A 20 anni dalla morte di Bettino Craxi, la politica-spettacolo ha conquistato l’Italia

19 gennaio 2000: Bettino Craxi muore da latitante ad Hammamet, in Tunisia. A vent’anni dalla sua morte, vediamo come la politica-spettacolo, di cui è stato il primo grande esponente nostrano, ha conquistato l’Italia, da Berlusconi a Salvini.

Pierfrancesco Favino interpreta Bettino Craxi in “Hammamet”, 2020; fonte: ultimarazzia.it

Almeno 600, secondo “La Repubblica”, ad Hammamet, città tunisina, per le commemorazioni del ventennale della morte di Bettino Craxi. Diversi gli esponenti del vecchio PSI presenti, oltre ovviamente alla vedova Anna, al figlio Bobo e alla figlia Stefania. Da segnalare anche la partecipazione di alcuni parlamentari forzisti e del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, democratico. Nell’ultimo periodo, complice anche il biopic “Hammamet” di Gianni Amelio, si è riaperto il dibattito sull’ex segretario socialista. Vediamo dunque come, nella comunicazione politica, è sopravvissuta e si è evoluta la politica-spettacolo di matrice craxiana.

Bettino Craxi: l’ascesa e la personalizzazione del PSI

1976: alle elezioni i socialisti subiscono una pesante sconfitta, complice l’impetuosa avanzata del PCI e la sostanziale tenuta della Democrazia Cristiana. Una crisi della leadership scuote il partito, ormai lontano dalla felice stagione di Pietro Nenni e del centrosinistra. Si profila all’orizzonte un rischio di scomparsa politica concreta, anche vista la gravosa situazione degli “anni di piombo”: si inizia a parlare infatti, già dal ’73, di “compromesso storico“, una clamorosa alleanza tra comunisti, mai entrati in un esecutivo (escludendo la Costituente), e democristiani, che invece al governo ci sono dall’avvento della Repubblica. Un simile accordo, seppur temporaneo, rischierebbe di veder scomparire il PSI dalle cartine della rilevanza politica, condannandolo ad un’ingloriosa fine. E così, dopo una riunione straordinaria del partito, il 15 luglio Bettino Craxi, quarantaduenne milanese, viene nominato Segretario. Il suo dovrebbe essere un mandato provvisorio, visto che al partito occorre un traghettatore, ma risulterà essere l’inizio di un segretariato quasi ventennale. Craxi inizia subito a rinnovare il quadro dirigente del partito, svecchiandolo ed avviando quella che verrà chiamata la “rivoluzione dei quarantenni”. Un’azione di grande portata politica è il definitivo distaccamento ideologico dal PCI: si abbandona infatti il comunismo marxista per passare alle visioni democratico-liberali di Proudhon. Inizia, in contemporanea, una forte azione di personalizzazione del partito. La sua figura emerge prepotentemente nel dibattito sul sequestro Moro, nel 1978: è infatti uno dei pochi leader politici a sostenere la “soluzione umanitaria”, contrapposta alla “linea della fermezza” di PCI e gran parte della DC. Aldilà della validità politico-etica della proposta, è giusto considerare la sua azione come un buon successo mediatico. Tra i pochi sostenitori delle trattative con le BR, Craxi emerge infatti nel teatro dell’opinione pubblica, forte di una più esigua schiera di rivali interni. I drammatici risvolti del caso Moro risulteranno poi una sorta di implicita legittimazione, per quanto tragica, della sua netta presa di posizione.

