Il Superuovo

A quarant’anni dal referendum sull’aborto scopriamo quali sono le riflessioni etiche sull’argomento

A quarant’anni dal referendum sull’aborto scopriamo quali sono le riflessioni etiche sull’argomento

Nel 1981 gli italiani votarono a favore della legge 194 che aveva depenalizzato e disciplinato le modalità di accesso all’aborto all’interno delle strutture pubbliche.

Gli italiani si espressero su due referendum abrogativi in tema di aborto. Il primo proposto dal Movimento per la Vita e proponeva alcune riforme della legge per consentire solo l’aborto terapeutico. L’altro, voluto dai radicali, proponeva l’abrogazione di alcune norme della 194 per una totale liberalizzazione dell’aborto. I risultati respinsero entrambe le proposte lasciando invariata la legge 194.

Le riflessioni morali sull’aborto: Judith Jarvis Thomson

La riflessione della Thomson in materia di aborto si esprime come risposta alle congetture antiabortiste. Si parte dall’idea per cui lo sviluppo di un essere umano è continuo e che quindi il feto è già in se una persona avente quindi diritto alla vita. Questo tipo di congettura appare a primo impatto fuorviante in quanto se così fosse bisognerebbe riconoscere in una ghianda una quercia e in un seme un intero frutteto. Argomenti di questo tipo vengono definiti del “piano inclinato”.  Dal momento che però sembra impossibile tracciare una linea di demarcazione tra feto e persona umana la Thomson accetta che il feto sia già una persona. Ciò che l’autrice fa emergere è la differenza tra fare una gentilezza e adempiere ad un dovere. Il diritto alla vita scaturisce un dovere ma è estendibile ad ogni caso preso in considerazione? (per approfondimento “Una difesa dell’aborto”; Judith Jarvis Thomson)

Il requisito dell’autocoscienza di Michael Tooley

Continuando a interrogarsi sulla famosa linea di demarcazione Tooley si chiede:” quando un membro della specie homo sapiens è una persona? Quali caratteristiche si deve avere per essere una persona?”. Con il termine persona stiamo indicando qualcuno che ha un serio diritto alla vita. La tesi che difende l’autore è: un organismo possiede un serio diritto alla vita solo se possiede il concetto del sé come soggetto continuo nel tempo di esperienze e di altri stati mentali, e crede di essere una tale entità continuata nel tempo. Chiamerà questo argomento “requisito dell’autocoscienza“. ora bisogna occuparsi di individuare il momento in cui un homo sapiens prende coscienza di sé. Un neonato non ha coscienza di sé, quindi secondo l’autore, l’infanticidio è accettabile. L’indagine che si pone è un’indagine psicologica.  (per approfondimento potete cercare “Aborto e infanticidio” di Michael  Tooley)

La regola aurea di Richard M. Hare

Hare ripudia i due approcci alla questione dell’aborto: il primo pone la questione in termini di diritto alla vita; il secondo esige come condizione necessaria alla soluzione del problema che si risponda alla domanda se il feto sia una persona. Entrambi infruttuosi e logicamente viziati nella propria forma. Dire che il feto è una persona non rappresenta di per sé una ragione morale pro o contro la liceità dell’ucciderlo; in questo modo ci si limita solo ad incapsulare le eventuali ragioni a favore dell’inclusione del feto in una certa categoria di creature che è o non è sbagliato uccidere. Riprende il principio di potenzialità ( per cui un feto ha in se le potenzialità di diventare una persona) e si rifà alla regola aurea cristiana secondo cui dovremmo fare agli altri quello che desideriamo che che gli altri facciano a noi.

I 2 livelli di pensiero

Secondo Hare ci sono due livelli di pensiero morale: uno è a livello intuitivo e consiste nell’applicazione di principi generali e semplici; il secondo è il livello critico che consiste nell’esame di questi principi alla luce dei loro risultati nei casi particolari. Nel discutere tematiche come quelle dell’aborto dobbiamo spostarci su un livello critico. Seguendo la regola aurea dovremmo promuovere la procreazione illimitata. Però, seguendo tale regola dobbiamo notare due fattori: il primo è che c’è una differenza tra non procreare ed uccidere, questa distinzione è fondata su quella più generale tra atti ed omissioni; la seconda è che il bene fatto al feto può essere superato dal danno ad altre persone, allora c’è bisogno di una revisione. Ad esempio se l’interruzione di questa gravidanza rende possibile la nascita di una persona con vita più lieta non occorre giustificarla. (approfondimento “L’aborto e la regola aurea” di Richard M. Hare)

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