Tutto ha inizio dalla diffusione di un video registrato da telecamere di sorveglianza in Pakistan. Nel video si vedono chiaramente due uomini in sella ad un motorino che rapiscono un bambino e fuggono. Poco dopo, però, due uomini tornano indietro, lasciano andare il bimbo ed infine mostrano un cartello che contiene il vero messaggio del video: “Ci vuole solo un attimo per rapire un bambino nelle strade di Karachi”. In India, infatti, i casi di bambini rapiti e scomparsi sono migliaia e si sta cercando di sensibilizzare la popolazione affinché lo si possa combattere e vi si ponga fine. Il video è diventato virale nel paese tramite Whatsapp, ma è stato privato della parte finale, quindi del fulcro del video stesso. Il messaggio, totalmente stravolto, ha scatenato una vera e propria caccia all’uomo, un’ondata di aggressività e violenza che è sfociata in un omicidio: la vittima è il 26enne Kaalu Ram, scambiato per uno dei presunti rapitori. Ram è stato picchiato a sangue ed è morto in ospedale a causa dei traumi riportati. È possibile che un semplice video diffuso in rete possa scatenare conseguenze di questo calibro?

Gli effetti “inconsci” dei dei mass media

Leonard Berkowitz si è occupato degli effetti che i mass media hanno sulla mente dell’individuo attuando un’analisi neoassociazionista: la mente delle persone è una rete nella quale ciascun nodo corrisponde ad una matrice di pensieri che sono collegati tra di loro attraverso dei legami neuronali, proprio come una catena, le cui parti sono connesse tra di loro che, se fossero separate, non svolgerebbero più la stessa funzione. L’esposizione ai media, quali la Tv, il cinema e programmi in streaming, può innescare, sulla base di ciò che viene mandato in onda, sia reazioni prosociali, nel caso il contenuto fosse positivo come, per esempio, l’immagine di qualcuno che compie un atto di altruismo verso un’altra persona, sia reazioni antisociali, nel caso il messaggio fosse di natura violenta. L’esposizione a contenuti aggressivi può, infatti, portare all’attivazione di pensieri legati dal punto di vista semantico, sia positivi che negativi, che possono suscitare un effetto di priming, cioè l’attivazione di determinate categorie che influenzano il modo di pensare degli individui. Le probabilità che si produca un atto violento sono, così, nettamente aumentate. Se l’individuo cominciasse ad ‘osare’ ed effettuasse, dunque, il passo successivo, potrebbe arrivare a compiere un crimine dettato puramente dall’imitazione. Questa teoria spiegherebbe, inoltre, l’effetto arma, un effetto secondo il quale anche la sola visione di un’arma da fuoco può indurre l’individuo ad utilizzarla. Un ulteriore fenomeno sarebbe dato dalle conseguenze legate all’esposizione alla pornografia, che potrebbe essere connessa alla devianza sessuale, false credenze sullo stupro e, nei casi più estremi, ai crimini sessuali.

La desensibilizzazione alla violenza è la vera causa della violenza stessa

Come è stato appena detto, l’esposizione ad immagini violente può portare alla produzione di atti aggressivi per emulazione. Ma è una conseguenza imprescindibile? Non è proprio così. L’attuazione di comportamenti antisociali deriva sia da un apprendimento per osservazione, dato dall’imitazione di comportamenti del genitore o di figure di riferimento per il bambino, sia da una desensibilizzazione verso atti violenti. Jonathan Freedman ha studiato quest’ultimo fenomeno attraverso una ricerca longitudinale che prevedeva l’osservazione del cambiamento dei comportamenti dei bambini nel corso del tempo. Freedman ha rilevato che l’esposizione prolungata nel tempo ad immagini di forme lievi di violenza correlava con il comportamento aggressivo dei bambini. Si può facilmente dedurre che l’attuazione di comportamenti violenti non è una conseguenza immediata dell’esposizione ai contenuti intrisi di aggressività, bensì è una conseguenza di un fenomeno che si protrae nel tempo e che concerne le inclinazioni, le credenze dell’individuo e il contesto di riferimento.

Alice Tomaselli