Bettino Craxi; fonte: iltempo.it

Sempre nel ’78, il Segretario vede poi confermata la sua nomina, nel XLI Congresso del PSI, a Torino. Nell’occasione compare il simbolo del garofano rosso, di derivazione garibaldina: falce e martello vengono dunque accantonati, ed è decisa la presa di distanza dal PCI. Scongiurata l’ipotesi di un’alleanza bianco-rossa, il PSI torna intanto ad acquisire rilevanza politica. Già nel ’79 il governo Cossiga I ottiene la fiducia anche grazie all’astensione socialista, e nel 1980 il governo Cossiga II vede i socialisti nell’esecutivo. Cresce intanto l’appoggio interno a Craxi, e il leader inizia a parlare di una radicale “Grande Riforma” delle istituzioni, a tutti i livelli. La sinistra socialista critica le sue posizioni, ma le elezioni del 1983 vedono il partito risalire all’11,4%: s’inaugura poco dopo l’era del Pentapartito, con un’alleanza tra DC, PSI, socialdemocratici, repubblicani e liberali volta ad escludere la fazione comunista. Si insedia quindi il primo governo Craxi, con Bettino che diventa il primo premier socialista della storia italiana. Il Congresso socialista dell’84 lo vede poi rieletto per acclamazione, con una leadership ormai pienamente consolidata. Una congiuntura economica favorevole, coniugata ad un morbido liberismo, vede, nei 4 anni del suo primo governo, un notevole calo dell’inflazione: il consenso personale del premier quindi cresce, soprattutto tra il ceto medio. Sempre sul piano economico, il debito pubblico inizia intanto a crescere a dismisura, aprendo le prime grandi crepe che minano ancora oggi la nostra stabilità finanziaria. Le numerose attività del suo esecutivo non vedono però l’applicazione di quella tanto decantata “Grande Riforma”, che era sì un progetto concreto, ma che si è poi rivelata essere anche una felice scelta propagandistica. Essa viene abbozzata, ma non trova abbastanza riscontri favorevoli, soprattutto vista la svolta in senso presidenzialistico. In politica estera, il Craxi premier tiene saldamente le redini del Consiglio dei ministri, e imprime un notevole decisionismo. Notevolmente eterodosse sono le sue scelte, soprattutto in relaziona alla storica moderatezza italiana ed al suo atlantismo (per certi versi quasi imposto). Celebre è il caso di Sigonella, quando nell’85 si sfiora la crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti del repubblicano Reagan. Tra 1986 e ’87 nasce il governo Craxi II, con i socialisti che, sempre nell’87, raccolgono un ottimo 14,3% alle elezioni: sarà il massimo storico del segretariato Craxi.

Bettino Craxi: dalla politica-spettacolo all’Hotel Raphaël

Craxi è ormai all’apice del successo personale. Il PSI assiste ad una lenta scomparsa delle opposizioni alla guida del leader, che vede numerose rielezioni quasi all’unanimità. Sempre meno sono i riferimenti al comunismo e al marxismo, con il Comitato Centrale che cambia denominazione in Assemblea Nazionale. Le campagne elettorali incominciano ad appoggiarsi in maniera sempre più consistente sugli spot televisivi, ed è evidente (già dal 1983) la forte personalizzazione che Craxi impone, ergendosi a vero e proprio uomo-partito. Vale la pena ricordare che, come è prassi dell’Italia repubblicana, la lottizzazione delle cariche pubbliche, tra le compagini di governo, interessava anche la sfera mediatica, nella quale spiccava la RAI. Il PSI quindi, pur non avendo un uomo di fiducia al vertice dell’emittente pubblica, esercitava la sua influenza, seppur con tutte le limitazioni del caso. In questo quadro, è però rilevante anche lo stretto legame personale tra Craxi e l’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi, proprietario della Fininvest. Tra 1984 e ’85 il governo Craxi vara il cosiddetto “decreto Berlusconi“, vera e propria legge ad personam che mina il monopolio della RAI a livello nazionale, permettendo l’espansione delle emittenti private. È proficua intanto la collaborazione con l’artista palermitano Filippo Panseca, artefice, tra le altre cose, dell’introduzione del garofano rosso nel simbolo elettorale. Il XLIV Congresso, a Rimini, nell’87 vede, sempre ad opera di Panseca, il palco costruito come uno sfarzoso tempio greco. Nel XLV Congresso, a Milano, è invece sfoggiata la celebre “piramide multimediale“, che campeggia dietro alle spalle del leader socialista. Tutte le spese, ovviamente (come era consuetudine), erano a carico del partito, quel partito che si nutriva intanto di cospicui finanziamenti illeciti. Il “nuovo” PSI vede poi un progressivo avvicinamento al mondo dello spettacolo, soprattutto ai piani alti. Nel 1991 il ministro socialista Rino Formica conia la fortunata definizione di “nani e ballerine”. L’attrice Sandra Milo, anche amante di Craxi, compare nei manifesti, mentre Gerry Scotti viene eletto deputato. Con queste mosse, disinteressate o interessate che siano, il PSI e Craxi vedono un ulteriore incremento della loro popolarità.

