Sul finire del settembre scorso, un trionfante Luigi Di Maio esultava dal balcone di Palazzo Chigi per annunciare la novella della manovra alla folla in attesa: “Abbiamo abolito la povertà”. Con tutte le buone intenzioni, è davvero possibile rimuovere la povertà nell’attuale sistema capitalistico mondiale?

Comprensibilmente, è meno complicato rimuovere i singoli poveri dalla normale cerchia sociale. A tutti noi capita di scorgere la loro presenza, per strada o nelle stazioni, e avvertire un certo disagio. Lo sa bene Paolo Polidori, vicesindaco leghista di Trieste, che ha narrato su Facebook le sue recenti gesta civiche:

“Ho visto un ammasso di stracci buttati a terra… coperte, giacche, un piumino, e altro; non c’era nessuno, quindi presumo fossero abbandonati: da normale cittadino che ha a cuore il decoro della sua città, li ho raccolti e li ho buttati, devo dire con soddisfazione, nel cassonetto: ora il posto è decente! Durerà? Vedremo. Il segnale è: tolleranza zero!! Trieste la voglio pulita!! […]”

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Paolo Polidori e Mesej Miha (fonte TPI)

Lo zelo del vicesindaco ha avuto lo spiacevole effetto collaterale di privare Mesej Miha, clochard rumeno 57enne, del suo giaciglio. Non ci è voluto molto per innescare il consueto tritatutto mediatico che divide in fretta l’opinione tra cattivi razzisti e buoni samaritani. Per questo è utile ripercorrere la figura storica del povero.

La povertà dal Medioevo al mercato

Inserito nel rigido ordine feudale, il pauper certamente risultava ripugnante agli occhi della comunità. Eppure, in un ordine stabilito da Dio, la sua figura era tutt’altro che inaccettabile. La sua povertà poteva essere classificata come:

  • volontaria, ovvero come via di perfezione spirituale in linea col messaggio evangelico;
  • involontaria, categoria che includeva malati, orfani, vedove e altri bisognosi di cui la Chiesa doveva farsi carico;
  • peccaminosa, praticata cioè da vagabondi e rinnegati.

Ad ogni modo, il concetto denota più una subordinazione sociale che l’indigenza materiale come noi la intendiamo. Ciò significa che la sua esistenza giustificava il potente, che attraverso l’elemosina non solo riaffermava il proprio status ma poteva espiare le proprie colpe.

Grazie all’affermarsi di un’economia mercantile verso la fine del 12° secolo, il centro del paradigma è divenuto il denaro, ex-sterco del demonio. Per cui anche la povertà ha iniziato a coincidere col non possesso di beni.

La povertà moderna, un incubo da disciplinare

Due fenomeni in particolare, avvenuti in Inghilterra tra 18° e 19° secolo, possono essere visti come determinanti per la definizione storica del povero:

  • gli Enclosures Acts , coi quali la borghesia recintò i terreni comuni privando i contadini dei benefici ricavabili;
  • forme di assistenzialismo laico, come le workhouses

Workhouse, povertà

L’internamento di individui deboli o pericolosi, che come Foucault ci ricorda raggiunse l’apice nel Seicento, sottostava a una logica di produttività. Ospedali, carceri e altre strutture dovevano educare alla disciplina richiesta nel mondo civile e combattere l’ozio, il vizio peggiore. La massa di contadini disoccupati, consapevoli che l’ozio li avrebbe relegati nei “luoghi della vergogna”, costituì una notevole riserva di manodopera a basso costo per il capitalismo industriale. In questa società disciplinare, il salario rappresenta il prezzo per quella libertà obbligata che ciascuno può cedere al miglior offerente. E il povero aleggia continuamente come monito per chi vorrebbe sottrarsi al gioco.

Povertà e retorica dello sviluppo nella società del debito

La narrazione neoliberista ha plasmato la coscienza del soggetto imprenditore di sé, che non può contare sul welfare pubblico per migliorare le proprie condizioni e che se fallisce non ha scuse. Povertà equivale a un cattivo impiego delle proprie risorse, una partita giocata male.

Robert McNamara, povertà
Robert McNamara

Nel 1973, a Nairobi, il presidente della Banca Mondiale Robert Mcnamara pronunciò il famoso discorso dello sviluppo. Si teneva conto del fatto che l’imperativo del capitale, pur avendo avviato la società del benessere, non poteva risolvere il divario sociale dei Paesi poveri senza adeguati interventi verso agricoltura, istruzione e sanità. Non si tratta più di convertire le masse in forza-lavoro, ma di rendere il povero (soggetto storicamente “imbancabile”) protagonista attivo dello sviluppo. Garantirgli cioè un credito di partenza per inserirsi nella produzione e nel consumo. Come rimarcato da Deleuze, si assiste al passaggio dalla disciplina fondata sul salario al controllo fondato sul debito. Anche Nietzsche si era espresso sulla potenza del debito (in tedesco schuld, che vuol dire anche “colpa”) per un uomo chiamato a “rispondere di sé come avvenire”. E se cade in povertà, allora non si è conformato ai criteri del mercato.

Tutti i progetti di cooperazione internazionale ribadiscono questa responsabilità individuale: ciascuno di noi è un capitale umano in funzione di un progresso privo di una direzione chiara. Il vocabolario retorico dello sviluppo si nutre sin dal secondo dopoguerra con concetti quali “democrazia occidentale”, “lotta alla povertà”, “Terzo Mondo” e così via, fino a disegnare una mitologia dell’arretratezza.

Abolire i poveri dunque?

Pungolato dai conduttori radiofonici de La Zanzara, Polidori si è difeso dicendo che il clochard non solo è volontario ma “guadagna 1.800 euro al mese, 60 al giorno. Ci guadagna a essere lì. Ogni giorno, me lo dicono i commercianti, andava a cambiare da loro i soldi raccolti. È una scelta remunerativa. E comunque sporcava la strada, quello era un bivacco”. Ad ogni modo, confinare i poveri in un dimenticatoio sarebbe sì la strategia più facile ma comporterebbe un problema: come faremmo noi a sentirci ricchi?

Luca Volpi

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