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Sosia e alter ego popolano intrattenimento e letteratura, l’idea di scindere l’io è così affascinante perché ci fa uscire dal classico “bene VS male” estremamente superficiale. 

Nonostante sappiamo che ognuno di noi è un essere unico e irripetibile, amiamo da sempre sognare di poterci sdoppiare in una versione migliore o peggiore di noi stessi. Oppure, ancora peggio, di poter scindere bene e male fra loro. Tuttavia, noi non siamo semplicemente costituiti da una parte buona e una cattiva, siamo invece più complicati, più imperfetti e forse per questo più interessanti. Grandi autori e varie forme di intrattenimento si sono dedicati ai vari paradossi della variopinta natura umana. Scopriamo come.

L’alter ego in letteratura

La tematica del doppio è considerata un topos letterario, in quanto è presente in letteratura dall’antica fino alla contemporanea. Esempio eclatante è il teatro plautino: nell’Amphitruo vi è proprio un personaggio che si chiama Sosia, ma anche nei Menecmi, dove troviamo due gemelli identici. Sicuramente però la vicenda più famosa sulla tematica del doppio è il romanzo di Stevenson Il curioso caso di Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Ancora oggi usiamo questi due personaggi per definire un comportamento incoerente, una persona dal carattere lunatico e con sbalzi d’umore. Molto prima della psicoanalisi, Stevenson aveva diviso l’io, in particolare in bene e male. C’è una parte cattiva e una parte buona in tutti noi che coesistono e che il Dr. Jekyll riesce a scindere. Un principio simile segue Italo Calvino quando con Il visconte dimezzato, racconta di un uomo che proprio fisicamente si divide a metà, una buona e una cattiva. Come sempre con Calvino utilizza l’espediente narrativo della fantasia per esprimere concetti più importanti e profondi.

Mi avvicinai alla verità, la cui parziale scoperta doveva portarmi a un così spaventoso naufragio: che l’uomo non è in verità uno ma duplice.

– Il curioso caso di Dr. Jekyll e Mr Hyde

Sdoppiamento e scienza

La vicenda di Jekyll e Hyde, poneva già secoli prima delle serie tv un dilemma etico non indifferente, ovvero fino a che punto può e deve spingersi la scienza. Se diamo per scontato che ci sono aspetti di noi migliori di altri e quindi “più versioni” di noi stessi, è lecito pensare di scinderli?

Il ruolo della scienza nella letteratura inglese dell’800 era largamente analizzato in tal senso. Mary Shelley racconta di come lo scienziato Frankenstein si sia spinto così oltre da creare un mostro, così Stevenson mostra il declino di Jekyll che sfida la natura, convinto come Frankenstein di gestire gli effetti della sua influenza su di essa. In un’ottica contemporanea, vediamo il protagonista della serie Living with youself clonato in una versione migliore di sé, mentre la versione “peggiore” sarebbe destinata a morire, ma per caso sopravvive. Il risultato è una doppia vita estremamente confusa.

Oltre ad implicazioni sulla scienza e la tecnologia, è naturale che l’idea che possano esistere varie versioni di noi stessi ponga non poche questione filosofiche. Il nostro io è un po’ più complicato e pieno di sfumature rispetto al semplice “bene e male” o “migliore e peggiore”.

Doppia identità tra Death Note e Detective Conan

Gli anime sono una forma di intrattenimento che nasce in Giappone, ma che è molto diffusa anche nella cultura occidentale. Complici alcune censure di cui sono stati oggetto, gli anime vengono ancora oggi spesso considerati roba da bambini. In realtà, si tratta di media che analizzano l’animo umano, approfondiscono tematiche importanti e riflettono su conflitti esistenziali molto complessi. Non manca negli anime nemmeno l’analisi della personalità dell’individuo. Moltissimi classici degli anime e manga presentano protagonisti che, per vari motivi, sono costretti a separare la propria personalità in due identità diverse, anche usando pseudonimi.