XLIV Congresso del PSI, a Rimini, 1987; fonte: chiamamicitta.it

È significativo ricordare come Bettino Craxi, che possiamo definire il politico italiano più rilevante degli anni Ottanta e dei primi Novanta, abbia guidato un partito di minoranza, che mai si è spinto oltre il 20%. Certamente il successo personale di Craxi è da imputare anche al suo notevole carisma: è indubbia la statura intellettuale del politico (lo stesso forse non si può dire di quella morale), così come la sua fine, e studiata, abilità oratoria (in particolar modo nella gestione delle pause). La sua ascesa sembra poter continuare quasi all’infinito, nella speranza di un crollo della DC, dopo lo scioglimento del PCI (e la nascita del PDS). Nel febbraio 1992 inizia invece, con l’arresto del socialista Mario Chiesa, la controversa era di Tangentopoli. Sarà la fine della carriera politica di Craxi, che mai negherà le sue colpe, ma che si riterrà (non completamente a torto) un vero e proprio capro espiatorio della partitocrazia. È celebre il suo penultimo intervento parlamentare, datato 3 luglio 1992, nel quale, con la consueta abilità retorica, chiama in causa il resto della Camera. Il suo “giuramento”, con cui il leader sfida l’emiciclo, non viene raccolto da nessuno. Le indagini intanto proseguono, e viene a galla il marciume dell’intero sistema partitico. L’opinione pubblica insorge, non senza contraddizioni, con un’impetuosa ondata di facile giustizialismo. Si arriva così a quello che Craxi stesso definirà un “rogo” politico, la sua definitiva morte pubblica: il “lancio delle monetine” dell’Hotel Raphaël, a Roma. Così il leader, che tanto aveva costruito sulla comunicazione e sulla spettacolarità, viene pubblicamente delegittimato, per ironia della sorte, da una manifestazione che segnerà indelebilmente l’immaginario comune italiano, in virtù della teatralità e dell’alta carica simbolica. La sua triste fine si concretizzerà poi con la fuga ad Hammamet, dove “Ghino Di Tacco” morirà il 19 gennaio 2000.

Berlusconi, Grillo, Renzi, Salvini: politica-pop

Quattro tra i principali attori della scena politica italiana degli ultimi 25 anni. Molte le differenze, non poche le analogie. Quattro esperienze che in comune hanno sicuramente un forte richiamo alla politica-spettacolo. Nel 1994, dopo che si è ormai quasi consumata la mattanza di Tangentopoli, l’imprenditore Silvio Berlusconi compie la sua “discesa in campo“. Dalla sua, dal punto di vista politico, ha l’estraneità formale al vecchio sistema dei partiti. In realtà, forti erano i legami con il PSI di Craxi, come testimonia il decreto ad personam, del quale in parte raccoglierà l’eredità. Nasce così Forza Italia, che punta agli elettori della ex-DC, nella componente di centrodestra, e ad una parte degli ex-socialisti. Berlusconi è però un personaggio relativamente nuovo nella scena, e non è affatto semplice riuscire ad ottenere un risultato elettorale consistente. Il Cavaliere affila dunque le sue armi. Viene cavalcata, non senza tratti populistici, l’insoddisfazione popolare, come testimonia anche l’alleanza con AN (erede del MSI) e con la giovane Lega Nord. Si assiste ad uno sfruttamento massiccio del medium televisivo, ciò delle reti Fininvest: è palese il conflitto d’interessi, ma la sua avanzata continua imperterrita. Si cerca di fare leva sui successi imprenditoriali di Berlusconi, che si è “fatto da solo”, e sui trionfi sportivi del suo Milan. La sua vita privata inizia così a scivolare lentamente all’interno della comunicazione politica. La sua leadership interna è incontrastata, anche vista la recente formazione del partito: sono quindi assenti tradizioni ideologiche, e si apre ad una sorta di trasformismo occasionale. La coalizione guidata da Berlusconi vince intanto le elezioni, e governa per circa un anno: il primo decennio del Duemila vedrà poi un assoluto dominio di Forza Italia (poi PDL), con due governi Berlusconi. Si inaugura una vera e propria “politica da talk show“, e sono celebri le ospitate da Bruno Vespa. Il Cavaliere si serve di mosse spettacolari, come quando nel 2001, proprio a “Porta a Porta”, firma il celeberrimo “contratto con gli italiani“. Ritorna intanto il concetto di “nani e ballerine”, che, nel 2006, Luca Barbareschi riferisce alla RAI del periodo berlusconiano. In contemporanea sono diverse le controversie legali che interessano il premier, che non viene però nemmeno sfiorato dall’idea di dimettersi e che preferisce attaccare la magistratura “rossa”. Esplodono poi diversi scandali di natura sessuale, ad esempio con il noto caso Ruby: la vita privata del Cavaliere ha così ormai fagocitato la sua immagine pubblica. Il post-Craxi vede così un’era di politica-spettacolo alquanto decadente, nei modi e nei costumi.

