi Oscar. Uscito nel 2016, il film, sia scritto che diretto che montato dai Coen, racconta la storia di Eddie Mannix, “fixer” hollywoodiano degli anni ’50 sicuramente sconosciuto ai più, che fa da collante per tutta una serie di stravaganti sotto-trame, portate avanti da personaggi senza corrispettivi storici . Il cast è superlativo, e comprende numerosi interpreti pluripremiati: Josh Brolin (già candidato all’Oscar e volto di Thanos nell’MCU) interpreta Mannix, George Clooney impersona il divo Baird Whitlock, mentre tra gli altri spiccano Scarlett Johansson, Ralph Fiennes, Channing Tatum e i premi Oscar Tilda Swinton e Frances McDormand.

Josh Brolin impersona Eddie Mannix; fonte: cameralook.it

La sinossi non è delle più semplici: nella cornice della Hollywood (Los Angeles) del 1951 opera Eddie Mannix, capo della casa di produzione Capitol Pictures e “fixer” (ovvero “riparatore“), vero e proprio motore dello star system, che agisce proteggendo e mantenendo l’immagine pubblica dei divi del suo studio. Il suo studio è impegnato nella realizzazione di “Ave, Cesare!“, un peplum (genere di film storici, sia d’azione che fantastici) ambientato nell’antica Roma, e con protagonista Baird Whitlock (Clooney). Mannix si trova a gestire, oltre alla produzione del kolossal, diverse situazioni, da una coppia di insistenti sorelle in cerca di scoop alla simpatica vicenda di Hobie Doyle, attore di western che tenta di prestarsi al cinema d’autore. Tutto procede normalmente, anche grazie al barcamenarsi di Eddie, fino al misterioso rapimento di Whitlock. L’attore viene infatti sequestrato da un circolo di sceneggiatori comunisti, che si fanno chiamare “Il Futuro“, e che chiedono un ingente riscatto. Baird nel frattempo, coccolato dai suoi rapitori, viene introdotto alla teorie marxiste, alla presenza, tra gli altri, di Herbert Marcuse (filosofo anti-capitalista che sarà un importante riferimento del Movimento Studentesco del ’68). Dopo una serie di peripezie, Baird, avvicinatosi molto al comunismo, viene liberato. Dinnanzi a Mannix, Whitlock cerca di spiegare il suo nuovo credo politico, ma con un sonoro schiaffone il “fixer” lo fa rinsavire, e lo motiva per girare l’epica sequenza finale del peplum.

1950, sfumature di r****: il maccartismo

Il principale snodo narrativo della pellicola dei fratelli Coen è sicuramente il rapimento di Baird Whitlock. Il perché a rapirlo siano stati proprio degli sceneggiatori comunisti forse non è altrettanto chiaro. Il tutto si spiega con semplici ragioni storiche, forse non così note in campo europeo. Terminata la Seconda Guerra Mondiale è risaputo di come, gradualmente, le due maggiori potenze vincitrici, Stati Uniti e Unione Sovietica, diedero il via ad una stagione, terminata solo nel 1991, di tensione politica ed ideologica, la Guerra Fredda. Già negli anni subito successivi al ’45 però gli attriti, soprattutto ideologici, tra USA e URSS iniziarono a crescere, anche sul fronte interno. Gli Stati Uniti registrarono infatti una forte ondata di anticomunismo, anche nell’ottica di un potenziale conflitto imminente, che coinvolse soprattutto le aree di centro-destra. La portata del fenomeno fu evidente con l’elezione, dopo vent’anni di presidenze democratiche, del generale Dwight Eisenhower, repubblicano. Ancor prima però la diffusa apprensione ideologica aveva trovato sfogo grazie a J. Edgar Hoover e a Joseph McCarthy. Il primo, direttore del FBI dal 1924 (quando ancora si chiamava BOI) al 1972, introdusse una serie di rigidi controlli interni, in chiave anticomunista, sul personale del governo federale. Il secondo, senatore repubblicano, inaugurò una stagione di caccia alle streghe, che porta proprio il suo nome, il maccartismo.

Joseph McCarthy, senatore repubblicano; fonte: filmswelike.com

Fu l’epoca (la seconda ad onor del vero, dopo il quadriennio 1917-20) della Red Scare (“paura rossa“), del fervente anticomunismo che andava crescendo di pari passo alle vicende belliche della Guerra Fredda, come la rivoluzione comunista di Mao e la Guerra di Corea. McCarthy creò una commissione senatoriale d’inchiesta, creando un vero e proprio clima di caccia alle streghe di medioevale memoria. Questa Santa Inquisizione anticomunista perdurò fino al 1955, quando il senatore, al limite del delirio di onnipotenza, si dimise dopo aver accusato di simpatie comuniste le alte sfere dell’esercito statunitense. Nel frattempo, oltre a eclatanti casi come quello dei coniugi Rosenberg, la commissione aveva sottoposto ad un severo regime di controllo e censura tutte le manifestazioni politiche e culturali del Paese. Particolarmente colpita fu Hollywood, dove fu creata una vera e propria lista nera di figure professionali del campo cinematografico (sceneggiatori, attori, registi etc.), che non potevano più lavorare a causa di legami o simpatie, determinate assolutamente in modo arbitrario, con i comunisti. Celebre è il caso degli Hollywood Ten, un gruppo di 10 professionisti del mondo del cinema che rifiutarono di testimoniare in merito alla loro adesione al Partito Comunista, tra i quali il più noto è sicuramente lo sceneggiatore Dalton Trumbo. La scelta dei fratelli Coen, dunque, non è per nulla casuale, ed il circolo è composto da sceneggiatori proprio perché queste figure erano quelle più autonome (quindi più facilmente contaminabili) e non pienamente inserite nelle meccaniche dello star system hollywoodiano.

