Anche Jennifer Lawrence e Sophia Loren su Netflix, il meteorite che ha colpito Hollywood

Le nuove pellicole di Jennifer Lawrence e Sophia Loren, entrambe premiate con l’Oscar, sbarcano in esclusiva su Netflix. Dopo uno dei film più attesi del 2019, “The Irishman” di Scorsese, il colosso dello streaming fagocita altre due icone generazionali. 

Jennifer Lawrence; fonte: tvzap.kataweb.it

Tre Oscar, otto Golden Globe e due BAFTA, oltre ad innumerevoli altri premi e candidature: questo il palmarès unificato di due dive della cinematografia mondiale, Jennifer Lawrence e Sophia Loren. Entrambe sono entrate, per la prima volta, nella scuderia di Netflix. La piattaforma californiana, nata nel 1997, testimonia quindi ulteriormente, dopo l’esclusiva su “The Irishman”, la propria potenza produttiva. Potenza che ha colpito anche l’Olimpo della Settima Arte, Hollywood.

70 anni di cinema in tre mosse

Sophia Loren, Robert De Niro, Jennifer Lawrence: tre icone per settant’anni di storia del cinema. La prima, attiva dai primi anni Cinquanta, ha segnato circa tre decenni della cinematografia nostrana, con diverse apparizioni in terra statunitense. Il secondo, esploso negli anni Settanta, è comparso in alcune delle pellicole più celebri della storia hollywoodiana (tra gli altri: “Il Padrino – Parte II”, “Taxi Driver” e “Toro scatenato”), vincendo ben due Oscar. La terza, ventinovenne, ha esordito nel 2008, collezionando diverse celebri interpretazioni, tra blockbuster (vedi le saghe “Hunger Games” e “X-Men”) e il felice sodalizio col regista David O. Russell (“Il lato positivo”, “American Hustle” e “Joy”). Uno il filo che li lega, ai fini della nostra analisi: il rapporto d’esclusiva, per alcune pellicole, con Netflix. Il colosso californiano ha infatti deciso di puntare ad un’ampia fetta di consumatori, sperando di attirare sia i più vecchi che i più giovani. I tre nomi vanno a coprire alcuni decenni cruciali della storia, hollywoodiana e non, del cinema: dal neorealismo alla commedia all’italiana, dalla New Hollywood all’età contemporanea.

Sophia Loren; fonte: timesofisrael.com

De Niro si è legato a Netflix per “The Irishman“, uscito nel 2019. Il film, diretto da Martin Scorsese e nel quale figurano anche Al Pacino e Joe Pesci, ha fatto incetta di candidature (ben dieci) agli ultimi Oscar, uscendo però a mani vuote vista l’agguerrita concorrenza. Il fatto che un film del genere, tra i migliori dell’anno, sia stato distribuito solo su Netflix, con brevi apparizioni nelle sale, è fortemente significativo. Ciò testimonia, infatti, la crescente importanza del comparto streaming, ben guidato dal suo giovane condottiero. L’espansione e le ambizioni di Netflix sono esemplificate anche dalle sue ultime mosse: accaparrandosi due dive come Jennifer Lawrence e Sophia Loren, la strada è stata segnata in modo inequivocabile. La prima sarà la protagonista di “Don’t Look Up”, nuovo film di Adam McKay, già regista di “La grande scommessa” e “Vice – L’uomo nell’ombra”. La seconda, ottantacinquenne, torna invece sulla scena dopo undici anni d’assenza: sarà diretta dal figlio, Edoardo Ponti, in “La vita davanti a sé”. L’attrice si è detta molto felice della collaborazione con la piattaforma di streaming, usando toni molto entusiastici: “nella mia carriera ho lavorato con tutti gli studios più importanti, ma posso dire con certezza che nessuno ha l’ampiezza di respiro e la diversità culturale di Netflix”. La compagnia punta infatti, tra le altre cose, anche sulla valorizzazione delle specificità nazionali, in modo assai diverso dal classico “hollywoodcentrismo“.

Netflix: “Piatto ricco, mi ci ficco!”

Forse non in molti lo sanno, ma Netflix è nata, nel 1997, come servizio di noleggio DVD. Solo nel 2008 è nata la celebre piattaforma di streaming, che è ormai diventata, di gran lunga, il comparto principale dell’azienda. Il suo successo, e quindi quello del modello dello streaming on demand, è entrato ben presto in collisione con il mondo produttivo classico, quello losangelino. Più volte le major hollywoodiane hanno dovuto affrontare periodi difficili, dati spesso dall’emergere di nuove tecnologie: è stato il caso della televisione, prima, e dell’home-video, poi. Dopo un normale contraccolpo iniziale, gli studios sono però sempre riusciti a rialzarsi, spesso inglobando o entrando in simbiosi con queste sfere parallele. Nel caso della TV, ad esempio, Hollywood fu, in un primo momento, in aperto conflitto con il nuovo medium, e non a caso aumentò, per quel periodo, gli investimenti. Dopo qualche tempo, però, si raggiunse un certo grado di equilibrio: furono infatti adeguati i contratti delle star della Settima Arte, e si instaurò un proficuo rapporto di collaborazione tra mondo cinematografico e comparto televisivo. Qualcosa di simile accadde, circa quarant’anni più tardi, con l’avvento dell’home-video: il fallimento, nel 2013, della nota azienda Blockbuster, ha testimoniato però come Hollywood sia riuscita, in fin dei conti, a prevalere. La scomparsa di un colosso come Blockbuster, nato nel 1985, è stata però originata in gran parte dalla nascita dei servizi di streaming: in questo modo, l’home-video era infatti passato al digitale. L’ascesa di Netflix ed il declino dell’azienda texana sono stati contemporanei, e legati da una forte relazione causale, in maniera comunque non esplicita. Netflix si è quindi appropriata, in gran parte, della fetta di mercato rivolta al consumo domestico. Se le cose fossero però rimaste in questo modo, Hollywood avrebbe sì accusato economicamente il colpo, ma avrebbe continuato ad operare in modo indisturbato e parallelo.