Matteo Salvini, segretario della Lega; fonte: adnkronos.it

Chiuso, almeno nella nostra analisi, il capitolo Berlusconi, nei primi anni del secondo decennio del Duemila assistiamo ad un generale rinnovamento dell’emiciclo. Nasce nel 2009 il Movimento 5 Stelle, fondato dal comico genovese Beppe Grillo e da Gianroberto Casaleggio. Le idee sono innovative, e la forma si discosta da quella classica della politica: i comizi diventano quasi degli spettacoli, guidati dallo one-man-show genovese. Già prima della fondazione del Movimento, che già dal nome vuole distanziarsi dalla partitocrazia, Beppe Grillo aveva però tracciato il solco della sua esperienza politica. È del 2007 infatti la manifestazione del V-Day (o Vaffanculo-Day), nella quale la politica-spettacolo cavalca con intelligenza l’insoddisfazione popolare, causata dai numerosi aspetti negativi del quindicennio berlusconiano. Nel corso degli anni il Movimento si imborghesisce, entrando a pieno titolo nel sistema dei partiti, con alcune partecipazioni agli esecutivi (governi Conte). Il 2013 vede però la definitiva consacrazione di due personaggi, i due Mattei, Renzi e Salvini. Il primo, che si propone come “rottamatore”, viene eletto segretario del PD, mentre il secondo sale al comando della Lega Nord. La comunicazione politica vede una brusca svolta in senso demagogico, con un graduale accantonamento di contenuti politici approfonditi e lungimiranti: si decide di parlare, chi più chi meno, alla “pancia del Paese”. La “politica da talk show” diventa una vera e propria “politica-pop” a 360°: la capillare diffusione dei social media trova infatti una concreta traduzione sul piano politico. È infatti sicuramente furba e proficua l’attiva presenza dei due leader sulle maggiori piattaforme mediatiche, e non è un caso che la velocità informativa dei nuovi mezzi sia coniugata ad una sostanziale semplificazione dei messaggi, addirittura oltre ai classici colori politici. Nel mondo virtuale iniziano a contare le frasi ad effetto, gli slogan, e così anche i gesti plateali, oltre che il sapiente uso delle immagini. L’obbiettivo sembra solo uno, entrare nei trending topic. Ai leader si affiancano delle vere e proprie troupe comunicative, ed è questo il caso di quella che è stata chiamata “la Bestia” salviniana (col suo Luca Morisi). Andando oltre le valutazioni di carattere politico, è evidente come la comunicazione politica si sia spostata verso una spettacolarizzazione spropositata. Emblematico è in tal senso il bacio del rosario di Salvini, che ha portato nel campo politico anche la religione, in modo decisamente vuoto. Aldilà di una nostalgia fuori luogo, sono lontani gli anni della statura intellettuale di Bettino Craxi. Sono vicini invece quelli del declino morale (che in Craxi trova un ottimo esponente) della politica e della sua comunicazione.

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