Il primo esempio lampante è quello del protagonista di Death Note, uno degli anime più famosi degli ultimi anni. Light, per compiere la sua missione, deve fingersi un altro, Kira. In questo caso, oltre a rappresentare un funzionale mezzo per non essere scoperto come assassino, Kira rappresenta anche il lato più oscuro di Light, contrapposto all’apparente bravo ragazzo perfetto e diligente. Prova che ne sia che quando si dimentica, a causa di un suo piano, di essere Kira, Light finisce per voler dare la caccia a Kira, ovvero a se stesso.

Celeberrimo esempio di alter ego negli anime è poi Detective Conan, che ci rimanda alla problematica della scienza di cui trattavamo prima. Non è un quaderno né un’identità segreta a rendere Shinichi “doppio“, ma una forma di veleno. Per proteggere se stesso e i suoi cari, Shinichi crea Conan, un’identità parallela che però rivela spesso gli aspetti più teneri e meno razionali del brillante detective.

Il coraggio o la mostruosità si nascondono dentro di noi

Un anime che ha avuto molto successo negli anni duemila è stato Yugioh. La prima serie in assoluto narrava di un giovane ragazzo di nome Yugi, che risolvendo un puzzle di origini egizie si ritrova a convivere con l’anima di un Faraone. Il fatto che due anime siano in un corpo (parafrasando Aristotele, che definisce invece l’amicizia un’anima divisa in due corpi) crea un forte legame fra i due, al punto che fino all’ultimo non è chiaro se Yami, il Faraone, sia una parte di Yugi oppure una persona esterna. Yami rappresenta la parte più coraggiosa, quella che interviene nei momenti di difficoltà e, diciamocelo, per tutti noi anche quella più carismatica. Nel corso della storia, però, apprendiamo come un realtà i due spiriti collaborino e si aiutino a vicenda. Yami impara il valore dell’amicizia, Yugi a credere in se stesso, rappresentando quindi entrambi due facce del nostro essere. L’alter ego diventa, come nella letteratura, modo di analisi delle caratteristiche dell’io.

Tuttavia, come accade fra Jekyll e Hyde, non sempre l’alter ego rappresenta aspetti positivi. Anche lo stesso Yami ha un lato oscuro in sé, ma accade anche in generale che l’alter ego rappresenti, come Hyde, la parte oscura della persona. È ciò che accade in Owari no seraph, un anime più recente. Uno dei protagonisti ha dentro di sé una sorta di demone che interviene quando prova una grande rabbia o emozione, tuttavia dietro a questa sua doppia natura c’è un mistero, forse anch’esso legato alla scienza, quindi all’intervento dell’uomo. Senza fare ulteriori spoiler, è importante notare come il modo in cui gestiamo noi stessi e le nostre emozioni abbia grande spazio nella metafora del doppio.

I nostri sosia interiori

A sciogliere la matassa della nostra esistenza e dei nostri demoni, ci aiuta da sempre Dostoevskij. L’autore russo ha infatti scritto un breve romanzo dal titolo Il sosia. Il protagonista non è uomo di scienza né viene aiutato da qualcuno a frammentate la propria esistenza, semplicemente è un uomo comune che si ritrova tormentato da un sosia senza sapere la ragione. Dostoevskij decide di non rivelarci mai il suo nome, bensì lo chiama il nostro eroe. Il sosia, in questo caso, è la proiezione della sua coscienza. Dostoevskij ci rivela quindi come la nostra natura non sia duplice semplicemente, bensì assolutamente variopinta. In altre parole, siamo noi stessi che generiamo una serie di sosia perché già dentro noi esiste una frammentazione infinita che, a volte, ci conduce alla follia. Questo non può ricordarci la straordinaria poetica di Pirandello espressa nel romanzo Uno, nessuno è centomila.

Il rapporto con noi stessi non può e non deve prescindere dalla consapevolezza della molteplicità delle nostre caratteristiche. È vero che non è possibile per noi dividerci letteralmente e trarre il meglio di noi tramite una clonazione, ma grazie a simili riflessioni paradossalmente riusciamo comunque ad essere maggiormente consapevoli, di conseguenza in parte migliori. La verità è che non siamo né meglio né peggio di quel che potremmo essere, né buoni come Jekyll né cattivi come Hyde, siamo semplicemente noi stessi.

1 thought on “Abbiamo tutti un’identità segreta che non conosciamo? Gli alter ego nella letteratura e negli anime

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