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15 anni di YouTube, la piattaforma che ha rivoluzionato il mondo mediatico

14 febbraio 2005: tre ex-dipendenti di PayPal fondano YouTube. La sua crescita sarà repentina, e contribuirà ad interrompere, proprio a San Valentino, la plurisecolare storia d’amore tra mondo della comunicazione e broadcasting. 

TV, medium broadcast per eccellenza; fonte: artwave.it

Sono passati tre lustri dalla nascita del colosso di San Bruno, e quella data non può non essere, simbolicamente, epocale. Un taiwanese, un tedesco e uno statunitense (no, non è una barzelletta) fondano YouTube: sarà un evento decisivo sul piano mediatico. Dopo quasi due anni, la piattaforma verrà acquisita da Google alla modica cifra di 1,65 miliardi di dollari (in azioni). Le conseguenze sul mondo della comunicazione saranno profonde, soprattutto considerata l’enorme diffusione, a livello globale, del sito: in primis, sarà netto l’allontanamento dal tipico modello mediatico del Novecento, il broadcasting.

Inquadramento del broadcasting

Il ventesimo secolo è stato una prolifica stagione dal punto di vista mediatico: sono infatti apparsi, o si sono affermati, diversi mezzi comunicativi. Tra gli esempi più celebri il cinema, la radio e la televisione, a cui si è aggiunto, sul finire del secolo, tutto il neonato apparato informatico. Il modello prevalente è quello del broadcasting, che la Treccani definisce come “l’insieme dei mass media che operano attraverso la trasmissione di onde radiomagnetiche, in opposizione all’informazione su carta stampata”. Questa è la definizione sul piano tecnico, ma possiamo considerarne un’altra sul piano concettuale: il broadcasting crea infatti un rapporto unidirezionale tra emittente e ricevente. Come si direbbe Oltremanica, si tratta di un modello “one-to-many” (“uno-a-tanti”). Questo schema incarna alla perfezione la tipica struttura mediale del Novecento, ma può anche funzionare retroattivamente, con le dovute precauzioni. In quest’ottica, infatti, possiamo considerare la stampa. Il rapporto emittente-ricevente, ad esempio, per un quotidiano, rientra nel modello astratto del broadcasting, inteso cioè come schema uno-a-tanti. Ciò è applicabile quindi alla maggior parte dei medium sorti tra diciannovesimo e ventesimo secolo, con particolare riferimento ai mezzi che sfruttano la tecnica radiomagnetica. Questa modalità di trasmissione informativa riflette, in un certo senso, la storia delle società occidentali. Nelle epoche recenti, infatti, il potere economico ha iniziato a diventare una componente sempre più importante a livello sociale. Non che prima non lo fosse, ma la sua ascesa è coincisa con la diminuzione del potere degli organismi statali: emblematico è il passaggio da sistemi monarchico-autoritari a modelli democratici. La sontuosa affermazione, a livello storico, del capitalismo ha, parallelamente, contribuito ad accentrare il potere economico, creando dei veri e propri oligopoli. Potere economico che, per esercitare il proprio dominio autonomamente, ha dovuto cercare nuovi lidi, trovandone uno nel comparto comunicativo.

