Alcuni di voi se lo ricorderanno con il nome di Kevin Crumb, altri con quello storico di Billy Milligan (da cui trae ispirazione), e altri ancora come Barry, Dannis o Patricia. Tanti nomi diversi, ma pur sempre la stessa persona: è così che il protagonista del film campione d’incassi “Split” si presenta al suo pubblico, insieme a quel disturbo dissociativo di personalità multipla che è riuscito a tenere con il fiato sospeso tutti i suoi telespettatori. Ma è davvero necessaria una patologia mentale affinché un individuo sviluppi più di una personalità? Non per la studiosa cognitiva Lera Boroditsky, secondo la quale per farlo sarebbe sufficiente parlare più di una lingua.

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Credit: TED.com

Seppur non abbia dato suggerimenti su come trasformarci nella Bestia della pellicola di M. Night Shyamalan, durante la sua TED Talk, la linguista bielorussa ha di certo esteso lo sguardo su un’altra recentissima scoperta, che – tanto quanto Split – sembra avere del fantascientifico: la nostra lingua (così come tutte le circa 7.000 parlate nel mondo) influenzano il nostro modo di pensare, condizionando le nostre abilità cognitive e, addirittura, il nostro giudizio di fronte alle situazioni quotidiane, da un incidente al supermercato fino ad un vero e proprio crimine.

La lingua come bussola: l’esempio dei Kuuk Thaayorre

Nella sua conferenza, Boroditsky decide di partire da una delle basi del pensiero umano: la capacità di orientamento. A fare da portavoce ai suoi studi è, nello specifico, la comunità aborigena australiana dei Kuuk Thaayorre, la cui particolarità è che nella propria lingua non esistono parole come “sinistra” e “destra”, ma per indicare la posizione di qualsiasi oggetto o persona vengono utilizzati i punti cardinali: nord, sud, est e ovest.
“Potreste dire qualcosa tipo: ‘oh, hai una formica sulla gamba a sud ovest’. Oppure: ‘sposta la tazza un po’ più a nord-nord est’” ha proseguito Borodistky, sottolineando come persino il modo in cui si dice “ciao” in Kuuk Thaayorre corrisponda alla frase “da che parte stai andando?”, tanto che una possibile risposta potrebbe essere: “in lontananza verso nord-nord est. E tu?”.

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Credit: Alchetron

Se vi steste chiedendo qual è il vantaggio di tutto questo, sappiate che questa semplice peculiarità linguistica della comunità australiana permette loro di rimanere orientati meglio di quanto si credeva fosse possibile per una persona: così come altri animali possiedono magneti nei propri becchi o nelle proprie squame che li rendono mille volte più abili nell’orientamento rispetto agli umani, lo stesso distacco “evolutivo” sembra quindi essere permesso anche da una lingua.
Volete una dimostrazione pratica? Provate a chiudere gli occhi e ad indicare il nord-est. Forse per noi si tratta di un compito arduo, ma per un Kuuk Thaayorre è letteralmente “un gioco da bambini”, dato che già a cinque anni i più piccoli riescono a farlo senza difficoltà.

Una lingua in più per vedere un colore in più

Probabilmente starete pensando che quello della comunità australiana sia un caso troppo unico ed isolato per essere preso come standard. La stessa cosa, forse, l’ha pensata a suo tempo anche la linguista, la quale ha quindi deciso di sciogliere ogni dubbio portando al suo pubblico un esempio molto più vicino. “Le lingue si diversificano anche per come dividono lo spettro dei colori” ha chiosato l’esperta. “Alcune lingue hanno molte parole per i colori, alcune invece solo qualche termine come ‘chiaro’ e ‘scuro’, tanto da differire anche nel porre barriere cromatiche tra i colori”. Un chiaro esempio ce lo dà la lingua inglese, nella quale esiste una sola parola per il blu (blue) che comprende moltissime sfumature del medesimo colore, come indicato nella figura sottostante.

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Lo stesso non si può dire invece per la lingua russa, che distingue blu chiaro (goluboy) e blu scuro (siniy). Come riscontrato da Boroditsky nei suoi studi, questa semplice differenza terminologica rende i russi molto più rapidi nella discriminazione percettiva dei colori. “[I russi] sono più veloci a vedere la differenza tra un blu chiaro e un blu scuro. E quando osserviamo il cervello di una persona mentre guarda dei colori che cambiano lentamente da una gradazione di blu più chiara verso una più scura, il cervello di chi usa parole diverse per ‘blu chiaro’ e ‘blu scuro’ avrà una reazione di sorpresa, mentre il cervello di chi parla inglese, per esempio, non attua nessuna distinzione categorica e non rivela tale sorpresa”.

La lingua influenza il modo in cui guardiamo gli oggetti

Ma veniamo ora al contesto italiano. “Molte lingue – continua Boroditsky – hanno dei generi grammaticali e ad ogni nome ne è assegnato uno, spesso maschile o femminile”. Il modo in cui essi vengono connotati, però, è puramente arbitrario: se, per esempio, il vocabolo “ponte” è femminile in tedesco e “luna” è maschile, ciò si rivelerà invece il contrario in una lingua come la nostra o come lo spagnolo. Ma può questo avere conseguenze sul modo in cui un tedesco o un italiano pensano ad un ponte o alla luna? Secondo la psicolinguistica è proprio così. “Se chiedi ai tuoi interlocutori di descrivere un ponte, i tedeschi tenderanno a dire che i ponti sono belli, eleganti, e altre parole stereotipicamente femminili. Mentre gli spagnoli probabilmente diranno che sono forti o lunghi, usando parole più maschili”.

Parlare una lingua piuttosto che un’altra nuoce al nostro giudizio?

La questione della differenza linguistica potrebbe però rivelarsi ancora più sottile e significativa, dimostrandosi centrale anche nel modo in cui ognuno di noi descrive gli eventi che lo circondano.

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Prendiamo una situazione imprevista come quella mostrata in figura. In inglese, si tenderebbe a dire: “he broke the vase” (“lui ha rotto il vaso“) mentre in una lingua come lo spagnolo o l’italiano la maggior parte delle persone direbbe semplicemente “il vaso è stato rotto” oppure “il vaso si è rotto“, dato che ognuno sarebbe consapevole del fatto che la caduta dell’oggetto sia stata accidentale. Per quanto possano sembrare mere differenze superficiali, esse hanno delle conseguenze. “Le persone che parlano lingue diverse, faranno attenzione a cose diverse, a seconda di quello che la loro lingua richiede. Quindi, se mostriamo lo stesso imprevisto a un inglese e a uno spagnolo, l’inglese ricorderà chi lo ha provocato, perché l’inglese richiede che si dica ‘è stato lui: lui ha rotto il vaso’, mentre lo spagnolo probabilmente non ricorderà chi lo ha provocato, ma più probabilmente ricorderà che è stato un incidente”.
Un diverso sguardo sugli eventi, che poco conta nel momento in cui parliamo di un vaso, ma che invece si dimostra rilevante quando il soggetto della nostra attenzione è un crimine, e due persone sono chiamate ad effettuare una testimonianza oculare circa l’accaduto. Un esempio di questo lo vediamo anche nella lingua francese, nella quale la frase “essere stata stuprata” si traduce con il termine “se faire violer”, costrutto che grammaticalmente indica un qualcosa che il soggetto “si fa fare”.
Insomma, si tratta esclusivamente dell’utilizzo di un termine in sostituzione di un altro, ma state bene attenti, perché forse chi diceva che le parole contano più dei fatti… si sbagliava.

Francesca Amato

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