Hollywood tra divi, spade e sandali

Oltre ad un’analisi dello stato politico-storico, la pellicola dei Coen ci consente anche di esaminare la situazione cinematografica della Hollywood di quegli anni. Reduce dai complicati anni della Grande Depressione, il mondo del cinema americano aveva da poco dato dei segnali di ripresa. La celeberrima “american way of life” divenne, negli anni del secondo conflitto mondiale, il principale leitmotiv della produzione hollywoodiana, ad esempio nei western di John Wayne. Nei primi anni Cinquanta il cinema statunitense iniziò però una profonda mutazione, che interessò sopratutto gli attori. Il fenomeno del divismo, ovvero l’idolatria di certi interpreti cinematografici, riprese infatti quota, dopo i fasti degli anni Venti. Da personaggi come Rodolfo Valentino si passò ad una nuova generazione di divi, con esponenti maschili come James Dean e Marlon Brando, ed, al femminile, con l’eterna Marilyn Monroe. In “Ave, Cesare!” il personaggio da prendere in analisi è Baird Whitlock: circondato da un alone di fama e celebrità, non si può però ancora parlare di divo anni ’50 pienamente maturo. Whitlock è infatti un ibrido tra le star post Grande Depressione e i nuovi Vip alla Dean. Le sue bizze, tra le quali il vizio dell’alcol, sono infatti sì tollerate da Mannix, che è consapevole della sua importanza anche mediatica, ma non lo rendono totalmente esente a qualche richiamo, anche piuttosto “pesante”, come il ceffone di Eddie.

Marilyn Monroe, diva per eccellenza; fonte: frontierarieti.com

Altro aspetto interessante è senza dubbio la scelta del genere del film con protagonista Baird, appunto “Ave, Cesare!“. Il kolossal appartiene infatti al filone del peplum (o “sword and sandal“, ovvero “spada e sandali“), genere cinematografico nato negli anni Dieci. Questo filone, di norma comprendente film a basso budget e di scarsa rilevanza artistica, comprende film d’azione e film fantastici ambientati in contesti biblici o classici, romani o greci che siano. Il genere, al quale appartengono anche capolavori come “Ben Hur” e “Spartacus“, tutt’altro che a basso costo, ebbe un gran successo tra anni ’50 e ’60. Il perché non era però dovuto alla qualità artistica, ma bensì al nuovo fenomeno del culturismo. Questo “cinema dei forzuti“, riprendendo la definizione data ai peplum degli anni ’10/’20, divenne infatti occasione per un semplice esibizione del corpo maschile, curato e muscoloso. Dopo questo inatteso boom di popolarità, il peplum iniziò ad allontanarsi sempre di più dai miti storici, avvicinandosi a nuove trame sempre più fantasiose.

Steve Reeves, celebre interprete di peplum; fonte: nocturno.it

Le caratteristiche di questo filone sono senza dubbio uniche per la storia del cinema: i protagonisti non erano infatti degli attori, ma solo dei culturisti, e ciò creava delle strane dinamiche nel film. Le scene di dialogo e di vera recitazione erano infatti assegnate ai personaggi secondari, mentre l’attore principale ricalcava un ruolo stereotipato, con un limitatissimo numero di battute, legato al semplice sfoggio della forza e della prestanza fisica. I peplum contribuirono così quasi ad auto-parodizzarsi, fatto che fu incentivato anche dal diffuso riciclo di scenografie, oggetti di scena e costumi per diverse pellicole. Il culmine si toccò quando alcuni film iniziarono addirittura ad utilizzare spezzoni di altri peplum, con l’apogeo de “La sfida dei giganti” (1965), fatto per più della metà di scene riciclate. Nella pellicola dei Coen l’intento è esplicitamente parodistico, e ciò è evidente ascoltando le prime battute che Whitlock recita: interpretando un centurione romano dell’epoca di Tiberio (intorno all’anno zero), egli dice di volersi recare alle terme di Caracalla (costruite nel terzo secolo d.C.), dopo aver percorso la via Francigena (nome che compare per la prima volta nel 876 d.C). Joel ed Ethan Coen dichiarano dunque le loro intenzioni con due evidenti anacronismi. Povero peplum…

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