Adunata nazionalsocialista; fonte: lettera43.it

Ai classici tre poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) se n’è dunque, negli anni, affiancato un altro, quello mass-mediatico, il “quarto potere“. Esso è la diretta emanazione del potere capitalistico, e ha gradualmente acquisito notevole rilevanza, non sconfinando solo sul piano politico. Si è così decisamente imposto lo schema del broadcasting, che ha pervaso la storia novecentesca, anche nei suoi risvolti più terribili. È infatti noto il ruolo fondamentale della comunicazione di massa nei totalitarismi: cosa c’è, infatti, di più “one-to-many” di una delle tante adunate di Hitler e Mussolini? Il loro impegno si è concentrato anche sugli aspetti più tecnici, sempre a fini propagandistici, ed ha contribuito a plasmare, anche nel dopoguerra, molte delle società occidentali. Dopo il conflitto mondiale, si è infatti diffusa la televisione, che ha invaso le case di milioni e milioni di persone, portando il modello del broadcasting ad un’ulteriore evoluzione. La voce ed il viso, metaforicamente parlando, di quello “one” sono infatti penetrati tra le mura domestiche, compiendo un deciso passo verso la standardizzazione comunicativa. Qualcuno parla di assenza di pluralismo, o limitatezza, a causa dei monopoli comunicativi, e questa prospettiva non può non essere considerata (spesso anche in virtù di legami politici). Certa è la notevole verticalità di questi mezzi di comunicazione, associata ad una rigida unidirezionalità. La mancanza di un’interazione di ritorno, il “feedback, è infatti una delle principali caratteristiche della struttura, astratta, del broadcasting. Colpisce, soprattutto al giorno d’oggi, questa non-possibilità, che semmai era limitata a casi asistematici: a questi si possono ascrivere i celebri “cahiers de doléances” francesi, così come, passando da un estremo all’altro, lettere di casalinghe (di Voghera) a riviste di gossip. Solo l’affermazione dell’informatica e, soprattutto, la sua evoluzione hanno soppiantato il modello dominante del broadcasting, aprendo a nuovi scenari mediatici.

Verso il peer-to-peer?

Possiamo considerare il modello del broadcasting come un sistema centralizzato, caratterizzato da un unico nodo, appunto centrale, che interagisce (univocamente) con i vari utenti. Una sorta di democratizzazione comunicativa potrebbe condurre a due diversi risultati: un sistema decentralizzato od un sistema distribuito. Il primo vede un certo numero di nodi, che aggregano, a seconda delle esigenze, diversi utenti, mentre il secondo vede ogni utente corrispondere ad un nodo. Il primo è quindi una partizione, più o meno equa, dello spazio informatico-comunicativo, mentre il secondo si configura come un mare magnum di soggetti equivalenti, o “peer-to-peer“. Per quanto possa sembrare democratica, e romantica, la seconda soluzione, essa porterebbe ad un caos difficilmente governabile: potremmo istituire un paragone, abbastanza intuitivo, con uno Stato governato da un Parlamento formato da tutti i cittadini. Si arriverebbe così ad una sorta di anarchia, dove scomparirebbe la distinzione tra governanti e governati: checché se ne dica, ciò è una condizione fondamentale anche per una democrazia, specie se di forma rappresentativa. In sostanza, come è utopico pensare, almeno oggi, ad una democrazia diretta (che coinvolga concretamente tutti i cittadini per tutte le decisioni), così lo è anche per quanto riguarda un sistema comunicativo “peer-to-peer”. Al momento attuale, la forma più efficace è quella del sistema decentralizzato. In questa maniera, lo spazio virtuale viene organizzato in “hub“, che raccolgono determinate comunità di utenti. Ognuno di questi centri astratti, ad una prima analisi, funziona come un piccolo sistema centralizzato, ma una è la differenza sostanziale: la possibilità di comunicare in modo bidirezionale. Con l’evoluzione del mondo informatico, e con la nascita del Web 2.0, il feedback, in varie forme, è divenuto un elemento centrale del panorama mediale.