Kevin Spacey e Robin Wright in “House of Cards”, 2013-18; fonte: madforseries.it

La svolta è arrivata nel 2011, quando la compagnia californiana ha annunciato il proprio ingresso nel comparto produttivo, sia cinematografico che seriale. Nel 2013 è infatti uscita la prima produzione originale, la serie “House of Cards“, che ha riscosso un grande apprezzamento di critica e pubblico. La scelta di Netflix di affidarsi a due volti celebri come quelli di Kevin Spacey e Robin Wright, nel ruolo dei coniugi Underwood, testimoniava già la forte ambizione del progetto. Dal 2013 in avanti, sono state poi realizzate numerose pellicole e serie TV, che hanno lanciato la piattaforma nel gotha del mondo produttivo. L’azienda ha però puntato anche su diverse produzioni nazionali, meritandosi l’apprezzamento della Loren, aprendo quindi alcune filiali extra-statunitensi: sono molte le produzioni originali realizzate interamente in lingue straniere, con esempi nostrani come “Suburra” e “Baby”. Hollywood non ha certamente giovato di questo successo, ma non è scaturita, come accaduto in altri casi, un’aspra battaglia. Molte eminenti figure del mondo del cinema, come De Niro e la Lawrence, tengono infatti il piede in due staffe, anche vista la possibilità di stringere accordi per una sola pellicola. Non sono comunque mancate le reazioni negative, su tutte quella di Steven Spielberg. Il regista, insignito di quattro premi Oscar, ha infatti espresso la sua contrarietà alla possibilità che i film di Netflix (e delle altre piattaforme streaming) possano vincere l’ambita statuetta: il dibattito è ancora aperto, ma l’Academy non sembra intenzionata ad accogliere la sua proposta. Emblematiche, in tal senso, sono le dieci candidature ottenute da “The Irishman” agli ultimi Oscar. Difficilmente le cose cambieranno a breve.

Il caso delle mini-major

Come già detto, la diffusione dello streaming non è stato il primo momento di crisi di Hollywood. Spesso si è però trattato di conflitti tra diverse formae mentis: nel caso della TV, ad esempio, lo scontro era tra modello mediale cinematografico e modello mediale televisivo. Raramente gli studios hollywoodiani hanno dovuto interfacciarsi con degli avversari dal volto ben preciso. Questo è, appunto, il caso di Netflix, che si sta configurando come una vera e propria major autonoma. Non è però il primo in caso in tal senso: negli anni ’80/90 è infatti emerso un particolare fenomeno produttivo, quello delle mini-major. Sono gli anni dei blockbuster: dopo la breve e creativa stagione della Hollywood Renaissance, gli studios iniziano a puntare su un altro modello produttivo. Nasce la formula fissa del blockbuster, film ad alto budget, spesso molto spettacolari, con una vastissima copertura mediatica. Convenzionalmente, la prima pellicola del filone è “Lo squalo” di Spielberg, uscito nel 1975, al quale seguirà poi “Star Wars”. In questo nuovo panorama produttivo, si innesca un curioso fenomeno. Alcune piccole case di produzione, come la Carolco Pictures, iniziano a realizzare film ad altissimo budget, seguendo la struttura del blockbuster. Due sono le caratteristiche principali: gli alti cachet per gli attori e l’uso smodato della CGI. Questi due elementi, dopo la fine degli anni delle mini-major, costringeranno Hollywood a numerosi cambiamenti, visto che aumenteranno gli ingaggi delle star e si diffonderà l’uso della computer grafica.

Sylvester Stallone in “Rambo”, 1982; fonte: i-marcus.com

Negli anni Ottanta, le mini-major iniziano a trasformare il mondo produttivo in un vero e proprio tavolo da gioco: il modello blockbuster era infatti molto redditizio per gli studios, ma le spese pazze di queste new entry cambiano le carte in tavola. Le mini-major vivevano, infatti, grazie agli incassi del loro blockbuster stagionale, sul quale, inevitabilmente, puntavano tutto. La produzione cinematografica assume dunque i connotati del gioco d’azzardo: se il film, sul quale investo parecchio, va bene, sopravvivo, mentre in caso contrario rischio di fallire. In questo contesto, emerge la Carolco Pictures, la più forte e intraprendente delle mini-major. Essa produrrà addirittura, tra le altre cose, la serie “Rambo” e “Terminator 2 – Il giorno del giudizio”. Questo vortice ludopatico porterà però, ben presto, ad un punto di non ritorno. Nel 1992, la Carolco produce “Charlot”, pellicola su Charlie Chaplin: il cast, superlativo, annovera Robert Downey Jr, Dan Aykroyd, Anthony Hopkins, Milla Jovovich e Marisa Tomei. La pellicola ottiene un discreto successo al botteghino, oltre a tre nomination agli Oscar. Solo quattro anni dopo, la Carolco sarà però costretta a chiudere i battenti. “Corsari“, costato circa 115 milioni di dollari, ne incasserà solo 11, aprendo una gigantesca voragine economica, che porterà la casa di produzione al fallimento nel 1996. Dalla meteora Carolco, dunque, al meteorite Netflix.

 

 

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