Quante volte nei musei vediamo persone che, anziché godersi il quadro, si limitano a fotografarlo con lo smatphone? Il filosofo Walter Benjamin già nel 1936 aveva espresso la sua preoccupazione sulle conseguenze della riproducibilità tecnica dell’arte, asserendo che facesse perdere a quest’ultima la sua “aura”. 

Walter Benjamin è stato un filosofo tedesco che si è occupato di Estetica e sociologia. Nel 1936 pubblica un saggio dal titolo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. In quest’opera, Benjamin riflette sulle conseguenze che le nuove tecnologie, ovvero il cinema e la fotografia, hanno sul nostro rapporto con le opere d’arte in virtù del fatto che queste, grazie proprio ai progressi tecnologici, siano più facilmente riproducibili. Benjamin spiega, infatti, che le opere d’arte da sempre vengono riprodotte. Prima, però, ciò avveniva in modo esclusivamente artigianale, per cui occorrevano grande pratica e fatica proprio manuale, mentre adesso con la fotografia è tutto più immediato e facile. Ne consegue, secondo il filosofo, che non solo è più semplice riprodurre un’opera d’arte, ma è anche diverso il modo in cui il pubblico ne fruisce. In particolar modo, a suo dire si è persa l’autenticità dell’opera d’arte. Nonostante Benjamin abbia scritto in un’epoca molto lontana da quella degli smartphone, non possiamo ignorare quanto alcune delle sue idee possano essere attuali.

Tecnologia e vita reale

In un suo celebre sketch, il comico Louis C.K. ironizza sulla società moderna, criticando beffardamente i genitori che, assistendo ai saggi dei loro figli, anziché osservarli “dal vivo”, li guardano attraverso il tablet con cui li stanno filmando. “Ma molla quel tablet e guarda tuo figlio, ce l’hai davanti, fidati, è full HD!” afferma in modo esilarante il comico. In realtà, non ha tutti i torti. Con l’avvento degli smartphone è sempre più frequente sentire frasi come “leave the phone, live the moment” (gioco di parole fra leave “lasciare” e live “vivere”, ovvero lascia il cellulare, vivi il momento) o comunque degli ammonimenti che vogliono ragguagliarci sul fatto che, pur essendo del tutto legittimo voler immortalare la propria vita, spesso non viviamo a pieno i nostri momenti per fotografarli (azione che in teoria dovrebbe farceli ricordare meglio in futuro). Un concerto, uno spettacolo, un quadro, spesso li guardiamo attraverso uno schermo, anziché viverli davvero. È un paradosso quantomeno ironico, ma riguarda la nostra epoca in tutto e per tutto. Anziché goderci un tramonto, cerchiamo di fotografarlo al meglio, spesso solo per diffondere la foto sui social. È senza dubbio troppo semplicistico, chiaramente, condannare e basta questo comportamento o demonizzare le nuove tecnologie, che sono senz’altro utili. Non demonizza la fotografia nemmeno Walter Benjamin, ma comprende le conseguenze che questa poteva avere sull’opera d’arte, nel farle perdere la sua aura, in un’epoca in cui non è più un evento così straordinario e unico osservare un’opera d’arte, grazie ai progressi tecnologici.

La perdita dell’aura

Nella riproduzione fotografica di un’opera viene a mancare un elemento fondamentale: l’hic et nunc dell’opera d’arte, la sua esistenza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova.

– W. Benjamin

Benjamin spiega come, prima dell’avvento della fotografia, osservare l’arte costituiva una sorta di rituale religioso, poiché ammirare l’originale di un’opera d’arte era un momento raro ed irripetibile. Caratteristica peculiare dell’arte era proprio il suo hic et nunc, la sua autenticità dipendeva quindi proprio dal fatto che fosse possibile ammirare un’opera d’arte solo in quel contesto (creato appositamente per lei, come un museo), in quel luogo ed in quell’istante. Con la riproducibilità così facilitata da cinema e fotografia, l’opera d’arte ha perso la sua aura, concetto che Benjamin elabora ispirandosi a Baudelaire. L’aura consiste in quel sentimento mistico-religioso di emozione che si prova quando si ha l’occasione unica di ammirare l’originale di un’opera d’arte. Infatti, Benjamin spiega come oltre al suo valore espositivo, quindi oltre ad essere un oggetto estetico, l’opera d’arte abbia anche un valore cultuale, ovvero sia un oggetto di culto o di devozione. L’aura conserva quel valore rituale dell’arte, ma poiché con i progressi tecnologici questa diviene fenomeno di massa, ha perso la sua rarità. Essendo facilmente riproducibile, riguarda più il consumo di massa, che un’esperienza religiosa singola, fino a smarrire questa sua autenticità. Le conseguenze di tale perdita sono, secondo Benjamin, due:

– Da un lato nasce nello spettatore il desiderio di possedere l’opera d’arte, ovvero poiché è facilmente riproducibile, essa viene concepita come qualcosa di massa e alla portata di tutti, che in foto tutti possiamo possedere ed a cui crediamo di avere diritto.

– Dall’altro, l’assenza di un hic et nunc fa sì che la durata dell’opera da elemento che la valorizza diventi qualcosa di assolutamente banale poiché facilmente riproducibile. Da qui l’opera d’arte perde la sua solennità ed il fruitore tende a portarle meno rispetto.

La prova che l’arte non possieda più il suo valore cultuale sta nel fatto che la politica spesso la sfrutti. Ad esempio, Benjamin fa notare come il fascismo ne faccia largo uso per manipolare le masse, producendo una falsa aura attorno alla figura di un capo. Il filosofo boccia anche la tesi, sostenuta per esempio dal regista Abel Gance, che vede come positiva la fruizione così agevolata dell’arte da parte delle masse, in quanto ritiene possa avvicinarle ad essa. Tale fruizione così liberalizzata secondo Benjamin, invece, fa venir meno l’autenticità dell’arte.

La riproducibilità oggi

È innegabile che le nuove tecnologie portino anche dei vantaggi. Consentono ad esempio di vivere più facilmente o anche per la prima volta esperienze altrimenti impossibili da sperimentare. Basti pensare che chiunque di noi, proprio tramite la fotografia, conosce l’aspetto della Gioconda senza esser mai stato a Parigi o può ammirare un quadro in foto se non può permettersi un volo per il museo in cui è conservato, basta che possieda un libro di storia dell’arte o un computer per navigare in rete. Bisogna certamente però avere la consapevolezza che l’osservazione tramite fotografia e l’esperienza diretta siano due cose assolutamente diverse. La possibilità di fotografare un quadro o un momento deve costituire un vantaggio senza per questo far sostituire ad un’esperienza irripetibile un semplice schermo. Qualora avessimo l’occasione di osservare un quadro dal vivo, per quanto sia lecito fotografarlo per ricordo se il regolamento del museo lo consente, è importante anche osservarne i dettagli attentamente e vivere a pieno quell’unica occasione che abbiamo. Quanto afferma Benjamin sulla pretesa di possedere l’opera d’arte, non può non ricordarci le mille stories di instagram fatte nei musei, in cui sembra più importante il fatto di possedere la foto dell’opera d’arte sul proprio cellulare, piuttosto che il fatto di aver goduto di presenza della sua bellezza. Se vogliamo preservare l’aura delle opere d’arte, senza dubbio la chiave è un equilibrio. Parafrasando una frase che Seneca attribuisce alle ricchezze, possedere noi le tecnologie e sfruttarle, senza per questo farci possedere noi da esse.

Silvia Argento ©

 

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