Susan Wojcicki, CEO di YouTube; fonte: fortune.com

Uno dei principali attori di questo cambiamento è stato, ed è, YouTube. La piattaforma è nata il 14 febbraio 2005 dalle brillanti menti di tre ex-dipendenti di PayPal, il tedesco Jawed Karim, il taiwanese Steve Chen e lo statunitense Chad Hurley. Il sito basa la propria struttura interattiva su un sistema di feedback: i principali sono il like (o dislike), come forma di apprezzamento (o meno), ed il commento, che permette di interagire testualmente. YouTube si configura sostanzialmente come un hub dello spazio informatico, a sua volta divisibile in altre micro-hub, i canali. L’utente è libero di scegliere dove andare a parare, e, inevitabilmente, saranno molte più le micro-hub ignorate che quelle considerate. Ciò non deve essere interpretato come il raggiungimento di un massimo grado di libertà decisionale, idealmente opposto al modello del broadcasting, poiché è da analizzare anche il ruolo degli algoritmi. Non addentrandoci in discorsi troppo tecnici, gli algoritmi di YouTube funzionano in modo abbastanza simile alla media: essi analizzano e tracciano le azioni dell’utente, e i contenuti che fruisce, cercando di prevedere (in modo probabilistico) le sue prossime mosse. È evidente come in tal modo si generi quella che è stata definita “bolla di filtraggio“: così un utente poco esperto, o pigro, viene guidato dai suggerimenti dell’algoritmo, a meno che ricerchi autonomamente una data informazione. In generale, dobbiamo però considerare YouTube come un deciso passo in avanti rispetto al sistema di broadcasting. Il suo enorme successo, che ha portato, nell’ottobre del 2006, all’acquisizione da parte di Google, ha pesantemente inciso sul mondo mediatico. Ci si è spostati verso una maggiore interattività, ed è aumentato lo spazio d’azione dell’utente. Utente che ora può anche trasformarsi in nodo, e creare il suo personale hub, il canale. Il concetto è simile a quello dei blog, che anche hanno agito in questa direzione, ma si distingue poiché inquadrato in un contesto coeso, quello di YouTube. La possibilità di costruire, senza alcun prerequisito, delle micro-hub ha creato delle nuove figure professionali, gli youtuber. Essi creano dei contenuti, di vario genere, da pubblicare sulla piattaforma, e ottengono un ritorno economico grazie a numero di visualizzazioni e introiti pubblicitari. Il fenomeno YouTube ha dunque influenzato sia la forma mentis comunicativa, dei più, che l’aspetto puramente economico: se non è questa una rivoluzione…

Da YouTube a Netflix

YouTube ha certamente generato una profonda variazione nel panorama comunicativo, anche in virtù della sua enorme crescita, sia in termini economici che di popolarità. YouTube è però una società, un ente concreto, che sarà magari destinato all’oblio, in tempi indefiniti. Ciò che ha idealmente cambiato il comparto mediale è, invece, lo streaming. Per la definizione, riprendiamo ancora la Treccani: “modalità di accesso in rete a file audiovisivi di cui si può fruire in tempo reale senza provvedere a salvarli sul proprio sistema”. Lo streaming è sostanzialmente divisibile in due macro-categorie, on demand e live, la cui differenza è suggerita dai nomi. YouTube ha costruito la propria fortuna sul primo, e, in tempi successivi, ha anche introdotto la fruizione in diretta. Altro caso noto è quello di Twitch, che basa il proprio funzionamento su trasmissioni live. Il confine tra on demand e live è però grigio, visto che spesso i due mondi si compenetrano: basti pensare ancora a Twitch, nel quale una live, arrivata al suo termine, si trasforma in un prodotto fruibile on demand. Il successo globale dello streaming è dovuto a vari fattori tecnici, ed è stato favorito, e accelerato, dall’ascesa di una piattaforma forte, e pensata in modo intelligente, come YouTube.

Reed Hastings, CEO e cofondatore di Netflix; fonte: movieplayer.it

Negli anni sono nati diversi altri colossi dello streaming, con il comparto letteralmente invaso dalle maggiori media company. È difficile non citare Netflix e Amazon Prime Video, così come l’astro nascente Disney Plus. Gli investimenti sono stati massicci, ed hanno pesantemente condizionato i media tradizionali: in particolare, radio, televisione e cinema hanno dovuto accettare, loro malgrado, il nuovo corso. A differenza del Tubo, le piattaforme sopracitate hanno decisamente ridotto l’incidenza degli utenti: i feedback sono infatti ridotti, ed è assente la possibilità di creare contenuti autonomamente. Netflix, ad esempio, si configura come una grande hub, che non presenta però micro-hub al suo interno. Il suo funzionamento algoritmico tende a creare, in maniera comunque dichiarata, delle “bolle di filtraggio”, che sono ormai all’ordine del giorno nel mondo digitale. I costi contenuti, le vaste librerie e la comodità di fruizione sono stati tre elementi determinati per l’affermazione delle piattaforme streaming, che si sono candidate a diventare il modello dominante. Le risposte dei medium classici sono diverse, e potrebbero portare ad un rapporto simbiotico. Tutti questi processi sono comunque ancora in atto, ed è difficile prevederne gli sviluppi. Di certo c’è che questo ambaradan è stato innescato nel San Valentino del 2005, quando ha iniziato a creparsi la datata relazione amorosa tra broadcasting e mondo mediatico. Chi sia il colpevole immagino l’avrete intuito.

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